Il genocidio cambogiano

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Pol Pot

Negli anni Settanta del secolo scorso il movimento Khmer, capeggiato da Pol Pot, ha devastato la Cambogia causando oltre due milioni di morti, nell’indifferenza della comunità internazionale.

Di Roberto Roggero

Pol PotLa Cambogia, paese compreso tra golfo di Thailandia, il Laos e il Vietnam, ha una superficie di circa 182.000 chilometri quadrati. Ex colonia francese, il Paese è indipendente dal 9 novembre 1953. La popolazione attuale è di circa 10 milioni di abitanti, costituita da diversi gruppi etnici, principalmente Khmer (il 90%), mentre la religione dominante è il Buddhismo Theravada. Il territorio è quasi totalmente pianeggiante, eccetto alcune alture nel sud-ovest e nel nord, e le ricchezze naturali sono rappresentate principalmente da manganese, fosfati, miniere di pietre preziose, legname e da un notevole potenziale idroelettrico. La popolazione vive tuttavia in uno stato di estrema povertà, a causa della continua instabilità politica, del costante impoverimento della moneta e per le difficoltà nell’usufruire di aiuti umanitari internazionali. Le infrastrutture come la rete stradale (poco più di 600 chilometri, oltre a 13.000 di autostrade e 3700 di vie fluviali interne), ponti, centrali idroelettriche e aeroporti, non essendo sottoposti a lavori di manutenzione rischiano il completo degrado e la dismissione. L’economia cambogiana si regge principalmente sull’agricoltura, praticata dal 90% della popolazione.

