ISLAM. CULTURA E LEGGE – di Patrizia Stella (prima parte)

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di Patrizia Stella

 

prima parte

islam

Per capire l’Islam, la sua cultura e le sue leggi, in una narrazione sintetica, è indispensabile partire dalla conoscenza dei due pilastri fondamentali dell’Islamismo: Maometto e il Corano. Questa premessa ci permetterà di conoscere meglio i due aspetti della cultura islamica, cioè i contenuti della dottrina e i 1400 anni di storia, dal 600 circa ad oggi.

MAOMETTO

Nacque alla Mecca intorno al 570 e di lui non abbiamo fonti storiche scritte ma solo tradizioni. Il suo vero nome fu “Qotam” e l’appellativo di “Mohammad” (= il glorificato), fu posteriore. Rimasto orfano fin da bambino, passò sotto la tutela prima del nonno paterno, poi dello zio Talib che lo avviò all’attività carovaniera come cammelliere. A venticinque anni conobbe e sposò una ricca vedova, Qadigia, di 15 anni più grande di lui, nipote di un Vescovo eretico de La Mecca, Uarahà Ben Nauffal, nestoriano, con il quale Maometto strinse amicizia.  Conobbe pure un frate scismatico, Rahéb Bohàera, detto il frate del lago, con il quale si presume scambiasse colloqui di carattere religioso. In Arabia e dintorni, al tempo di Maometto il cristianesimo era diviso in molti gruppi eretici e scismatici, fra cui primeggiavano i “Nestoriani” e “gli Ariani” che seguivano una interpretazione distorta della Bibbia e del Vangelo, soprattutto con riferimento alla figura di Cristo come vero Uomo e vero Dio. Sia per influenza del frate del lago, sia perché ammirato dalla figura ieratica del Vescovo nestoriano, dai quali sentiva parlare di Sacra Scrittura, inizialmente cominciò ad invidiare i cristiani e i giudei perché essi avevano i Profeti, i Libri Sacri, un Dio unico e spirituale, mentre rozza era l’idolatria del suo popolo che adorava nella “Ka’aba” della Mecca, (una costruzione rettangolare dove le tribù nomadi venivano ad adorare i propri feticci), un’accozzaglia di 360 pietre dalle varie forme, di cui la più venerata era la “Pietra Nera”. A questo primo periodo della sua vita, che arriva fino ai 30 anni circa, sotto il probabile influsso dei suoi amici cristiano-nestoriani o scismatici, potrebbero risalire i primi versetti del Corano, dove si parla in modo vago ed approssimativo dei Profeti, tra cui Mosè, Abramo, David… Gesù stesso è annoverato tra i Profeti, ma di lui Maometto nega l’aspetto essenziale: il mistero della sua morte e risurrezione a salvezza dell’umanità (Mistero Pasquale).

Ben diversi sono gli altri versetti del Corano scritti a seguito delle sue cosiddette “visioni” o crisi religiose, che iniziarono dopo i 30 anni.[1] In questo secondo periodo della sua vita, (morì nel 632, a 60 anni circa), cominciò a manifestarsi in Maometto una personalità complessa e contraddittoria, facile all’esaltazione e insieme all’inquietudine e al dubbio; un temperamento di grande passionalità spesso morbosa, unita a slanci religiosi. Cadeva in deliquio, il volto si faceva rosso, nelle orecchie percepiva un inspiegabile ronzio metallico, le labbra si coprivano di schiuma, dalla gola emetteva suoni strani, tanto che la gente si allontanava da lui spaventata.  Da quei momenti di esaltazione in cui affermava di avere delle visioni usciva con la certezza che Dio gli aveva parlato e che egli era il profeta mandato da Allah per insegnare al popolo arabo la fede monoteista. Spronato dalla moglie Qadigia, Maometto si convinse di essere lui l’ultimo Profeta, il suggello di tutti i Profeti. Fu malattia nervosa? Autosuggestione? E quell’essere misterioso definito l’Arcangelo San Gabriele chi poteva realmente essere? Lasciamo questo compito agli studiosi. [2]

