Il Giappone e il suo demone. Tramonto orientale – di Matteo Donadoni

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KYŌTŌ – Una sola settimana nel Sol Levante può insegnare a un ragazzo molte più cose di quante ne apprenda nello stesso tempo frequentando la scuola secondaria italiana. Soprattutto se mancano la metà dei docenti e l’altra metà è per tre quarti ben impegnata a far propaganda anti-apartheid sudafricano suppongo in chiave immigrazionista, anziché spiegare il sistema feudale europeo. In pochi giorni, concentrati come una wasabi, in Giappone si possono imparare varie cose. Alcune pratiche, come sapersi muovere in capo al mondo, fra persone quasi sempre non anglofone e di una cultura tanto differente dalla nostra da sembrarci bizzarre e tanto bizzarre da costringerci ad aprire gli occhi sul fatto sostanziale che gli orientali sono persone, proprio come noi. Posso testimoniarlo perché sono reduce da un’intensa settimana trascorsa in Giappone con mio figlio.

In breve tempo la maestà dell’architettura nipponica – quella classica, non la scopiazzatura contemporanea – ci rapisce in un mondo feudale che non è più, fra odori di cipresso e fruscii su legnami ancestrali lisci e sbiaditi, depositi di memoria per chi sia disposto a farne parte. Se è importante l’esperienza visiva di capolavori unici al mondo come il Kinkanku-ji, non di secondo piano sono gli incontri uditivi con una lingua incomprensibile quanto affascinante, per quanto non troppo difficile se paragonata al cinese. Poi c’è il piatto forte: il gusto. Il pesce crudo, il ginger, il rafano e, alla bisogna, il tutto mescolato nel ramen. I ravioli gyoza fatti ad arte accontenterebbero una massaia modenese. In questo caso l’adattamento ai gusti lo si fa in fretta, se ci si rende conto di essere di fronte a una cultura che, per quanto misteriosa, non ha quasi niente da invidiarci. Nel giro di un paio di giorni io ho capito la differenza fra il tè matcha di qualità e quello scadente – non è un vanto, chiunque abbia preparato la polenta in un paiolo di rame lo capirebbe. In ogni caso, come ben illustrato nel film “Mr. Holmes”, il matcha fa tornare la memoria, in modo disordinato magari, e infatti ora non ricordo di cosa mi abbia fatto ricordare precisamente, ma è per me questa una certezza scientifica più incontrovertibile di uno scienziato in persona davanti alla provetta in provetta.

Ma soprattutto, in quelle che furono le isole dei samurai, chiunque abbia la disposizione a contemplare capisce una cosa: i modi definiscono l’uomo. Le società sono fatte di uomini, e definite dai comportamenti e dai costumi di questi ultimi. Pertanto, una legge che dovrebbe stare alla base della sociologia (se non fosse aria fritta) subito dopo l’assioma ora definito, è la regola generale che esse funzionano proporzionalmente alla misura in cui gli individui che le compongono sono disposti a vivere come pensano. Soltanto gli stupidi non giudicano dalle apparenze. Perché è un’ipocrisia credere che i modi di una persona ne celino ipocritamente la sostanza. Forse l’illusionismo può funzionare per l’arco temporale di un tempo teatrale o due, ma, alla lunga, ciascuno di noi non è altro da quanto non mostri di essere.

Il Giappone è un paese molto bello e molto complesso: appare totalmente privo di grazia quanto disperatamente aggraziato, disperatamente ossessionato dalla ricerca inconsapevole di quella naturale grazia del vivere, sovrabbondante gratuità di Dio, capace di ricolmare tutto e dare un senso alle cose perché tutto in Dio sarà ricapitolato.

Si stenta a credere che questo pulitissimo “diversamente Occidente” con gli occhi a mandorla sia lo stesso rosario di scogli oceanici che vide la gentilezza toccare l’orrore in modi del tutto inaspettati, e per di più recepiti con un senso di pacata normalità. La cultura nipponica in Giappone oggi è di moda come la crinolina. La stessa cosa vale per la cultura occidentale in Europa, si intende. Ma noi occidentali in Giappone fotografiamo templi ancestrali, tetti di piastrelle colorate (kawara), uomini e donne in variopinti kimono, non l’impiegato con gli occhi a mandorla, né i tacchi della segretaria. Allora comprendiamo la reazione dell’ultimo Giapponese Hiroo Onoda (1922-2014), cui fu ordinato di non morire, e, sopravvissuto nella jungla filippina, si arrese solo nel 1972, solamente a seguito di un ordine esplicito del diretto superiore, il maggiore Taniguchi (nel frattempo divenuto libraio), per poi fuggire in una fattoria del Brasile, avendo visto cosa era divenuto il Giappone per il quale aveva riversato la propria dedizione assoluta negli ultimi trent’anni.

