La cartiera della morte, di Roberto Roggero

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La Cartiera della morte

Nomi e riferimenti tratti dal libro di Antonio Serena, “La Cartiera della morte – Mignagola 1945″, Casa Editrice Mursia, 2009”


La cartiera della morte Di Roberto Roggero

Stragi dimenticate


LA CARTIERA DELLA MORTE

La Cartiera della morte

Aprile-maggio 1945: il Paese è nel caos, si scatena la rabbia delle formazioni comuniste. Fra queste una particolarmente feroce agisce nei pressi di Treviso negli impianti delle cartiere Burgo.

Nelle settimane seguenti la fine della guerra in Italia, la Cartiera Burgo di Mignagola, zona a cavallo fra Breda di Piave, S.Biagio Callalta e Carbonera, non lontano da Treviso, è adibita a campo di prigionia dove, oltre agli arrestati fra le fila della Guardia Nazionale Repubblicana e Milizia RSI, sono riunite centinaia di persone rastrellate nel territorio, accusate di collaborazionismo o semplicemente sospettate. Il numero delle vittime non è mai stato stabilito con precisione. Solo un centinaio quelle identificate, molte altre, almeno novecento, sono sparite nelle acque del fiume Sile.

La banda del “Falco”

La formazione partigiana che per prima prende possesso della cartiera è comandata da un tale Piovesan, coadiuvato da elementi che parevano scelti per la loro predisposizione a sadismo e ferocia. Fra questi i tristemente celebri Luigi Pozzi, detto “Volpe” e Gino Simionato, detto “Falco” o “Buriccio”.

Secondo varie testimonianze, sono oltre 2.000 le persone prigioniere alla cartiera Burgo, diventata il regno incontrastato della banda di “Falco”, che concede mano libera ai propri uomini, assetati di vendetta, i quali si macchiano di crimini che vanno dalla fucilazione senza processo, a torture, stupri, sequestri di persona, uccisioni a colpi di bastone, piccone o badile, e crocifissioni.

Con quella di “Falco”, altre formazioni irregolari imperversano nella zona, come la banda “Cirillo” (Francesco Sabatucci), di Giampaolo Bottacin, di “Paoli” (Vladimiro Dorigo, che aveva autorità sulle formazioni “Fabris”), “Fortunello” (Antonio Sponchiado), “Romi” (Luigi Pagotto), la banda “Piton” (Dionisio Maschio), la “Balilla” (Dino Piaser), la banda “Russo” (Sebastiano Pastrello) e altre, spesso coadiuvate dal regista occulto di molti crimini, il già citato “Volpe”. Tristemente famose anche le formazioni “Matteotti”, nelle quali erano presenti alcuni soldati sovietici, come lo spietato capitano Walter Shadicov, uso a scaricare la propria pistola addosso a coloro che giudicava avere “una faccia antipatica” oppure a massacrare i volti dei medesimi con il calcio di un mitra.

Alla “cartiera maledetta” morire per una raffica di mitra era considerata quasi una fortuna, tuttavia, nonostante le prove a carico sull’assassinio accertato di oltre 400 persone (e le centinaia di cui non si è potuto sapere nulla), gli uomini della “banda Falco” vengono successivamente graziati in quanto tali atti sono fatti rientrare nella “lotta contro il nazifascismo”.

Il “Falco”, ovvero Gino Simionato, nato a Preganziol il 7 novembre 1920, comandante del battaglione “Falchi delle Grave”, è uno dei più controversi protagonisti della Guerra di Liberazione. Pare giunga nella zona del Piave nel settembre 1944, dopo aver combattuto nel territorio di Valdobbiadene, nei quadri della brigata partigiana “Mazzini”, e si fa subito notare per ferocia e determinazione. Uno dei compagni più assidui è Carlo Bisetto, detto “Zebra” o “Canea”, ex operaio della cartiera, che gli stessi componenti della banda definiscono fra i più crudeli e sanguinari. C’è poi Alfonso Benedetti, detto “Ferro”, uno dei più giovani ma non per questo meno spietato, ex commissario politico e membro di un tribunale del popolo, costretto a fuggire in Francia perché gli stessi compagni lo isolano a causa degli atti di cui si è reso colpevole. Tristemente celebre anche tale Silvio Cadono detto “Senna”, personaggio violento, alcolizzato, temuto dai suoi stessi compagni.

La cartiera Burgo è il regno di questi personaggi, che fra l’altro riescono ad ammassare in una località poco lontana, oltre 65 quintali di armi e munizioni, denunciate poi dalla popolazione, stanca degli abusi compiuti in nome di una libertà che ben poco aveva a che vedere con la sconfitta del nazifascismo.

 

L’Italia nel caos

In quella parte del Paese dove la presenza comunista era molto forte, la guerra, e le varie guerre personali, caratterizzano in modo drammatico lo scorcio di storia delle settimane precedenti la resa e dei mesi successivi. Non era raro che anche all’interno delle bande partigiane, rivalità e giochi politici conducessero a tragici epiloghi, un esempio per tutti, le malghe di Porzus. Episodi drammatici accadono non solo alla cartiera di Mignagola, ma in tutto il territorio dell’Italia nord orientale, come i venti giovani Carabinieri che, pur non avendo mai preso parte a nessuna azione militare, sono barbaramente torturati e massacrati alle Cave di Predil.