La sua predicazione incontrò un’accanita opposizione sia da parte dei Giudei che si burlavano di lui, sia da parte dei commercianti de La Mecca che vedevano svanire la fonte dei loro guadagni legati al commercio delle pietre ritenute “sacre”.  A quel punto Maometto pensò che era necessario usare la forza e si trasformò in guerriero temerario.  Nel 622 fu costretto a fuggire da La Mecca con un gruppo di fedelissimi (Egira) e trovò accoglienza a Medina, allora dilaniata da fazioni interne, e lì pensò di dare un risvolto politico alla sua missione. Nel documento conosciuto come “Editto di Medina” dettò quella che può essere definita la “Costituzione islamica”, nella quale Maometto definisce l’Islam come comunità di credenti che combattono per imporre la legge di Allah al mondo intero.  Infatti le sue battaglie, condotte al grido di “Sangue, sangue, distruzione, distruzione”, avevano non solo lo scopo di ripulire l’Arabia dagli idoli, ma anche quello di condurre all’Islam tutti i popoli della terra.[3] Fu perciò considerata “guerra santa” e venne sancita poi sul Corano in numerosi e inconfutabili versetti. Recita infatti il Corano: “Vi è prescritta la guerra, anche se non vi piace” (Cor.2,216). “Uccidete gli idolatri ovunque li troviate” (Cor. 9,5).  “Profeta! Lotta contro gli infedeli e sii duro con loro” (Cor. 66,9). In questa lotta i cosiddetti “infedeli” non hanno alcun diritto perché l’Islam non riconosce come soggetti giuridici persone o Stati non musulmani, e nemmeno riconosce i diritti dei prigionieri che sono “proprietà” dei vincitori. La schiavitù abolita in Occidente dal Cristianesimo, è legittimata nei Paesi islamici perché riconosciuta ufficialmente dal Corano (Cor.2,221).

Mons. Fouad Twal, arcivescovo di Tunisi, afferma che l’Islam è portatore di un modello di società mirante all’istituzione di uno Stato teocratico e totalitario fondato sulla “Shari’ah” e che la “Jiahad”, la guerra santa, non è un aspetto marginale dell’Islam, ma costituisce un obbligo grave del credente, e contro coloro che hanno voluto interpretare questo termine in modo riduttivo, come se fosse solo un combattimento spirituale, l’Arcivescovo risponde che i testi e i fatti sono chiari: “Si tratta di una vera lotta armata contro gli infedeli, cioè contro tutti coloro che non sono musulmani. E’ la religione della forza perché si impone solo con la forza e cede solo davanti alla violenza. Islamismo e violenza fanno parte integrante dell’Islam”.

Le tanto discusse Crociate condotte dai cristiani contro l’Islam tra il XII° e il XIII° secolo nulla hanno da spartire con la guerra santa perché, oltre ad essere ben circoscritte in un determinato periodo storico, non avevano lo scopo di imporre la fede cattolica al mondo, ma solo quello di liberare i prigionieri e i luoghi santi dove i musulmani si erano insediati impedendo l’accesso a tutti gli altri “pellegrini infedeli”.[4]

Alcuni studiosi sono convinti che comunque Maometto portò dei benefici perché unificò, in nome di un solo Dio, le varie tribù arabe in lotta tra loro eliminando l’idolatria del popolo arabo e in buona parte anche di quello asiatico e africano.  A queste affermazioni rispondono due conoscitori dell’Islam, Bausani e Fahad affermando che la lotta contro l’idolatria fu in realtà, parziale, in quanto Maometto fece sì eliminare tutte le pietre considerate sacre da la Ka’aba, tranne una, la cosiddetta “pietra nera”, tuttora luogo sacro di pellegrinaggio e oggetto di venerazione per tutti i musulmani.  Inoltre il culto da lui prescritto, basato soprattutto su gesti eclatanti, prostrazioni, abluzioni, girotondi intorno alla pietra sacra e altre espressioni esterne fine a sé stesse, è puramente esteriore e formalistico, e non coinvolge affatto l’intimo della persona né il suo comportamento morale.[5]

Lo stesso monoteismo islamico che aveva il compito di debellare l’idolatria è rigido e inflessibile, perfino con gli stessi musulmani: chi trasgredisce viene sottoposto a punizioni pubbliche terribili: mutilazioni, amputazioni di arti, flagellazioni, fustigazioni e anche con la morte perpetrata in modo terribile, per lo più attraverso la lapidazione. Allah è un Dio lontano e inconoscibile all’intelletto umano, arbitro di tutto, che esige la sottomissione assoluta dell’uomo fino al punto di vanificare la sua libertà e responsabilità, anzi fino al punto di sottrargli perfino la vita in modo cruento. (Cor. 2,216;  9,5;  66,9; 47,35) .