ANTROPOLOGIA & STORIA Dato che non è una lezione accademica, possiamo sintetizzare l’intera vicenda giapponese in 5 tornanti della storia:

1 – V secolo, incontro con la civiltà cinese, che ha segnato il Giappone in modo indelebile.

2 – XIV secolo, scontro fra famiglie Minamoto e Taira con relativa istituzione dello shogunato.

3 – XVI secolo, primo incontro con l’Occidente.

4 – XIX secolo, secondo incontro con Occidente e Restaurazione Meiji.

5 – Fine atomica del Giappone Imperiale.

I Giapponesi sono probabilmente immigrati in tempi lontanissimi dalle isole del Pacifico. La nipponizzazione dell’arcipelago fu violenta nei confronti degli abitanti locali, gli Ainu, i quali vennero gradualmente sospinti verso nord.  Non é nemmeno chiaro se gli Ainu siano altaici o addirittura indoeuropei, dato che sono molto pelosi. Ad oggi ne sopravvivono circa 15.000 nell’isola di Hokkaido.

POI FU LA CINA Insieme alla scrittura, al pensiero e ai costumi, fra il 538 e il 552 venne introdotto in Giappone il buddismo. La religione buddista giunse dunque nella sua versione cosiddetta “del grande veicolo” (mahayana). Essa insegna che l’unico modo per uscire dalla sofferenza e dal dolore è il Nirvana, l’annullamento attraverso la pratica delle virtù. La nuova pratica religiosa mette in crisi la religione tradizionale fondata sui Kami (spiriti) e con essa la politica delle famiglie Yamato, che da essi affermavano di discendere.

Vi furono diversi scontri. In estrema sintesi: alla famiglia Mononobe, contraria al nuovo culto, si opponeva la famiglia Soga, favorevole, la quale fece erigere un primo tempio, che venne subito bruciato dalla gente. Ma la nuova dottrina ebbe successo. Il trucco fu quello di ottenere dall’imperatore il permesso di erigere templi privati, così venne eretto nel 596 il tempio Hōkōji. In questo modo, strisciando attraverso le piccole proprietà di tutte le classi inferiori, il buddismo divenne religione di stato, fino quasi a prenderne il controllo dall’alto di templi economicamente e militarmente potentissimi (i monaci erano anche temibili guerrieri) per diverse volte, fino alla Restaurazione Meiji.

Oltretutto si diffusero fra gli strati popolari diverse sette di ispirazione buddista, come la Tendai, la quale affermava l’autorità del “Sutra del Loto” secondo il quale il Buddha era insieme un personaggio storico e la realizzazione in forma umana dello Spirito Universale. Questo fatto è importante tenerlo a mente.

LO ZEN Lo conquista buddista del Giappone, dopo un inizio violento, avvenne in modo rapido e capillare, attuando una strategia sincretista con l’antica religione scintoista, il cui esito originale è lo zen. Questa dottrina si proponeva di tornare all’esperienza originale del Buddha attraverso l’esperienza personale dell’illuminazione (satori). Per ottenere il satori i seguaci dello zen dovevano sottoporsi ad una rigida disciplina spirituale e fisica che dava grande importanza alla pratica della meditazione (zazen) e allo studio dei problemi insolubili intellettualmente (kōan).

Un concetto presente nello zen è il vuoto (l’intero per un orientale è vuoto, mentre per un occidentale è pieno. Fondamentale da ricordare). Un vuoto che si instaura tra un pensiero e un altro. Lo zen inizia nel momento in cui ogni parola viene meno per lasciare il posto al vivere del momento, al presente così come è. La realtà viva non ha bisogno di significati è il nostro intelletto che sente il bisogno di edificarne.

Importanti invece sono l’estetica e il rito. Il vocabolario estetico dello zen è costruito intorno a 3 concetti fondamentali:

1-Yugen (“leggermente scuro”) – fascino delle cose in penombra, ma anche il mistero che si cela dietro le apparenze.

2- Sabi  (“patina rustica”) – il fascino del mutamento e si trova in ciò che è avvizzito e porta i segni del tempo, qualcosa che invecchia bene.

