Il pallido fantasma dell’egemonia gramsciana – di Piero Vassallo

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gramsci in una scultura di fellicu fadda

di Piero Vassallo

gramsci in una scultura di fellicu faddaEttore Bernabei, nel frammento autobiografico Un uomo di fiducia, pubblicato nel 1998,  ha rivelato un oscuro evento del 1946, la sottoscrizione, nella sede dell’alta banca di un patto per la spartizione dei poteri. Firmatari l’oligarca Raffaele Mattioli e i politici Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti.
In esecuzione dell’accordo sottoscritto in quella sede fu celebrata la duratura separazione dei poteri forti dai poteri apparenti:  agli iniziati fu assegnato il forte potere sulla finanza, ai democristiani l’instabile potere politico, ai comunisti lo scivoloso potere sulla cultura.
La proverbiale egemonia gramsciana era prevista e sancita dallo storico patto firmato nella sede milanese della sublime banca, presieduta dall’illuminato regista Mattioli. Il dubbio non è ammesso: l’egemonia gramsciana fu stabilita da uno storico accordo, approvato dalla miopia democristiana, garantito dalle soggiacenti istituzioni repubblicane e celebrato senza tregua dalla chiacchiera giornalistica.
Se non che i curiosi e gli indiscreti domandano maliziosamente: dove e come si è realizzata l’egemonia ufficiale della sinistra? Dove la mitica squadra dei pensatori gramsciani ha lasciato una traccia profonda e duratura? Quale biblioteca raccoglie gli alti, indeclinabili pensieri dei filosofi militanti nell’apparato gramsciano?
A pensar male non si fa peccato e si scopre che l’esorbitante realtà non ha obbedito al patto con Mattioli. Infatti è vana fatica cercare una vivente traccia del gramscismo nella storia della filosofia italiana. Il pensiero della scolastica comunista si è smarrito ed estenuato nel deserto caotico avanzante in direzione dei paradisi porno-drogastici allestiti dai suggeritori dell’anarchismo sessantottino.
L’ideologia marxista-leninista è affondata miseramente e senza lasciare traccia nel mare dell’ideologia regressista, elucubrata dagli ultrà francofortesi e californiani.
Gramsci aveva progettato l’elevazione dell’arretrato popolo cattolico al marxismo degli evoluti. I gramsciani del Pci, invece, hanno assistito, ora gongolanti ora sgomenti, alla discesa della gioventù intelligente negli stati d’animo dell’anarchismo straccione, incontinente e farneticante, suscitati dai banditori del pandemonio sessantottino, per la beffarda delizia dei sovrastanti poteri forti. Il film di una disgraziata eterogenesi dei fini, ecco l’umiliante storia della rivoluzione gramsciana, portato avanti dall’eterodiretto  pensatoio del Pci.
D’altra parte il drappello dei filosofi comunisti, per lo più costituito da alcuni coatti, già seguaci di Giovanni Gentile, ossia da ex fascisti minacciati di epurazione e persuasi a fare autocritica, fu dubbioso ed esitante, perfino negli anni della trionfale marcia dei comunisti sul potere.  Nella perplessa e malinconica radunata dei filosofi impegnati a sinistra, si sono distinti, infatti, solamente alcuni autori di passaggio, amici occasionali, militanti provvisori e sfuggenti, ad esempio, Ugo Spirito, Arturo Massolo, Nicola Badaloni, Armando Plebe, Lucio Colletti, Giulio Severino. Alcuni sono ricordati come migranti in direzione della filosofia heideggeriana, altri per l’attrazione subita dalle opportunità pirandelliane offerte dalla destra almirantiana, altri infine per il naufrago in ipotesi di lavoro insostenibili se non ridicole .
Debolmente sostenuta dai contributi dei sequestrati e dei precari, l’impresa filosofica dei comunisti è stata infine travolta dalla melmosa marea, sollevata dalla predicazione di Marcuse, Adorno e Taubes.
Ultimamente l’apparato progressista si è appiattito sullo zero metafisico imperante nei lacrimosi commenti cacciariani alle opere del crepuscolare Andrea Emo e dell’anarchica Simone Weil.
La misericordia impone il silenzio sulle bizzarre elucubrazioni di Gianni Vattimo intorno al Nietzsche dei trasgressori e dei deragliati e sulle grottesche escandescenza di Margherita Hack e di Luigi Odifreddi.
La strombazzata egemonia ad ogni modo non è mai penetrata nelle aule consacrate all’alta filosofia.
L’area del pensiero nobile, infatti, era saldamente presidiata dai grandi esponenti del Novecento cattolico, irriducibili e refrattari al gramscismo: Cornelio Fabro, Michele Federico Sciacca, Giorgio Del Vecchio, Balbino Giuliano, Francesco Orestano, Nicola Petruzzellis, Giuseppe Capograssi, Marino Gentile, Armando Carlini, Antonio Messineo, Carmelo Ottaviano, Ceslao Pera, Luigi Stefanini, Augusto Del Noce, Agostino Gemelli, Raimondo Spiazzi, Agostino Trapé, Dario Composta, Francesco Olgiati, Guido Gonella, Maria Adelaide Raschini, Rocco Montano, Sofia Vanni Rovighi, Giulio Bonafede, Francesco Mercadante, Pier Paolo Ottonello, Gianni Baget Bozzo, Giovanni Reale, Andrea Dalledonne ecc..  