Per l’Islam Dio è talmente inconoscibile che non può essere raffigurato in alcun modo, a tal punto che Maometto decretò la distruzione di tutte le immagini, (la cosiddetta guerra iconoclasta), non solo quelle sacre, ma anche profane, cioè esiste la proibizione più assoluta di raffigurare, o dipingere, o scolpire chicchessia.  Per citare solo un esempio, se qualcuno ha visto in quale stato pietoso è stata ridotta la chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli i cui preziosi mosaici d’oro sono stati tutti coperti dall’Islam da un orrendo strato di calce o cemento, può farsi una pallida idea di che cosa potrebbe accadere alle meravigliose nostre chiese italiane, ricche di opere d’arte tra le più preziose del mondo, se dovesse prevalere la cultura islamica.

Siamo ben lontani dal concetto di Dio che ci insegna la teologia cattolica, un Dio che mostra il suo volto nel Figlio, Gesù Cristo, un Dio che è nostro Padre, ricco di bontà, di misericordia e di perdono, rispettoso della libertà dell’uomo fatto a sua immagine e somiglianza; un Dio che si fa conoscere all’intelletto umano attraverso la Creazione ma soprattutto attraverso la Rivelazione. Un Dio che rivela la sua vita intima, Trinitaria nelle Persone, alla cui gloria e felicità l’uomo è chiamato a partecipare. Un Dio, poi, che ama l’uomo a tal punto da arricchirlo di doni e di talenti perché possa sfruttarli per migliorare il mondo con il lavoro, l’arte, la scienza, la pittura e tutte le attività umane. San Tommaso d’Aquino nella “Summa contra Gentile” al cap. VI, afferma: “Maometto neppure ebbe la testimonianza dei Profeti precedenti; anzi, egli guasta gli insegnamenti del Vecchio e del Nuovo Testamento con racconti favolosi, come risulta dalla lettura della sua legge. Ecco perché, con astuzia egli proibisce di leggere i libri del Vecchio e Nuovo Testamento; per non essere tacciato di falsità”.

Con le donne Maometto non era certo tenero. Aprì la strada alla poligamia più sfrenata adducendo la frase coranica “Dio è indulgente e misericordioso” e quando sottrasse la moglie a suo figlio adottivo Zeid, la bella Zàynab, per annoverarla fra le sue oltre 20 spose (alcune delle quali bambine), esclamò: “Gloria a Dio che volge come vuole il cuore degli uomini” (sura 33). La verginità è ritenuta oltraggio alla natura, la donna definita adultera per rapporti sessuali avuti o subiti fuori dell’harem di appartenenza è condannata all’ergastolo in casa propria, o alla lapidazione. Dice il Corano “Se alcune delle vostre donne commettono turpitudini, portate quattro di voi a testimoniare contro di loro, e se questi testimoniano sulla verità del fatto, rinchiudete le colpevoli in casa finché le colga la morte o Dio offra loro una via di salvezza” (Cor. 4,15)

Maometto invitò i fedeli maschi a seguirlo su questa strada a spese della dignità della donna considerata proprietà dell’uomo, essere inferiore, privo di libertà, abbandonata al capriccio dell’uomo, esclusa dalla convivenza sociale. A quei tempi (anche tuttora in alcuni paesi arabi) le era perfino vietato di mettere piede nella moschea. “Il Paradiso non è fatto per le vecchie” rispose Maometto ad una fedele avanti negli anni che si raccomandava alle sue preghiere per ottenere la beatitudine eterna. Anche queste volontà di Maometto vennero sancite nel Corano, persistono tuttora e costituiscono la base fondamentale dell’islamismo odierno.

