Il programma del ven. Pio XII attraverso la sua prima enciclica “Summi pontificatus”

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Di Emilio Artiglieri

Segretario e Coordinatore del Comitato Papa Pacelli

www.comitatopapapacelli.org

Il Comitato Papa Pacelli, che raccoglie centinaia di esponenti, soprattutto laici, del mondo della cultura, delle professioni, del giornalismo, dell’arte, allo scopo di far meglio conoscere ed apprezzare la figura del Venerabile Pio XII, intende qui celebrare l’atto di Benedetto XVI, che ha autorizzato la promulgazione del Decreto che ne riconosce le virtù eroiche, presentando la sua prima Enciclica, di cui, tra l’altro, è stato celebrato, nello scorso mese di ottobre, il 70° Anniversario.
Come scrive Padre Robert A. Graham in un articolo fondamentale sull’argomento (L’Enciclica “Summi Pontificatus” e i belligeranti nel 1939. La “strana neutralità” di Pio XII, in La Civiltà Cattolica a. 135, 1984, vol. IV, pagg. 137-151), “ogni prima Enciclica riveste un interesse particolare giacché, nella natura delle cose, essa è come una specie di programma del nuovo Pontificato. Quanto più ciò era vero nel 1939, quando l’Europa era appena caduta in una nuova guerra fratricida, con la reale possibilità che il conflitto si estendesse ad altri paesi e ad altri continenti. In siffatte circostanze, che altro poteva fare un Papa se non proporre una guida morale ai suoi fedeli dell’uno e dell’altro campo, enunziare principi di carattere sociale e preparare i cuori ad una eventuale onorevole riconciliazione? ……Nella sua analisi, Pio XII prese di mira gli arbitrii da parte dei poteri statali, mise in guardia da una moralità senza Dio ed esaltò la solidarietà del genere umano contro le divisioni introdotte dal razzismo. Concludendo il documento, il Santo Padre non poté evitare di toccare un argomento ‘specifico’; la sorte dei polacchi e della Polonia. I suoi pur concisi rilievi suscitarono particolare irritazione in Germania dove furono considerati come non neutrali…:‘il sangue di innumerevoli esseri innocenti, anche non combattenti, eleva uno straziante lamento specialmente sopra una diletta Nazione, qual è la Polonia, che….. attende fiduciosa nella potente intercessione di Maria Auxilium christianorum, l’ora di una resurrezione corrispondente ai principi della giustizia e della pace’.
Ciò contrastava nettamente – nota ancora Padre Graham – con le crude frasi pronunziate proprio poco prima da Hitler dinanzi al Reichstag. L’allusione alla ‘resurrezione’ ….bastava, dal punto di vista di Berlino, a mostrare come il Papa accettasse la tesi francese, secondo cui la guerra sarebbe finita con la sconfitta della Germania. Forse, nessun altro documento papale negli anni della guerra, fu così importante per dare a conoscere con chiarezza alla pubblica opinione l’atteggiamento di Pio XII” (p. 138).
Ancora da Padre Graham viene sottolineato che “il segno più spettacolare circa il significato che la Summi Pontificatus assunse agli occhi dei contemporanei fu il lancio di migliaia di copie di essa sul territorio tedesco, da parte dell’Aviazione francese……Chi potrebbe ingannarsi – si chiede Padre Graham – nel ritenere che il sostenuto ‘bombardamento’ rifletteva il convincimento dei francesi che l’Enciclica costituisse una buona propaganda antitedesca?” (ibidem, pp. 138-140).
A sua volta l’Inghilterra, tramite il Segretario agli Esteri visconte Halifax dichiarava che il documento papale “dal nostro punto di vista può essere considerato veramente soddisfacente” (ibidem p. 141).
