Il Sessantotto e la musica (quarta parte) – di Fabio Trevisan

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Il rock progressive e l’influenza folk

Sul finire degli anni ’60 compaiono sulla scena musicale, soprattutto inglese, numerosi gruppi, i cui membri spesso provenivano da studi classici, come ad esempio Keith Emerson (1944-2016), che formerà il famoso trio Emerson, Lake and Palmer o Rick Wakeman, celebre tastierista degli Strawbs e degli Yes, e ancora John Cale, fondatore dei Velvet Underground assieme a Lou Reed (Cale fu considerato un enfant-prodige, in quanto a otto anni già componeva e vedeva trasmesse dalla BBC alcune sue composizioni) e così David Bedford, le cui radici risalgono addirittura alla Royal Achademy of Music. Alcuni gruppi, come i Procol Harum, riprenderanno persino l’austerità solenne dell’Aria sulla quarta corda di Bach, così come Keith Emerson imiterà i Quadri di un’esposizione di Musorgskij e Wakeman alcune musiche di Franz Lizst. Molti altri complessi musicali, agli inizi degli anni ’70, incideranno dischi live con orchestre sinfoniche o da camera, a testimonianza di quanto la musica rock, in tante sue espressioni, portasse a lambire innumerevoli “mondi”, dal classico al folk, dal blues al jazz, proprio per manifestare il carattere fluido e pervasivo di una rivoluzione penetrante e dominante. In questo carattere innovativo di ricerca e di contaminazione con altri generi musicali sta il cosiddetto “rock progressive”, che affina, amalgama e perfeziona stili precedenti (come ad esempio il beat o il rock’n’roll) nell’ottica rivoluzionaria di creare nuove atmosfere, nuove musiche progressive, nuovi scenari, nuovi costumi. Tra i tantissimi gruppi che faranno riferimento al “rock progressive” meritano una menzione particolare i King Crimson (il cui perno, Robert Fripp, fonderà, in un suono ricercato e intenso, il lirismo espressivo con la nevrosi di un’era elettronica), i Traffic (con una miscela accurata di folk, blues, jazz, rock e con la voce originale di Stevie Winwood, prima nei Spencer Davis Group), i Genesis (in cui il perfezionismo tecnico, la sontuosità teatrale saranno al servizio del loro linguaggio musicale), i Van der Graaf Generator (con la voce allucinata di Peter Hammill e la sezione strumentale fatta di sax e tastiere che evocava profezie esistenziali legate a un mondo fantascientifico), gli Yes (i cui impasti vocali precederanno, richiamandoli, i Queen di Freddy Mercury), i Jethro Tull (con l’istrione flautista Ian Anderson a innovare l’uso dello strumento anche su influenze classiche), i Colosseum (con una sintesi prodigiosa di jazz e blues), i Family (che inseriranno riferimenti letterari, sociologici, evocando la poesia visionaria in una miscela musicale complessa), i Ten Years After (con la versione allucinogena di I’m going home, suonata a velocità supersonica da Alvin Lee). Anche la musica folk è stato un costante punto di riferimento nella musica pop legata al ’68, basti pensare alle sintesi artisticamente molto belle e con influssi addirittura di musica antica dei favolosi Pentangle, e poi ancora negli Stati Uniti i messaggeri del cosiddetto “Suono Nuovo”, i Byrds, tutti provenienti da ambienti folk (come il chitarrista David Crosby, che formerà successivamente il celebre quartetto Crosby, Stills, Nash & Young); ancora i Fairport Convention (protagonisti di un folk-rock inedito), l’Incredible String Band (il cui eclettismo musicale li porterà dal folk al raga indiano, a conferma di quanto il riferimento orientale fosse presente e cercato), gli Steeleye Span, i già ricordati Strawbs del primo Rick Wakeman, gli Steely Dan dei primi anni ‘70. Negli Stati Uniti anche la musica country influenzerà valenti interpreti che la utilizzeranno spesso in una sintesi con il rock, come in particolare faranno David Bromberg, Country Joe McDonald, la Nitty Gritty Dirt Band (che si avvarrà di autentici interpreti di country classico).  

