Il Sessantotto: musica, ma non  solo – di Fabio Trevisan

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A conclusione delle puntate dedicate a “Il Sessantotto e la musica” sarà utile rispondere ad alcuni quesiti posti dai lettori, che testimoniano l’interesse suscitato dall’argomento. L’analisi non poteva, per ragioni di spazio, essere esaustiva, né trattare dettagliatamente ogni singolo genere musicale e tantomeno ogni singolo artista o gruppo musicale. Questo viene fatto per la musica italiana, ma ancora una volta in maniera non esaustiva, nella rubrica “Ma che musica maestro” (ho iniziato con la musica italiana, ma il mio intento sarebbe quello di allargare lo scenario a quella straniera).

Da appassionato (non oso definirmi intenditore) di musica, devo dire che custodisco circa un migliaio di vecchi 33 giri in vinile, a testimonianza di una passione coltivata da decenni. Cosicché penso di possedere un valore artistico (anche commerciale, tanto che le mie figlie ogni tanto mi propongono di venderne alcuni pezzi, così per arrotondare il bilancio familiare). Tutti i gruppi musicali e i cantanti che ho citato nei vari articoli li ho quindi ascoltati più volte e i generi musicali che ho via via affrontato li ho analizzati con cura: dal blues al rock’n’roll, dal folk alla canzone d’autore, dal country all’hard rock, dalla musica celtica a quella psichedelica, dal jazz al progressive rock – rock progressive come si citava negli anni ’70 quando si ascoltava con gli amici. 

Per venire alle precisazioni, ve ne sono alcune che riguardano i singoli settori trattati e ve n’è un’altra più generale. Nel primo caso, per esempio, quando parlo di “scuola genovese” includendo Fabrizio De André e Bruno Lauzi, sono consapevole delle distanze anche politiche tra un anarchico come De André e un liberale come Lauzi. Entrambi però sono annoverati nella cosiddetta “scuola genovese” e hanno avuto come riferimento i chansonniers francesi, in particolare Georges Brassens. 

Per quanto riguarda la precisazione di tema generale, devo dire la questione “Il ’68 e la musica” solitamente la presento all’interno di un ciclo di almeno tre incontri, dove cerco di sottolineare le cause prossime che hanno portato all’esplosione sessantottina (non solo musicalmente), cercando di rilevarne la portata e gli effetti dopo più di cinquant’anni. Pertanto, nell’analizzare il ’68 (ripeto, non solo musicalmente) la prima domanda che bisognerebbe porsi è: “Che cosa è stato il ’68? Rivoluzione o Contestazione?”. E ancora: “Che tipo di Rivoluzione o di Contestazione?”. Credo che il ’68 abbia origini lontane, come mette in luce la scuola controrivoluzionaria di Plinio Correa de Oliveira (1908-1995). 

Certamente i cosiddetti “maestri del sospetto”: Karl Marx (1818-1883), Friedrich Nietzsche (1844-1900) e Sigmund Freud (1856-1939) hanno influito notevolmente, basti pensare ad esempio alla “Scuola di Francoforte”, composta da ebrei tedeschi di ispirazione marxista e freudiana che, a causa dell’avvento del nazismo, si rifugiarono negli Stati Uniti.  Tanto per citarne alcuni, tra i più conosciuti: Max Horkheimer (1895-1973), Theodor Adorno (1903-1969), Wilhelm Reich (1897-1957), Erich Fromm (1900-1980), Herbert Marcuse (1898-1979). 

