Itinerari della destra cattolica

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Itinerari della destra cattolica

Piero Vassallo – Itinerari della destra cattolica – Edizioni Solfanelli – 2010 – Pagg. 160 – € 12,00

Recensione a cura del prof. Valentino Cecchetti

Itinerari della destra cattolicaPer spiegare i paradossi della cronaca e i fenomeni in apparenza incomprensibili, le «esternazioni laiciste» di Gianfranco Fini e i flebili lamenti dei «cattolici maturi» arruolati nelle liste Bonino, la cosa migliore è dotarsi del cannocchiale dell’osservazione metapolitica. Lo fa da sempre Piero Vassallo, acuto demistificatore delle «ideologie del regresso», che si applica ad illustrare i molti modi in cui la destra italiana si lascia sottrarre spazio e allontanare dal proprio autentico territorio spirituale. Si tratta di un esercizio di abilità prospettica e di un minuzioso lavoro di intersezione tra quanto appare remoto ed è invece vicino. E si dispiega, in questo caso, lungo i venti saggi del suo ultimo libro, Itinerari della destra cattolica, Solfanelli, Chieti, 2010, pp. 158, €. 12.00, volume in due parti comunicanti – «Sdoppiamento e prospettive di ricomposizione della politologia cattolica», «Intorno ai problemi della cultura di destra» – in cui il filosofo e polemista genovese si fa accompagnare dalle «diagnosi lungimiranti» di Michele Federico Sciacca, maestro risoluto fino al sacrificio nell’opporsi al «razionalismo spurio» del moderno e della sua «proclamazione fenomenologica di un mondo posto al servizio di un’unica abissale irrazionalità» (Raschini). È l’analisi delle ragioni di una schizofrenia culturale, in cui prende corpo l’imitazione parodica dell’avversario laico-progressista e il collasso di una destra che non sa riconciliarsi con un’identità naturalmente cattolica. È vero che, per consegna spirituale, al ricordo di Gianni Baget Bozzo corrisponde l’auspicio di un senso ritrovato dell’agire politico («La censurata eredità di Gianni Baget Bozzo»). Come a Giano Accame rimanda l’aggiramento dell’«irrealismo» delle filosofie politiche della neodestra («Giano Accame, o il realismo dell’avanguardia»). Ma a farsi più urgente è la riflessione sul «mostro», il golem che allunga «verso destra» l’ombra marcionita dei «padri del sessantottismo» (Benjamin, Bloch, Taubès,). Una linea che si afferma in Italia solo nel secondo dopoguerra, egemonizzando una cultura refrattaria fino a quel momento, per gli anticorpi del «secondo fascismo», alle «suggestioni gnostiche», operanti sotto l’intenzione di attualizzare l’ideologia neopagana. È un oscuro precipitato del mondo tardoantico, che filtra nei secoli dall’apostasia dell’imperatore Giuliano e si fa strada nell’interpretazione esoterica del mito romano, prodotta dal «salotto massonico». E trova, come è noto, la principale fonte di irradiazione nelle opere di Evola, il «pensatore eclettico che coniuga sul versante politico le suggestioni dell’avanguardia surrealista con i miti della rivoluzione conservatrice» e «sul versante esoterico» associa le «elucubrazioni di Guénon» ai «furori superumani di Nietzsche». Nasce l’equivoco del «Marcuse di destra» (secondo l’ironico paradosso di Accame), dei «tradizionalisti a cavallo delle tigri ultramoderne» che, nei «fumi del sincretismo», spezzano i legami con gli ideali della destra classica. È la storia di un’«umiliante parabola», l’esito francofortese che, al di là di un’epidermica incompatibilità delle «singole scolastiche», si giustifica nello gnosticismo trasversale in viaggio dalla neosinistra alla neodestra e giunge a contaminare le dirigenze e gli intellettuali odierni, lungo il percorso che collega inevitabilmente «Fare futuro» al plesso ateista Almirante-Plebe-De Benoist: «Alcuni osservatori politici attribuiscono le continue, irritanti esternazioni laiciste di Gianfranco Fini e degli intellettuali radunati da Alessandro Campi e Giuseppe Granata sotto la sigla “Fare futuro” ai suggerimenti di un maestro estraneo alla destra. In realtà il presidente della Camera è portavoce del surrettizio laicismo che circola  a destra, dopo che una disgraziata decisione di Almirante (il padre spirituale di Fini) aveva affidato l’ufficio culturale del Msi al radical-chic (e ateo dichiarato) Armando Plebe. A sua volta Plebe aveva introdotto in Italia Alain De Benoist, un giornalista che contrabbandava il politeismo quale rimedio e impedimento alle guerre di religione  e di ideologia» («Gnosticismo e cultura di destra», p. 117). È naturale, perciò, che «chi desidera comprendere i pensieri che ispirano i giri di valzer anticattolici eseguiti da Gianfranco Fini» non possa che tener conto del «precedente neodestro», come non può ignorare che «la neodestra fu approvata da Almirante» (l’«autore delle prime fortune di Fini»). Senz’altro un aspetto del «progetto antitradizionale» dei poteri forti e del tentativo ricorrente di oscurare la memoria dell’autentica tradizione italiana. Ma che incontra un punto di resistenza nel ricordo della «cultura controriformistica fascista» e nell’eredità, misconosciuta anche a destra, oltre che a sinistra, della scuola milanese di «mistica fascista». La «fronda giovanile» e la «robusta agenzia filosofica» di Arnaldo Mussolini e Ildefonso Schuster che, in contrasto con le correnti neohegeliane, sosteneva i principi della Scienza Nuova, riconoscendo in Vico l’antagonista degli autori «rivoluzionari». Un frammento vitale del Novecento italiano, sottratto alla «rovina vandalica» da studiosi come Luigi Gagliardi e Fausto Belfiori e un utile strumento per contrastare il moto perpetuo di un ghibellinismo oscillante di continuo tra i poli opposti dello schieramento politico-culturale. È, quella neoghibellina, la scia su cui si pongono gli epigoni e  i portavoce dell’immarcescibile Scuola di Bologna (Bindi, Turco, Binetti), magari sull’onda della revisione storiografica (il caso della biografia di Matilde di Canossa di Paolo Golinelli), che echeggia certe vecchie opere della destra anticlericale, come il Barbarossa di Rudolph Wahl. Un libro quanto mai «sincrono», uscito in Italia il 25 aprile del ‘45, proprio mentre gli eserciti tedeschi lasciavano il Nord, quasi un segnale di una qualche implicita continuità culturale.

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