I CONTENUTI DELLA DOTTRINA

IL CORANO

E’ una sorta di libro-divinità consegnato da Maometto ai suoi fedeli, inizialmente tramite predicazione orale perché Maometto era analfabeta, ma circa vent’anni dopo la sua morte, il terzo Califfo, Otman, decise di raccogliere tutti i frammenti che erano stati scritti dai seguaci su improvvisate strisce di cuoio, su foglie di palma o su cocci di pietre levigate, in un libro di 114 “sure” o capitoli e a questo libro diede il nome di “Corano (da Qu-ram = recitazione).   Il Califfo fece poi bruciare tutti i frammenti che contenevano gli oracoli e le esortazioni di Maometto raccogliendoli da tutto il territorio arabo, e con essi fece bruciare anche tutti gli altri libri, sacri o profani che fossero, a partire dalla Bibbia, dando così il suo “placet” alla distruzione di tutte le opere scritte che non fossero il Corano.  In pratica il Corano risulta essere un insieme di esortazioni, di regole rituali, di articoli penali e civili, di proclami di guerra, di preghiere, di gravi imposizioni, di visioni dal tono profetico ecc.  L’Islam, non ammettendo la conoscenza razionale di Dio e del mondo, fonda le sue conoscenze solo sulla fede come valore assoluto, cioè su un fideismo cieco in nome del Corano dove prevale una concezione della vita fatalistica e sensuale. il Corano è l’unica legge religiosa e civile, immutabile e intoccabile, gravemente vincolante. (Cor. 5,33). Al di fuori del Corano il nulla, anzi fuori del Corano esiste solo il peccato che va sempre combattuto e distrutto.[6]

E il Ramadan? E’ una parodia del digiuno! Se durante il giorno sono vietati cibi e bevande, durante la notte è lecito tutto, senza alcuna restrizione. Chi può, passa la giornata dormendo e tramuta la notte in orgia.  Noi occidentali rifuggiamo invece da tutte queste forme esterne molto appariscenti, talvolta pompose, che fanno comunque parlare molto di sé i mass-media.  Preferiamo l’interiorità dell’atto di fede, la penitenza o il digiuno nascosto che Dio solo vede e ricompensa; ci è più consono pregare anche per strada, ma in silenzio, a tu per tu con Dio che vede nel profondo del nostro cuore, e il nostro stesso incontro domenicale per la Santa Messa è sempre compiuto all’insegna della sobrietà, del raccoglimento, sia pure festoso ma contenuto, proprio perché questo è lo stile che Gesù Cristo ci ha proposto nel Vangelo e che noi, credenti e non credenti, abbiamo assimilato e fatto nostro in duemila anni di storia. Troviamo in S. Matteo quelle esortazioni stupende: “(…) Tu, invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto, e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”. (Mt.6,17)   Ancora in Matteo: “Quando pregate non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze per essere visti dagli uomini (…) Tu invece quando preghi entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”. (Mt.6,5). E’ talmente radicato in noi questo concetto che siamo soliti tacciare di ipocriti coloro che frequentano la chiesa e poi si comportano male nella vita, proprio perché la nostra fede è basata anzitutto sull’interiorità e moralità della persona, sulla conversione del cuore, sulla preghiera personale o comunitaria che fugge da ogni ostentazione esterna.

Il Paradiso. Sia Islam che Cristianesimo promettono un premio nell’al di là, nel Paradiso, però con una differenza abissale: il Paradiso dell’Islam, una specie di “bengodi” materialistico e carnale, (Cor. 19,62; 37, 48-49; 38,52; 78,33;) non è certo lo stesso Paradiso di cui parla Gesù Cristo, e soprattutto non lo si raggiunge percorrendo la strada della violenza omicida ma quella dell’amore e della rinuncia!

PERSONA – SOCIETÀ – LEGGE. La difficoltà più grossa, comunque, per un’intesa con l’Islam non riguarda solo l’aspetto teologico-religioso, come negazione dei contenuti principali della fede cristiana, ma investe, come accennato, anche l’ambito civile, sociale e legale perché la visione della vita, della società, della famiglia, della donna, della legge è del tutto stravolta rispetto alla nostra cultura e Costituzione.[7]

  • L’Islam non conosce il concetto di persona come soggetto di diritto, sul quale si fonda la nostra Costituzione, concetto che risale al cristiano Boezio (intorno al 500) che definì la persona con quella famosa frase “rationalis natura, individua substantia”: la persona è “sostanza individuale di natura razionale”. Definizione accettata e completata poi da S. Tommaso con l’aggiunta del termine “intellectualis”. L’Islam prevede solo il diritto della “ummah”, cioè della comunità islamica.
  • L’Islam non conosce il concetto di libertà, né sociale, né personale, né di associazione, né di stampa ecc. Il giornalista Carlo Sgorlon in un articolo su “Il Tempo” del 30 dicembre 2000 afferma: “Il maomettano “tipo” non si integra, chiede che ogni suo costume religioso sia rispettato, ma egli nulla concede al cristiano perché il vero mussulmano non cede mai, non conosce né la tolleranza, né l’accettazione, né la mutazione di atteggiamento.  O fai ciò che lui vuole, oppure si arriva alla guerra.
  • La Corte di Giustizia Europea con sentenza del 31/7/2001, ha decretato l’incompatibilità della Legge Coranica (Shari’ah) con la Convenzione per i diritti dell’uomo, ma di questo nessuno parla.[8]