Le opere di Horkheimer, in particolare “Teorie tradizionali e critica” del 1937 e “Dialettica dell’illuminismo” (con Adorno) del 1947 rimandano ai metodi critici e dialettici di Immanuel Kant (1724-1804) e Friedrich Hegel (1770-1831). Adorno, con l’opera: “La personalità autoritaria” del 1950 e “Minima moralia” del 1951 svilupperà i temi della vita offesa dal nazismo, della “triste scienza” che porteranno alla “Dialettica negativa” del 1966. Reich, riprendendo Freud, elaborerà il ruolo sociale della sessualità in opere come “La funzione dell’orgasmo” del 1927, “La lotta sessuale dei giovani” del 1932, “La rivoluzione sessuale” del 1936. Reich è stato considerato, con Marcuse, profeta di quella “rivoluzione sessuale” che influenzerà il costume e la musica del cosiddetto ‘68. Fromm, con “Psicoanalisi della società contemporanea” del 1955 svilupperà una riflessione sul problema della libertà, così come in “L’arte di amare” del 1956 e il best seller “Avere o essere?” del 1976. 

Icona delle rivendicazioni sessantottine è stato il già menzionato Marcuse, che nell’opera “Eros e civiltà” del 1955 e “L’uomo a una dimensione” parlava di liberazione dell’eros. A lui si deve il ruolo dell’immaginazione al potere e il concetto di “tolleranza repressiva” che tanti epigoni sessantottini seguiranno (basti pensare ai cosiddetti “ma-ma-maoisti”: Marx, Marcuse, Mao). Anche la “Beat Generation” ha contribuito, soprattutto negli Stati Uniti, a diffondere uno stile di vita, dagli hipster ai “bopper” che, passando dallo swing dell’anteguerra, approderà al “be bop” della fine anni ’40 in particolare con la musica afro-americana di Charlie Parker e Dizzy Gillespie. 

Jack Kerouac (1922-1969), Allen Ginsberg (1926-1997), William Borroughs (1914-1997), Lawrence Ferlinghetti (1919) e Gregory Corso (1930-2001), solo per citarne alcuni, si ritrovavano a quello stesso Greenwich Village dove si incontravano poi Bob Dylan, Joan Baez e altri numerosi artisti che parteciperanno successivamente ai vari Festival di Woodstock, Monterey e altri raduni degli hippies. A Kerouac si deve il significato stesso di “beat” e di “on the road”, espressioni diffuse ancor oggi. Ginsberg con il romanzo “L’urlo” del 1956 ha interpretato la ribellione e fatto da ponte tra il “beat” e l’universo hippy. Borroughs ha influenzato, con l’uso di droghe e comportamenti omosessuali, i costumi successivi (non a caso i Soft Machine si ispireranno al suo romanzo nel dare il nome all’omonimo gruppo di Canterbury). Ferlinghetti, editore della cultura underground, nel 1953 fondò la libreria “City Lights” a San Francisco dove pubblicò numerose opere della “Beat Generation”. 

Un tema come “il ’68 e la musica” (inteso anche come rubrica da me curata) presuppone e innesca quindi una riflessione più ampia su un “movimento” trasversale che ha influenzato tutte le dimensioni dell’umano (spirituale, artistico, politico, sessuale, eccetera). Bisogna quindi chiarire cosa si intende per ’68: se viene considerato come libera espressione di una generazione che si è ribellata contro l’autoritarismo o, piuttosto, come manifestazione soggiacente a ideologie di ispirazione marxista (aspetto egualitarista) o liberal-capitalistiche (aspetto liberale).

Personalmente propendo per questa seconda interpretazione, tanto che, per tornare alla musica, si possono trovare essenzialmente due ambiti: il filone di protesta (che abbraccia la musica afroamericana, in particolare il blues, per arrivare al rock’n’roll, ad esempio quello dei Rolling Stones, ma anche quello derivante dai folk singer come Woody Guthrie o Pete Seeger per approdare a Bob Dylan, Joan Baez fino a Bruce Springsteen) e il progressive rock, di ricerca artistica più liberale (dai King Crimson agli Yes, dai Jethro Tull ai Genesis, dai Pink Floyd ai Van der Graaf Generator). 

Come si vede, tutto comincia dalla comprensione di che cosa sia stato il ’68.

                                                                 

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