A questo giudizio corrispondeva specularmente quello tedesco, secondo cui – per usare le parole di Reinhard Heydrich, capo dell’ufficio preposto alla sicurezza del Reich: “l’Enciclica è diretta unicamente contro la Germania sul piano ideologico come pure per quanto riguarda il conflitto tedesco-polacco. E’ evidente il pericolo che essa rappresenta per la politica sia interna che esterna” (ibidem p. 143; cfr. M. L. Napolitano, Pio XII tra guerra e pace. Profezia e diplomazia di un Papa (1939-1945), Roma 2002 p. 94).
A parte le parole dei protagonisti, sono comunque i fatti ad indicare come fin da subito fosse risultato ben chiaro l’atteggiamento di Pio XII di diretta opposizione al Terzo Reich.
Gia abbiamo citato il lancio di migliaia di copie del testo da parte dell’Aviazione francese; questo gesto si spiega con la circostanza che da parte tedesca erano stati posti gravissimi ostacoli alla diffusione dell’Enciclica.
Se ne ha, tra l’altro, riscontro da una lettera che il Beato Clemens August von Galen, l’intrepido Vescovo di Münster, indirizzò il 29 gennaio 1940 a Pio XII: “subito dopo aver ricevuto il testo dell’Enciclica di Vostra Santità Summi Pontificatus del 20 ottobre 1939, è stata mia premura fare in modo che il testo integrale di essa fosse riprodotto e distribuito ai miei fedeli. E tuttavia non ho trovato alcuna tipografica il cui titolare ritenesse di poter correre il rischio di provvedere alla stampa del testo dell’Enciclica. A seguito di una richiesta di informazioni inoltrata a Berlino, mi si faceva sapere che, contro la riproduzione e la diffusione dell’intera Enciclica, si sarebbe intervenuti con misure di polizia. Il 15 novembre 1939 la Centrale della Gestapo della città di Münster impartiva e distribuiva ai posti di polizia locali una direttiva, di cui allego copia, che ordinava di sorvegliare la lettura e la diffusione dell’Enciclica nelle Chiese e di denunciare gli ecclesiastici coinvolti” (in S. Falasca, Un Vescovo contro Hitler. Von Galen, Pio XII e la resistenza al nazismo, Cinisello Balsamo 2006, p. 143).
Von Galen continua spiegando come fosse riuscito ad aggirare, almeno in parte, tali inique restrizioni: “e tuttavia, al fine di portare almeno in parte a conoscenza ai fedeli della mia Diocesi gli importanti insegnamenti e le salutari esortazioni di Sua Santità, mi sono permesso di far uso, nella Lettera Pastorale per la Quaresima qui acclusa, di ampie citazioni tratte dall’Enciclica” (ibidem).
La soluzione adottata da von Galen, di inserire ampie citazioni dell’Enciclica nelle Lettere Pastorali per la Quaresima del 1940, fu seguita anche dagli altri Vescovi tedeschi, tranne che dall’Arcivescovo di Friburgo, Mons. Gröber, il quale commentò direttamente il documento papale dal pulpito nella notte di San Silvestro del 1939, ricevendo per questo una lode esplicita da parte di Pio XII e suscitando l’ira del già citato Heydric (cfr. R. A. Graham, art. cit., p. 147).
Ma, oltre al riferimento alla situazione polacca, quali erano i contenuti dell’Enciclica che apparivano chiaramente un attacco diretto alla politica nazista?
Pio XII considerava il conflitto appena scoppiato come la conseguenza di errori nefasti consolidatisi nel tempo.
Il primo errore – scrive l’Enciclica – e che anzi rappresenta “la radice profonda ed ultima dei mali che deploriamo della società moderna”, è “la negazione e il rifiuto di una norma di moralità universale, sia della vita individuale sia della vita sociale e delle relazioni internazionali”; il secondo errore consiste nell’oblio della legge di carità, cioè nella “dimenticanza di quella legge di umana solidarietà e carità che viene imposta e dettata sia dalla comunanza di origine e dalla eguaglianza della natura razionale di tutti gli uomini, a qualunque popolo appartengano, sia dal sacrificio di redenzione offerto da Gesù Cristo sull’Ara della Croce al Padre Suo celeste in favore della umanità peccatrice”.