La canzone di protesta

La contestazione del ’68 ha avuto quindi un carattere anti-metafisico (contro ogni principio di autorità, la trascendenza di Dio è stata la prima ad essere liquidata dall’orizzonte della propria vita) e anti-cristiano, tanto che, come si è visto, in un’ottica di protesta contro il sistema si è preferito un profilo di religiosità orientale al posto della religione cristiana dell’Occidente. Quest’opzione non è dipesa soltanto dal legame con droghe e allucinogeni e dalla loro potenzialità a liberare le menti: in tal senso meriterebbero un ulteriore approfondimento le esperienze con i vari guru indiani fatte dai Beatles, come anche la figura di un cantautore famoso come Cat Stevens, che cantava l’utopia pacifista di quegli anni affiancandola all’interesse per il buddismo zen. Nell’ambito musicale il ’68 è stato un urlo di protesta di una generazione che ha espresso il proprio malessere e il proprio disprezzo contro Dio, contro l’establishment, contro i “padroni della guerra”, contro ogni discriminazione (o presunta tale). Questo canto di protesta affondava le radici in tanti generi musicali e credeva di liberare la mente, il corpo e lo spirito assumendo atteggiamenti anticonformisti, dissacranti, trasgressivi che arrivavano pure alla violenza fisica contro un mondo da trasformare e distruggere. La strumentazione rotta sui palcoscenici dagli Who, la lotta corpo a corpo contro le tastiere di Keith Emerson, gli atti osceni in luogo pubblico dei Doors, le ripetute allusioni al sesso sfrenato di Frank Zappa, il rimando all’LSD dei Pink Floyd, il “vaffa…” gridato a Nixon, alla CIA dagli americani Fugs e ancora l’anarchismo e il pacifismo ostentato in Joan Baez con quell’inno “We shall overcome” cantato a squarciagola nei grandi raduni collettivi, gli oltraggiosi travestimenti di un Alice Cooper o di David Bowie, giocati da quest’ultimo attraverso l’ambiguità sessuale in un quadro di riferimento decadentista. Tutti questi gesti eclatanti, queste urla disperate (che avranno nei gruppi heavy metal o hard rock la loro massima espansione), questi travestimenti irriverenti, questi testi dissacranti e sconci costituiranno, assieme alle musiche, un unico potente grido di protesta, un’utopica sfida al cielo e alla terra che, in nome di una libertà senza freni, distruggerà, come ogni rivoluzione, se stessa. Bob Dylan, uno dei più ammirati menestrelli o folk-singer di riferimento di quell’epoca, sulle orme del suo idolo Woody Guthrie, inizierà quel “vagabondaggio barcollante per il creato” che lo porterà, con zaino e chitarra a tracolla, a scrivere canzoni di protesta come Blowin’ in the wind o Master of War , calcando palcoscenici che andavano dal Greenwich Village di New York all’ isola di Wight, divenendo uno dei “leader spirituali” del ’68. ]]>

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1 commento su “Il Sessantotto e la musica (quarta parte) – di Fabio Trevisan”

  1. Ottimo articolo di Fabio Trevisan, come sempre. L’aspetto musicale è importante per la comprensione del ’68. La dimensione musicale che nasce dal ’68 darà corso a quello che io definisco il “sessanttotismo sonoro”, in quanto saranno soprattutto i decenni successivi, i ’70 e ’80, a portare a compimento l’obiettivo culturale insito negli intrecci sonori partoriti. Trevisan elenca una serie di nomi. Mi limito a fare solo un esempio che li copre tutti: nel 1974 esce Relayer degli YES. Chiunque ascolti quel disco, soprattutto la prima lunga traccia, The Gates of Delirium, può comprendere cos’è stata la musica di quegli anni e cosa avrebbe prodotto in seguito. Quella suite è una sorta di compendio che, al netto delle indubbie capacità tecniche del gruppo britannico, mostra in modo chiaro la filosofia che c’era dietro. Anche la terza traccia, To Be Over, esaurisce chiaramente tutto ciò.
    La sistematica allusione all’oltre (che è il nulla), veicolata dalle dottrine orientali o pseudo tali, trova in quella musica articolata, variegata e ostica l’inno alla dissoluzione dell’Uomo

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