Il gramscismo non ha messo radici nel campo della cultura alta perché i cattolici e gli esponenti della buona destra hanno dominato la scena della filosofia italiana.  
Al proposito conviene rammentare che, nel periodo 1946-1951, i cattolici allestirono una loro magnifica enciclopedia e, pochi anni più tardi, per iniziativa di Michele Federico Sciacca e dell’editore Marzorati, avviarono la stampa della monumentale antologia filosofica. Opera di cattolici, infine è l’Enciclopedia filosofica di Gallarate, indispensabile e insuperato strumento di studio e ricerca.  L’imitazione dell’enciclopedia di Gallarate, stampata dai progressisti, la “garzantina” di filosofia, al confronto fa la figura di un greve manifesto dell’ideologia al crepuscolo.
Nell’area della destra filo-cattolica, intanto, i promotori del Centro di Vita Italiana, dell’Isspe, della Fondazione Volpe e dell’Associazione dei giusnaturalisti cattolici, organizzavano prestigiosi convegni internazionali finalizzati al rilancio della filosofia italiana.
Impegnato nella massiccia produzione di stati d’animo nella fabbrica dell’effimero – film, romanzi, festival della canzonetta e avanspettacolo – l’apparato del Pci, in compenso, ha cercato e ottenuto successi arruolando cineasti avidi e vanesi, romanzieri ricattati bestialmente (si pensi al tragico caso di Cesare Pavese…) strimpellatori uggiosi, cantanti disperati, comici bavosi, moralisti d’assalto e poeti da vespasiano.
Infine ha istruito e lanciato una folla di storici consacrati alla calunnia e alla falsificazione sistematica della memoria italiana.
La verità emergente da un’attenta considerazione della storia della cultura nazionale nell’età contemporanea contempla la presenza marginale dell’apparato gramsciano nel campo della filosofia e il diluvio comunista nella cinematografia, nell’avanspettacolo, nei festival canori e nella storiografia falsificante.
Nello spazio a sinistra, che doveva essere occupato dal pensiero gramsciano, si sono attestati invece gli esponenti della cultura elucubrata dal salotto buono e dalle fumisterie adelphiane.
Agli eredi di Gramsci è toccato l’imbarazzante compito di accompagnare con lazzi e beffe la marcia del nichilismo “alto borghese”.
Gli egemoni immaginari sono diventati ciechi strumenti di un apparato iniziatico oscillante tra l’esoterismo di Guénon e la filosofia crepuscolare di Heidegger. Alla faccia della rivoluzione proletaria, i comunisti si sono calati nella parte che compete alle comparse di passaggio sul palcoscenico allestito dalla banca strozzina e dal salotto esclusivo.
I beneficiari ultimi del glorioso patto sull’egemonia gramsciana, non per caso, si aggirano – trionfalmente remunerati dalla stupidità degli emittenti e dalla prodigalità dei pubblici Pantaloni – tra il cabaret, il pulpito della televisione miliardaria, le sedi delle case editrici capitalistiche (quelle che pubblicano le opere degli storici appartenenti alla classe dei Camera & Fabbieti), i desolati cinematografi dove si proiettano (per pochi intimi) i sovvenzionati capolavori di Moretti e di Ciprì e Moresca. Ultimamente le procure a toga rossa e incendiaria.
Egemonia culturale, in conclusione? Un pallido bluff tentato dalla latitanza del pensiero in mezzo al disturbante-alienante frastuono del blablablah.  Non Gramsci ma Voltaire, sopra un palcoscenico inondato dalle acque nere della stupidità e del sadismo, cioè il lamento sul terremoto di Lisbona, tradotto nel ballo di San Vito eseguito da attori cocainomani e storici d’apparato.
Sull’egemonia progressista nei settori dell’avanspettacolo e della storia favolosa nessuno può dubitare. Ma la cultura propriamente detta abita altrove. L’incensante formula “filosofia progressista”, pertanto, rimane inchiodata all’umoristica categoria degli ossimori.
E’ dunque auspicabile che i politici imbarcati sul pittoresco e agitato carrozzone di centrodestra ne prendano atto e ne traggano le necessarie conseguenze. E tanto per cominciare si mettano alla ricerca della verità (nascosta dalle agenzie della disinformazione) sulla reale geografia della produzione filosofica sopravvissuta alla tragedia del Novecento.
Tale presa di coscienza, infatti, è il preambolo indispensabile a una seria (e finora latitante) politica culturale intitolata alla destra autentica.
Il vuoto tra la cultura ispirata dall’autentica tradizione italiana e la destra delle comparse emanate dal vuoto pneumatico e consegnate al devastante programma dei poteri forti (i poteri imbarcati sul panfilo Britannia e/o infeudati nelle porno-fondazioni di Rokefeller, Soros & Bill Gates) può e deve essere colmato.
La condizione inderogabile è che si prenda finalmente atto dell’inconsistenza delle ridicole mitologie intorno al gramscismo egemone e numinoso.

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