3- Wabi (“semplice e austera bellezza”) – il fascino della solitudine dell’austerità e della calma, un apprezzamento estetico della povertà.

Così, con lo zen arriva la cerimonia del tè e si sviluppa l’arte di curare i giardini, confacente lo spirito nipponico originario. Il tè verde matcha serve a mantenersi svegli durante la meditazione e i giardini diventano simboli esteriori della ricerca interiore. I karesansui (giardino arido) ne sono l’ultimo e più famoso stadio, sabbia e pietre riassumono l’intero universo e servono essenzialmente per la meditazione – a Kyōtō ne trovate alcuni stratosferici.

Lo zen della casta dei guerrieri, i samurai, si declina nel bushidō, letteralmente “la via del guerriero”, che è un codice di condotta e uno stile di vita – simile al concetto europeo di cavalleria e a quello romano del mos maiorum. Questi guerrieri raffinati erano dediti alle arti e alle lettere. Una disciplina di tutto rispetto, se contemplasse la pietas.  Comunque, di grande fascino.

I KIRISHITAN – L’evangelizzazione del Giappone cominciò il 15 agosto 1549 con lo sbarco del gesuita spagnolo Francesco Saverio, il quale creò la prima comunità cattolica nell’isola di Kyūshū, nel sud del Giappone. Con l’arrivo dei francescani e dei domenicani, poi, i primi germogli presero vigore, in particolare a Nagasaki, dove a fine XVI secolo si contavano già trecentomila fedeli.

Inizialmente le autorità giapponesi, soprattutto durante il governo di Oda Nobunaga (1534-1582), non ostacolarono l’opera dei missionari europei, i quali erano visti favorevolmente, perché agevolavano le relazioni economiche con la Spagna e il Portogallo (importazione di moschetti su tutte) e perché riducevano il potere dei monaci buddisti. La situazione cambiò con la salita al potere di Toyotomi Hideyoshi (1536-1598), preoccupato per il crescente numero di convertiti, soprattutto tra i daimyō, i feudatari (fra i quali il beato Takayama Ukon, 1552 -1615), che, divenuti cattolici, ebbero anche dei vantaggi nei rapporti con gli europei.

Hideyoshi perciò decise di attuare misure più repressive e il 5 febbraio 1597 fece addirittura crocifiggere ventisei kirishitan:  sei francescani, tre gesuiti giapponesi e diciassette giapponesi terziari francescani.

Nel 1614 venne vietata la professione della fede cattolica e infine redatto, dal monaco zen Konchiin Suden (1563– 1633), un decreto di espulsione di tutti i missionari dal Giappone. Nel decreto si accusano i cattolici di aver: «contravvenuto alle norme del governo, diffamato lo scintoismo, calunniato la “Vera Legge”, distrutto i regolamenti e corrotto la bontà». I cattolici dovettero praticare la loro fede in segreto, e presero il nome di kakure kirishitan (“cristiano nascosto”), per via del fatto che, oltre a dover amministrare i sacramenti in stanze segrete nelle loro abitazioni private, camuffarono i simboli cristiani seguendo i canoni dell’iconografia buddista e le preghiere cristiane in canti buddisti.

Chi veniva scoperto era torturato e messo a morte in modi pittoreschi. La prova primaria per i cristiani era la cerimonia del fumi-e (“calpestamento figurato”), col tempo una formalità: bastava calpestare un’immagine sacra cattolica per aver salva la vita. Una pratica, questa, alla quale dovevano sottoporsi gli europei che si recavano in Giappone per ragioni diplomatiche e commerciali, introdotta in seguito alla rivolta di Shimabara, terminata con il massacro dei cristiani e la cacciata dei missionari dall’arcipelago del Giappone.

Quando poi nell’Ottocento, a seguito delle cortesie profuse dalle kuro fune (“navi nere”) del commodoro Perry, il Giappone riaprì i suoi porti agli occidentali (e ai missionari francesi), i fedeli si fecero coraggio e tornarono fuori: si racconta che per le celebrazioni del venerdì santo del 1865  si presentarono agli increduli padri delle Missioni Estere di Parigi arrivati a Nagasaki, quasi diecimila kakure kirishitan. Non c’erano preti, erano stati espulsi. La vera fede era stata tramandata grazie ad alcuni gesti come il “contatzu”, il rosario, la preghiera costante che accompagnava la vita di queste persone, e al sacramento del Battesimo, impartito dai genitori ai figli neonati.