Oltre due milioni di vittime

La Cambogia è conosciuta principalmente per le tragiche vicende legate al periodo della dittatura del leader marxista Pol Pot che eliminò da 1,5 a 2 milioni di suoi compatrioti, quasi il 25% dell’intera popolazione cambogiana. Una delle prove di questo eccidio è rappresentato da uno dei tanti campi di sterminio creati dal despota, noto con il N. 8985, situato nei pressi di Choeung Ek, a 15 chilometri dalla capitale Phnon Penh, dove nei primi anni Ottanta sono stati riesumati centinaia di migliaia di resti umani, fra cui oltre ottomila teschi, molti dei quali spaccati (per risparmiare munizioni, i Khmer Rossi (Khmaey Krahom) di Pol Pot erano soliti eliminare le loro vittime con bastoni o machete). Ai margini dei campi, ancora oggi sorgono baraccopoli dove vivono migliaia di persone che hanno perso le famiglie, dove istruzione e diritti umani sono concetti totalmente aleatori, dove dilaga la criminalità e lo sfruttamento della manodopera.
Ma chi era Po Pot? Saloth Sar (questo era il suo vero nome), futuro leader dei Khmer, nasce il 25 maggio 1925 in un villaggio a circa 150 chilometri dalla capitale, allora parte della colonia francese dell’Indocina. A sei anni è mandato a vivere presso il fratello maggiore al collegio Royal Household di Phnon Penh, dove studia i precetti del Buddhismo. Due anni più tardi, egli frequenta la Scuola Elementare Cattolica, apprendendo i concetti della cultura occidentale e la lingua francese. Nel 1949, è a Parigi in una scuola statale, dove viene a contatto con le sinistre europee, e si iscrive al Partito Comunista Francese. Dopo altri quattro anni, nel 1953, fatta propria l’ideologia marxista-stalinista, torna in Cambogia e in breve tempo diventa un personaggio di primo piano del Partito Comunista Indocinese che, a quel tempo, faceva capo al movimento Viet Minh.
Nel frattempo, la sconfitta francese in Indocina del 1954 divide il Vietnam in due: il Nord comunista sostenuto dalla Cina, e il Sud vicino all’Occidente e sostenuto dagli Stati Uniti. Nello stesso anno, le elezioni in Cambogia vedono il Partito Comunista alleato dei democratici, pesantemente sconfitti. Il principe Sihanouk assume poteri assoluti. In questo periodo il comunista Pol Pot svolge mansioni di insegnante in una scuola privata e, nel contempo, cerca di fare proseliti tra i membri della classe intellettuale. Attività che alla fine lo costringe alla clandestinità. Si rifugia nella giungla, vicino al confine vietnamita, dove rimane sette anni, organizzando un’armata clandestina e allacciando contatti con le forze nord vietnamite. Nel 1964, le truppe americane sbarcano in Vietnam in appoggio al regime di Saigon e, dopo un primo periodo di neutralità, garantita dal principe Sihanouk, anche la Cambogia viene coinvolta negli eventi. I Vietcong utilizzano i porti della costa come basi militari e logistiche, e per reazione l’esercito americano entra anch’esso in Cambogia, i cui obiettivi, per i successivi quattro anni, verranno martellati dai bombardieri pesanti B52 che causeranno la morte di oltre 750.000 persone.
Nel 1970, un colpo di stato, organizzato e finanziato dalla CIA, destituisce il principe Norodom Sihanouk, costretto ad unirsi alla guerriglia e a cercare un accordo con il suo antico nemico Pol Pot, mentre il potere è affidato al generale Lon Nol. La situazione sfocia nella guerra civile. Lo stesso anno, in seguito alla penetrazione di forze nord viet, le truppe americane entrano anch’esse in Cambogia per fare fronte al nemico che riesce ad unirsi alle forze rivelli dei Khmer Rossi. A questo punto, il governo militare cambogiano, corrotto e incompetente, perde anche il sostegno economico e militare statunitense, e Pol Pot ne approfitta per marciare su Phnon Penh. La data fatidica è il 17 aprile 1975, quando i Khmer Rossi entrano nella capitale e migliaia di cittadini si riversano per le strade, in realtà, più che per inneggiare al movimento di Pol Pot, per festeggiare la fine della guerra civile durata oltre cinque anni.
In brevissimo tempo, però, l’euforia si trasforma in terrore. I soldati Khmer prendono possesso dei punti nevralgici della città, intimando alla popolazione di abbandonare immediatamente le proprie abitazioni. A chi chiede il motivo di tale provvedimento viene risposto che gli americani stanno pianificando attacchi aerei su Phnon Penh, menzogna ben architettata applicata a tutte le maggiori città del paese. Chi rifiuta l’ordine, chi non obbedisce istantaneamente, o agisce troppo lentamente, viene ucciso sul posto. Centinaia di migliaia di persone formano quindi lunghe colonne dirette fuori città verso un’area prescelta dai Kkmer per la raccolta.