VALORE DELLA VITA E RICCHEZZE. I musulmani, pur disponendo di immense ricchezze grazie al petrolio, vivono da miserabili: non sanno o non vogliono costruire fabbriche, né aziende, né edifici pubblici, né scuole (se non coraniche e di addestramento alla guerra), né teatri, né ospedali  ecc.… perché il loro più alto obiettivo non è il benessere sociale ma solo quello di islamizzare il mondo con tutti i mezzi possibili compreso il suicidio kamikaze. La loro ricchezza infatti è quasi esclusivamente orientata all’acquisto di armi e al finanziamento di moschee e di centri di islamizzazione disseminati in tutti i Continenti, soprattutto in Europa.[9]

SUICIDIO KAMIKAZE. La “cultura” dei kamikaze è propria delle idolatrie pagane che esigevano sacrifici umani in nome degli dei, in questo caso in nome di Allah, mentre è totalmente sconosciuta nel Cristianesimo il quale non ha mai concepito il suicidio come strumento di guerra o di distruzione, e mai comunque per uccidere, bensì per salvare gli altri.  I santi e i martiri, infatti, hanno offerto la propria vita sull’esempio di Cristo, per la vita e la salvezza degli uomini, e il martirio non se lo sono mai cercato volontariamente, ma lo hanno dovuto subire piuttosto di rinnegare Cristo! Citiamo ad esempio i primi Santi Martiri cristiani i quali, anche in tenera età, Santa Eufemia, Santa Agnese, San Tarcisio ecc. preferivano subire il martirio piuttosto che rinnegare la divinità di Cristo; S. Pietro Nolasco (1180-1249) che fondò l’Ordine di Santa Maria della Mercede per la redenzione degli schiavi con lo scopo di riscattare i cristiani fatti schiavi dei Mori, non solo offrendo i propri beni ma, in casi estremi, anche la propria vita; San Tommaso Moro (1477-1535) che subì la decapitazione da parte del re d’Inghilterra Enrico VIII per non acconsentire al fatto che egli si proclamasse capo della chiesa anglicana al posto del Papa; S. Pietro Claver (1580-1654) che, assieme alla sua congregazione, riscattava gli schiavi indigeni anche a costo della propria vita ai tempi della scoperta dell’America; San Massimiliano Kolbe (1894-1941) che si offrì al posto di un condannato a morte nei lager nazisti ecc.  E’ di questi giorni il martirio di una suora italiana, suor Leonella, uccisa a Mogadiscio proprio in odio al cristianesimo e al discorso del Papa.  Gli esempi sono migliaia di migliaia, tutti documentati, e tutti costoro dovrebbero rivoltarsi nella tomba davanti alla nostra pusillanimità, vigliaccheria, o tradimento della nostra fede in Gesù Cristo.

LA FAMIGLIA, OVVERO L’HAREM,  E IL MATRIMONIO. Fin dai tempi di Maometto, nonostante il “Profeta” avesse un numero alto e imprecisato di mogli, senza contare le schiave e le concubine, si pensò di porre un limite al numero delle “mogli “ e fu stabilito il 4, ma in realtà ogni uomo può avere tutte le concubine e schiave che vuole, sull’esempio del Profeta, scelte per capriccio, o comperate nei pubblici mercati, dipende solo dalle possibilità economiche del maschio. Normalmente per un maschio avere più soldi significa anche avere più donne per il suo harem perché l’Islam considera la poligamia non solo legale ma consigliabile in quanto giustificata dalla vita di Maometto e  sancita poi dallo stesso Corano (Cor. 4,3 – 129)

Nell’harem di Abder Rhaman, ricco califfo di Cordoba nel secolo X°, si contarono fino a 6.340 donne, tutte giovanissime e tenute prigioniere alla mercè dei capricci lussuriosi di un califfo. A quei tempi un harem di media grandezza era composto da circa 500 tra mogli e concubine, e costituiva una tale fonte di vizi morbosi che spesso portavano i “padroni” dell’harem, sultani o califfi che fossero, alla demenza e alla morte, come avvenuto al sultano ottomano, Murat V, che fu deposto nel 1876 perché debilitato da eccessi sessuali che lo condussero al delirio e alla morte.