SHIMABARA NO RAN La rivolta di Shimabara (島原の乱 Shimabara no ran) scoppiò nel 1637, durante il cosiddetto periodo Edo, nel Giappone sud-occidentale. Essa vide i cattolici giapponesi, in gran parte contadini, insorgere contro il governo dello shogunato Tokugawa che aveva attuato una tremenda persecuzione religiosa nei confronti dei cristiani cattolici.

Lo shogunato inviò un contingente di oltre 125.000 uomini per sopprimere la ribellione e, dopo un lungo assedio contro i cristiani nel castello di Hara, riuscì a sconfiggerli.

A seguito della rivolta, il leader degli insorti Shiro Amakusa fu decapitato e la persecuzione anticristiana si fece molto più aspra, terminando de iure solo nel 1850. Fu a seguito di questa rivolta che in Giappone si adottò una politica di isolamento nazionale (sakoku) che andò avanti per oltre due secoli.

Shiro era nato nella regione dell’odierna Kami-Amakusa, suo padre era Masuda Jinbei un rōnin convertito al cattolicesimo. Il carismatico ragazzo era noto ai suoi seguaci come “messaggero del cielo” e gli sono stati attribuiti poteri miracolosi. Divenne il capo della rivolta di Shimabara all’età di soli sedici anni, scelto tra gli altri quattro rōnin che parteciparono all’insurrezione, ciò a seguito un profezia attribuita a San Francesco Saverio, ritrovata nel testo lasciato da un gesuita, espulso dal Giappone 25 anni prima, e contenuta in una poesia nella quale si diceva che sarebbe venuto un ragazzo ame no tsukai  (“inviato dal cielo”) che avrebbe evangelizzato il Giappone.

Animati dal carisma straordinario del ragazzo del cielo, che aveva compreso che senza artiglieria e armi d’assedio non sarebbero stati in grado di attaccare altre fortezze, i cristiani riunirono le loro forze al castello di Hara, il vecchio castello del clan Arima, che, sebbene fosse in rovina, garantiva una buona protezione. Il castello era situato su un promontorio che dava sul mare, per cui tre lati del castello terminavano con un dirupo. L’unico passaggio disponibile per attaccarlo era protetto da due profondi fossati. Nel castello gli insorti portarono con sé anche le loro donne e i loro bambini e gli storici ritengono che il numero di persone presenti, tra soldati, donne e bambini, vada dai 27.000 ai 37.000. Nel castello, rifornitisi di armi, munizioni e provviste, col saccheggio dei magazzini di Matsukura, il daimyō locale, tutti lavorarono per rafforzare le difese e sui merli esposero croci di legno e vessilli crociati.

Durante l’assedio, il 14 febbraio gli insorti invieranno una lettera agli assedianti attaccata su una freccia, in cui riassumono le loro motivazioni:

«Per amore del nostro popolo abbiamo ora fatto ricorso a questo castello. Senza dubbio penserete che lo abbiamo fatto nella speranza di ottenere terre e cavalli. Ma non è questo il motivo. È semplicemente perché il cristianesimo non è tollerato, come ben sapete. Frequenti divieti sono stati pubblicati dallo Shogun, che ci hanno notevolmente angosciato. Alcuni di noi che sono qui, considerano la speranza di vita futura la cosa più importante. Per questo non ci sarà alcuna fuga. Dato che non rinnegheranno la loro religione, andranno incontro a tutte le severe punizioni, saranno oggetto di molte sofferenze inumate e vergognose, fino all’ultimo, per la loro devozione al Signore del Cielo, saranno torturati a morte. Altri, ugualmente uomini risoluti, mossi dalla sensibilità del corpo e dalla paura delle torture, celando il dispiacere, hanno rispettato la volontà dello Shogun e hanno ritrattato. Stando così le cose, tutto il popolo si unì in una rivolta, in un modo inspiegabile e miracoloso. Dovremmo continuare a vivere come abbiamo fatto finora e fuori dalle leggi che non saranno abrogate, dobbiamo subire ogni sorta di dura punizione per sopravvivere; dobbiamo, con i nostri corpi deboli e sensibili al dolore, peccare contro il Signore del Cielo e per l’attenzione alle nostre brevi vite perderemmo tutto quello che per noi ha il più alto valore. Queste cose ci riempiono di un dolore insopportabile. Per questo siamo adesso in questa situazione. Non è il risultato di una dottrina corrotta».