Inizia il periodo più agghiacciante della storia cambogiana. Pol Pot, che vuole instaurare una repubblica comunista nel senso più totalitario del termine, basata unicamente su fattorie cooperative e sull’abolizione della vita nelle città, avvia un esperimento rivoluzionario ispirato in parte alla rivoluzione culturale attuata da Mao in Cina, paese con il quale, tra l’altro, stabilisce rapporti diretti. Fra i primi provvedimenti del nuovo dispotico e folle regime, l’espulsione degli stranieri, la chiusura di tutte le ambasciate, il rifiuto di ricevere aiuti internazionale, la chiusura dei luoghi di culto, la proibizione di parlare lingue al di fuori del dialetto Khmer, la chiusura di tutti i giornali, le televisioni e le radio; la confisca di tutti i beni e mezzi di trasporto privati, la cessazione dei servizi postali e telefonici e di quasi tutti i servizi pubblici. E, naturalmente, l’eliminazione fisica di tutti gli appartenenti al vecchio stato ed esercito nazionali. Secondo le stime dei ricercatori dell’Università di Yale, durante il periodo della sua dittatura, Pol Pot eliminò 1,7 milioni di concittadini, mentre Amnesty International e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti fanno ammontare la cifra, rispettivamente a 1,4 e 1,2 milioni. Lo stesso Pol Pot, dal quale era lecito attendersi sottostime, dichiarò di avere eliminato 1 milione 800.000 ‘reazionari borghesi’, compresi donne, vecchi e bambini. Gli unici cambogiani che hanno diritto a vivere sono i contadini, mentre intellettuali, insegnanti, religiosi, impiegati, artigiani e commercianti, in quanto appartenenti al vecchio regime e quindi potenziali nemici del nuovo comunismo- agricolo di Pol Pot vengono liquidati. Anche il semplice fatto di portare gli occhiali viene visto come indice di una cultura avversa. In base all’emanazione di nuove, deliranti leggi, vengono messi fuorilegge il denaro, la proprietà privata, la religione, qualunque collegamento con il mondo esterno e persino qualsiasi tipo di relazione affettiva all’interno delle famiglie considerate nuclei ‘borghesi’. Le città vengono maledette e abbandonate in quanto simboli del capitalismo. L’ormai desolata Phnon Penh viene ribattezzata “la grande prostituta del Mekong”. La nuova capitale di quella che si sarebbe chiamata ufficialmente Repubblica Kampuchea, viene spostata ad Angka, centro noto per i suoi templi del XII secolo.
Agli abitanti delle zone sottoposte al governo dei Khmer Rossi veniva imposto di venerare in maniera fanatica e pseudo-religiosa l’onnipresente ma impalpabile entità Angka o Angkar Padevat, cioè Organizzazione Rivoluzionaria, (rappresentazione pesudo metafisica del Partito Comunista di Kampuchea, i cui membri peraltro in molti casi non erano noti al popolo), infallibile depositaria della giustizia e responsabile della sua esecuzione, della sorveglianza e della difesa del popolo cambogiano, nonché unico oggetto di amore consentito alle persone. Nel ‘sistema’ Khmer non esisteva alcun riferimento al Partito o ai suoi leader, i quali non venivano mai nominati direttamente, ma indicati come Fratelli e distinti tramite un numero cardinale. Con il loro fervore quasi mistico e i loro culti (in contraddizione con la cultura razionalista sulla quale si fonda il marxismo) avevano molti tratti in comune con la dottrina nord coreana Juche.
Nel frattempo vengono allestiti i campi della morte, dove centinaia di migliaia di persone vivono in schiavitù. Oltre ai cambogiani, vi vengono rinchiusi vietnamiti, thailandesi, circa ottomila cristiani, musulmani Chams e altri venti gruppi etnici. Le guardie Khmer, spesso poco più che bambini, esercitano diritto di vita e di morte su chiunque. Almeno il 50% dei circa 425.000 cinesi residenti in Cambogia vengono, e i musulmani che rifiutano di mangiare carne di maiale sono uccisi dalle guardie Khmer a colpi di ascia.
Nel tristemente famoso centro di detenzione S-21 o alla scuola di Tuol Sleng, trasformata in quartier generale della polizia Khmer (oggi Museo del Genocidio nella capitale) sono torturate oltre 40mila persone, senza distinzione fra uomini, donne, anziani e anche bambini.
Nel 1978 l’esercito vietnamita, sostenuto economicamente dall’URSS, entra in Cambogia e la guerra si allarga a tutto il paese, specialmente nelle giungle occidentali ai confini con la Thailandia, dove Pol Pot combatte alla testa di circa 40.000 uomini e con gli aiuti della CIA, che, per le esigenze della Guerra Fredda, ha l’obiettivo di portare la Cambogia nelle Nazioni Unite. Segue una lunga guerra che, dopo aver causato oltre 65.000 vittime, nel 1989, termina con il ritiro dalla Kampuchea dell’esercito vietnamita. Subito dopo la cessazione delle ostilità, la Kampuchea viene ribattezzata Cambogia e il nuovo governo provvisorio ripristina, almeno in parte, i diritti cancellati dai Khmer. Anche il Buddhismo viene reintrodotto come religione ufficiale. Ma Pol Pot si rifiuta di cooperare nel processo di pace, e continua a combattere il nuovo governo di coalizione. I Khmer Rossi riescono a tenere in scacco le forze governative fino al 1996, quando le truppe, ormai demoralizzate, iniziarono a disertare. Per nulla intenzionato a cedere, nel 1997, Pol Pot fa fuori il suo braccio destro di sempre, Son Sen, che voleva giungere ad un accordo con il governo, ma poi egli stesso venne arrestato dal capo militare dei Khmer Rossi, Ta Mok, e condannato agli arresti domiciliari per il resto della vita. Nell’aprile 1998, Ta Mok fugge nuovamente nella foresta a seguito di un attacco dei governativi e porta Pol Pot con sé. Ma pochi giorni dopo, il 15 aprile, Pol Pot muore, probabilmente a causa di un attacco cardiaco.

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