Gli harem veri e propri, quelli numerosi e fiabeschi, diciamo da “mille e una notte”, esistono ancora solo nei paesi arabi o iraniani, ben protetti e diretti dai prìncipi del petrolio e nei quali vanno a confluire con molta probabilità quasi tutte le donne rapite nel mondo. Tuttavia il concetto di harem, inteso come possesso da parte di un uomo di un certo numero di mogli e concubine è sempre vivo nel mondo islamico perché fa parte integrante della sua mentalità sancita nel Corano e può essere così sintetizzato:

  • il matrimonio e la famiglia per l’Islam non è inteso come libera scelta di un solo uomo e di una sola donna, ma come scelta unilaterale di un uomo che decide di “comprare” una o più mogli per il suo harem. La donna appartiene sempre ad un harem, o a quello del marito, o del padre o di un fratello. Non si concepisce che essa possa essere indipendente, “libera di stato”, come diciamo noi. Il matrimonio islamico è solo l’oggetto di una transazione basata su un accordo di tipo commerciale.  Può venire sciolto o per volontà del marito (ripudio), o per mutuo consenso (divorzio), ma più frequente è il primo caso. Il ripudio (talaq) consiste in una dichiarazione unilaterale solo da parte del marito, con effetto immediato nei confronti della moglie la quale deve lasciare subito la casa, o l’harem, e non sempre le è consentito di portare con sé i figli.
  • Ai nostri giorni si pratica per lo più la poligamia “nel tempo”, o il cosiddetto “matrimonio temporaneo”. Lo studioso dell’Islam, Gautier afferma: “E’ normale che il personale femminile dell’harem si rinnovi per divorzio annuale, perfino mensile o settimanale[10] I musulmani residenti in Occidente spesso vivono la poligamia attraverso “piccoli harem” costituiti da una moglie con i figli, sparsi sul territorio, i cui membri spesso neppure si conoscono tra loro, pur essendo tutti “di proprietà” di un solo marito il quale, periodicamente, va a “controllare la situazione”, unendosi ora a una, ora all’altra moglie, a parte le concubine, se il marito ha risorse economiche per mantenerle tutte, ma spesso vi contribuiscono le stesse organizzazioni islamiche perché il moltiplicarsi della prole favorisce l’espansione dell’Islam.
  • Nel mondo islamico la famiglia sparisce con il padre o con il capo essendo costituita soltanto per lui, fondata sulla sua autorità. Continua Gautier: “Quando l’uomo muore, quello che era il suo harem, basato solo sulla sua autorità, sparisce con lui, si dissolve e inizia un altro harem, del tutto nuovo e diverso, senza rapporto di continuità con quello che è scomparso. Nel nuovo harem la donna che prima era stata moglie, potrebbe divenire schiava del nuovo “padrone”. Anche per questo i cognomi sono pressochè tutti uguali perché manca una vera discendenza genealogica”.[11]
  • Nel mondo Occidentale, invece, la famiglia può durare secoli; molto forte è per noi il concetto di “genealogia”, di “discendenza per sangue” si parla di “parenti diretti o acquisiti”, ecc. e comunque la famiglia sopravvive alla morte del padre perché non è fondata solo sull’autorità paterna ma su una serie di legami di parentela, di interessi comuni, di abitudini, di tradizioni, di affetti ecc. che la rendono unita.

(segue)

NOTE

 

[1] S. Noja, Maometto profeta dell’Islam, Mondadori, Milano, 1991

[2] S. Noja, op. cit.

[3] S. Nitoglia, L’Islam com’è, Il Minotauro, 2002

[4] J. Richard, La grande storia delle crociate, Newton & Compton Editori, Roma, 1999

[5] A.Bausani, T. Fahad, Storia dell’Islamismo, Mondadori, Milano, 1997

[6] A. Bausani, Il Corano, Sansoni, Firenze, 1961

[7] G. Baget Bozzo, Di fronte all’Islam, Il grande conflitto, Marietti, Genova 2001

[8] “Affaire Refah Partisi (Parti de la prosperité) et autres c. Turquie (Requetes nos 41340/98, 41342/98, 41343/98 41344/98)

[9] Roberto de Mattei, Guerra santa, guerra giusta, ed. Piemme

[10] F. Gautier, Moeurs et coutumes musulmans, Payot, Paris, 1931

[11] F. Gautier, op. cit.

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