L’esercito che assediò il castello fu composto dalle truppe di vari feudi locali. Tra gli altri era presente anche il famoso spadaccino Musashi Miyamoto. lo Shogun diede il comando di tutto l’esercito al daimyo Shigemasa Itakura e chiese l’aiuto degli alleati olandesi, i quali presero parte all’assedio con Nicolaes Couckebacker, il capo di una compagnia commerciale, che rifornì l’esercito a terra di cannoni e polvere da sparo, e inviò sul luogo dello scontro tre vascelli, uno dei quali comandato dallo stesso Couckebacker, il de Ryp. Il castello un pesante cannoneggiamento per una quindicina di giorni subì sia dalle truppe a terra sia dalle navi a mare – si è stimato che furono sparati 426 colpi di cannone – ma, nonostante tutto, gli insorti resistettero rifugiandosi in alcune gallerie sotterranee.

Le navi olandesi lasciarono l’assedio di lì a poco, vista la disorganizzazione dell’esercito giapponese, anche se probabilmente il vero motivo fu che i loro alleati giapponesi non gradivano farsi aiutare da stranieri per sedare una rivolta interna di tali dimensioni. Gli stessi insorti si erano fatti beffa dei nemici, inviando loro una freccia con il messaggio: «Nel Regno non ci sono soldati più coraggiosi per combatterci, e che non abbiano avuto la vergogna di aver chiamato in aiuto degli stranieri contro il nostro piccolo contingente?».

I cattolici riuscirono a resistere per altri due mesi, mentre gli assedianti continuavano a perdere uomini senza ottenere alcun risultato. Furono le condizioni climatiche e la tenacia degli assedianti a cambiare le sorti della battaglia. Il freddo dell’inverno aveva danneggiato entrambe le fazioni, ma le truppe dello shogunato ricevevano periodicamente dei rinforzi a differenza dei ribelli, che, oltretutto, cominciavano ad esaurire le munizioni e le scorte di cibo. L’aprile 1638 vedeva 125.000 uomini contro i 27.000 di Amakusa, stanchi e provati dalla fame. Per approfittare della situazione si provò a indurli alla resa con la promessa di un perdono totale per tutti i non cristiani e per coloro che avessero ritrattato la loro fede. La lettera arrivò nelle mani di Amakusa, che rispose al suo avversario scrivendogli che erano tutti cristiani, sarebbero morti per la propria fede, e quindi che non si sarebbero mai arresi.

Nella notte del 4 aprile, gli insorti, ormai privi di cibo e munizioni, tentarono un ultimo disperato attacco, che fu facilmente respinto dagli assedianti. Non erano in grado di resistere e pochi giorni più tardi, il 15 aprile, furono sconfitti e le truppe dello Shogun presero possesso del castello.

L’esercito imperiale ebbe l’ordine di sterminare tutti, comprese le donne e i bambini: si è stimato fossero tra i 27.000 e i 37.000, tra soldati e civili, i decapitati. I loro corpi furono ammassati e sepolti tra le rovine del castello che fu incendiato e completamente raso al suolo. La testa di Shiro Amakusa fu esposta in pubblico a Nagasaki come monito.

Lo shogunato prese dei provvedimenti anche nei confronti dei comandanti del suo stesso esercito: i daimyo di Nagato, Arima e Shimabara furono considerati responsabili della rivolta e vennero decapitati; Matsukura, la cui politica tirannica fu tra le cause della rivolta, fu indotto a compiere il seppuku e il suo feudo passò ad un altro daimyo, Kōriki Tadafusa.

CONSIDERAZIONI FINALI  Per trarre una conclusione dobbiamo ritornare al principio. Lo scintoismo è l’ultima religione premoderna. Più che degli dèi veri e propri come nelle religioni pagane europee, essa considera i kami, gli spiriti. Pare ne esistano milioni, ogni ente, ogni albero ogni roccia è presieduta da un kami. Sono kami le anime degli antenati. Ora, dato che i Giapponesi non hanno la metafisica – e da qui si può già vedere quanto grande sia lo spartiacque gnoseologico e filosofico fra l’avere o meno un Aristotele in famiglia – lo Shinto è “il corpo” del kami. Il luogo sacro dello scintoismo è il tempio, classicamente inteso, non è cioè un luogo di predicazione, ma la dimora del kami. I simboli più sacri della religione sono tre oggetti: lo specchio, un gioiello e la spada. Ecco l’anima nipponica. Si può dire che questa religione non rivelata e senza sacramenti si basi sostanzialmente su una concezione preistorica del mondo, si tratta di scacciare gli spiriti maligni, compresi gli antenati che ci perseguitano, e ingraziarsi il più possibile i kami, con purificazioni rituali (i Giapponesi sono ossessionati dalla pulizia e dai germi) tramite sacrifici di cibo e bevande, altrimenti si rischiano sfortuna e disgrazie. Nei templi mi è capitato di vedere spesso la loro preghiera silenziosa, seguita da un doppio inchino solo con la testa, un doppio battito di mani (straordinariamente sincronizzato) e un ultimo inchino.