Infine, il terzo errore è costituito – secondo Pio XII – da quelle concezioni “le quali non dubitano di sciogliere l’autorità civile da qualsiasi dipendenza dall’Ente Supremo, causa prima e signore assoluto sia dell’uomo che della società, e da ogni legame di legge trascendente, che da Dio deriva come da fonte primaria, e le concedono una facoltà illimitata d’azione, abbandonata all’onda mutevole dell’arbitrio o ai soli dettami di esigenze storiche contingenti e di interessi relativi”.
Sono queste, secondo la lezione pacelliana, le grandi fratture operate nel corpo della vita sociale e che hanno preparato da tempo le condizioni ambientali favorevoli allo scoppio del conflitto armato.
Si è rotto, infatti, il senso di una vera moralità che non fosse solo degli individui, ma anche degli Stati; si è infranto il vincolo della carità soprattutto con la diffusione di quelle dottrine razziali che, spezzando la fondamentale unità del genere umano e intaccando il vincolo della paternità di Dio, hanno permesso il ripetersi del gesto di Caino, assalitore e uccisore del proprio fratello; si è voluto infine emancipare lo Stato da Dio, costituendolo di conseguenza come fine ultimo e supremo dei cittadini, come arbitro della legge e della moralità, come dotato di una autorità assoluta e in nessun modo e da nulla limitata, così da negare, insieme con i diritti di Dio quegli degli uomini, così da violare fin l’intimo recesso delle coscienze, così da invadere il campo sacro della famiglia, mentre nei rapporti fra i popoli si apriva la via alla violazione del diritto altrui e si rendeva sempre più difficile l’intesa e la pacifica convivenza delle nazioni.
Non è chi non veda (e infatti, dall’una e dall’altra parte così fu ben vista) nello sviluppo delle argomentazioni di Pio XII una esplicita condanna del totalitarismo nazista e del paganesimo “corrotto e corrompitore”, che, grazie ad esso, tentava di risorgere, distruggendo quanto restava della civiltà cristiana, soprattutto in ordine al riconoscimento dell’unità della famiglia umana sotto la legge della carità.
E se le parole non fossero bastate, Pio XII le fece immediatamente seguire da un “fatto”.
L’Enciclica uscì il 27 ottobre 1939; rientrato da Castelgandolfo nella Città del Vaticano il 28 ottobre, Papa Pacelli conferiva il giorno dopo, festa di Cristo Re, nella Basilica di San Pietro, la consacrazione episcopale a 12 Vescovi missionari di varie nazioni e stirpi, fra cui 4 indigeni, riaffermando in tal modo l’universalità della Chiesa romana.
Nell’omelia pronunciata durante questo sacro rito, Pio XII sottolineava che “mentre il desiderio di cose terrene, gli odi intestini e le gelosie troppo spesso scindono e dividono gli animi degli uomini, la Chiesa di Dio, Madre amantissima di tutti i popoli, abbraccia con immensa carità tutta l’umana famiglia, senza distinzione di stirpe e di grado, e provvede, sia con la preghiera che con l’opera esterna, alla salvezza e alla vera felicità di tutti” (riportato in L’opera della Santa Sede per la pace. Nel I Anniversario di Pontificato di S. S. Pio PP. XII. Testi e documenti, Milano 1940 p. 94).
Sarebbe questo il Papa “di Hitler”?
Non solo affermare ciò è follia, ma anche il non negarlo vigorosamente rappresenterebbe quasi una beffarda rivincita di coloro che ben a ragione si erano sentiti colpiti dalle inequivocabili parole del programma pacelliano, ispirato a principi di giustizia, di pace e di fratellanza universale, programma che ha ispirato tutto il suo – oggi così, grazie a Benedetto XVI, possiamo sicuramente definirlo – “eroico” Pontificato, soprattutto negli anni terribili della guerra.

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