Dal 500, però, dalla Cina giunge il buddismo, nella sua configurazione mahayana. Da qui lo zen “meditazione”, che di per sé non sarebbe un male, se non fosse che per questa dottrina, filtrata dalla filosofia cinese, il risveglio avviene dall’interno dell’uomo, ma la condizione indispensabile per avere una mente libera in grado di supportarlo, anziché, come in occidente, sottoporre la mente alla verità (delle cose) adeguandola ad essa, presuppone che sia smantellata ogni forma di logica e di ragionamento concettuale. Se pensiamo che il Logos è Cristo, ecco rivelata la deviazione satanica di questo tipo di meditazione. Perciò la saggezza orientale rimane al massimo, appunto, saggezza di vita, mai sapienza. Si veda l’esempio sofistico di questo dialogo che confonde i piani della fisica e della metafisica:

Allievo: «Voglio essere liberato».

Maestro: «Chi ti tiene prigioniero?».

Allievo: «Nessuno mi tiene prigioniero».

Maestro: «Allora perché vuoi essere liberato?».

Nello zen è diffusa anche la pratica dello kōan, che consiste in porre indovinelli senza senso, del tipo: «com’era il tuo volto prima di nascere?», che non fanno altro che portare al dubbio come criteriologia.

Sono giunto alla conclusione che è una pura follia quella dell’occidentale che vaga assetato di verità orientali quali panacea per i propri disturbi psicologici, che probabilmente sono generati dai suoi peccati. Non troverà proprio nulla, se non quei rari spiragli di luce che si aprono nella mente di ogni uomo onesto per il semplice fatto di essere stato creato da Dio. La dottrina zen è indubbiamente affascinante, ma, quando cercano di convincermi della sua superiorità, rispondo che l’Occidente ha la filosofia classica, per cui si può ben fare del kōan dopo un paio di Metaxa alla taverna, dicendo: «I primi ottant’anni sono molto difficili. Poi muori, e tutto si sistema» (proverbio greco). Ma poi si può anche ragionare.

Se chiedete a un buddista zen quale sia l’illuminazione, invece, probabilmente vi risponderà con frasi del tipo: «il cipresso nel tuo giardino!». Per un occidentale tutto ciò è assurdo o illusione gnostica contenente verità iniziatiche segrete. In realtà è tutto molto limpido e alla luce del sole, come del resto la cordialità nipponica. Semplicemente “il risveglio” zen consiste nel rendersi conto che non c’è proprio nessun risveglio, poiché non c’è nessuna “verità” su cui aprire gli occhi, né alcuna illusione da cui destarsi. Semplicemente, la vita è qui, adesso. Semplicemente è rendersi conto che il mondo è come lo vediamo. Semplicemente, il miglior modo di capire la vita è viverla, perciò in Giappone è tanto importante il lavoro come via di meditazione e salvezza (per quanto, cari i miei calvinisti italiani, gli esercizi commerciali chiudono per lo più alle 17.30). Per questo motivo attività apparentemente banali, come preparare il tè, sistemare fiori e curare il giardino sono divenute tanto importanti nel buddismo zen. Ai nipponici privi della metafisica e della salvezza ultraterrena non resta che gettarsi disperatamente sulla bellezza terrena, sulla disperata ricerca della perfezione di questo mondo, in questo mondo, oggi, che sia esso un giardino infinito o l’infinito in un giardino.

Tutto sommato la salvezza zen consiste nel trascorrere una vita felice nel presente. Per questo con la fine dell’epoca feudale e l’occidentalizzazione è finito anche il Giappone. Il glorioso Nihon è un cervo bramito che corre con il colpo nel cuore. È morto, ma non lo sa. Questa è stata la bomba prima della bomba.

La ricostruzione moderna è la metropolitana piena di “giovanotti” ultraquarantenni che ammazzano il tempo con giochini superidioti sul cellulare. Alla fine, è vero che i modi definiscono l’uomo. Non ho il coraggio, però, di voltare lo sguardo per osservare cosa sono diventati i modi occidentali.

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