Fra le centinaia di persone uccise nei modi più barbari, alla cartiera i prigionieri venivano solitamente portati all’interno di stanzoni vuoti, per gli interrogatori, spesso condotti da Marcello Caldato noto come “Sauro”, quindi trasferiti in altre stanze dove il sangue sulle pareti e i fori dei proiettili sui muri erano un chiaro segno.

Francesco Grifoni, ex maresciallo della Guardia Nazionale Repubblicana, è fra gli arrestati il 30 aprile ’45, accolti a calci e pugni e derubati di ogni avere. Capitava che gruppi di internati venissero costretti a danzare scalzi sui vetri, prima di essere fucilati. Grifoni riferisce poi che le condizioni di prigionia si fanno più drammatiche quando alla cartiera cominciano ad arrivare i partigiani rimasti fino ad allora nascosti sui monti, fra cui molti che erano passati per le mani della polizia fascista o tedesca. Per questi la sete di vendetta è quindi al massimo. La confusione era padrona della situazione, tanto che non vengono nemmeno tenuti registri con i nomi dei prigionieri o elenchi con il materiale sequestrato.

 

L’intervento del CLN e degli alleati

 

Inizialmente, il comando delle formazioni “Garibaldi per il territorio di Treviso è situato nella elegante Villa Dal Vesco, i cui proprietari sono assassinati nel febbraio 1945. Poco tempo dopo vengono allestiti posti di blocco armati lungo tutte le strade del territorio, e cominciano gli arresti. Le persone sospettate di collaborazionismo, oppure esplicitamente denunciate sono rinchiuse nella cartiera Burgo.

Il 30 aprile una jeep americana con tre militari arriva alla cartiera ordinando la cessazione delle attività. In seguito all’intimazione degli americani, il 1° maggio il comando delle Brigate Garibaldi viene spostato all’asilo parrocchiale di Carbonera, ma arresti, torture ed uccisioni continuano.

I sei partiti politici impegnati nella liberazione e riuniti nel CLN (più il Partito Repubblicano) non riescono però ad estendere la propria autorità al settore militare, gestito dalle autorità alleate. Tuttavia il CLN aveva proprie strutture militari con una propria gerarchia, ma i rapporti con le formazioni partigiane combattenti non erano sempre facili e lineari. In particolare, il meglio organizzato era senza dubbio il PCI, con divisioni, brigate e battaglioni. Sui fatti di Mignagola il CLN ordina un’inchiesta, estesa anche ai fatti della Strage di Oderzo, e in seguito alle indagini compiute viene ordinato l’arresto di Gino Simionato, “Falco”, considerato responsabile dell’eccidio.

 

Processi farsa e testimonianze insabbiate

Oltre al quello di Francesco Grifoni (sopravvissuto perché trasferito al carcere di Treviso), i resoconti sugli orrori della cartiera di Mignagola sono diversi, e tutti incentrati su torture, episodi di inaudita ferocia. Testimonianze dirette di persone che porteranno fino alla morte i segni delle angherie subite sia a livello fisico che psicologico, e che non dimenticheranno i volti dei loro aguzzini, come tale “Dante”, al secolo Giovanni Brambullo, il cui passatempo era lo spaccare teste con una vanghetta militare, o un certo Antonio Pol, che si divertiva a mettere il fez fascista in testa ai prigionieri fissandolo con chiodi e martello, gettando poi i corpi nel fiume Sile, oppure sovrintendendo alle esecuzioni dei prigionieri che venivano crocifissi ad assi di legno.

Nella seconda metà del maggio 1945, al tribunale di Treviso giungono le prime segnalazioni dei familiari delle vittime, quindi i rapporti dei Carabinieri che segnalano le zone in cui sarebbero sepolti decine di corpi.

Ai primi di giugno 1945 il giudice Giovanni Berlanda ordina la esumazione e inizia ufficialmente il procedimento d’inchiesta. Le indagini compiute dal Tribunale Penale di Trieste risultano difficoltose fin dal principio a causa della reticenza di molti testimoni, tanto che in un rapporto dei Carabinieri si legge che “Nessuno vuole parlare…tutti sono terrorizzati, perché i colpevoli sono ancora in circolazione… coloro che potrebbero dare preziose notizie, vivono sotto l’incubo della rappresaglia o della vendetta”. Contro gli autori della strage viene infine istruito un processo nell’estate del 1945.

Alle udienze presiedute dal giudice Aldo Loasses è chiamato a testimoniare anche il parroco di Carbonera, don Ernesto Dal Corso: “La maggior parte delle uccisioni avvenne in seguito a processi burla,ai quali presenziavano tali Roberto Polo, Antonio Sponchiado, Giovanni Brambullo, Silvio Zancanaro, Gino Trevisi…(componenti della banda partigiana che aveva arbitrariamente costituito Corte Speciale del Tribunale del Popolo presso la cartiera – ndr)…Ho potuto apprendere dallo stesso Sponchiado che il 30 aprile era giunto l’ordine perentorio degli alleati di sospendere ogni esecuzione. Successivamente, invece, dicono che Gino Simionato abbia ucciso una quarantina di persone  a colpi di badile, ma si parlava anche di gente bruciata viva, amputazioni, pestaggi, insomma, una vera galleria degli orrori…”.

Anche il partigiano Marcello Caldato, (“Sauro”), rende testimonianza al processo: “Dopo che dal comando Piazza di Treviso era venuto l’ordine di sospendere le esecuzioni, credo che non ne siano più state fatte, anzi in cartiera lo posso escludere, fuori non lo posso sapere. Delle uccisioni fatte dal Falco, posso dire quanto mi è stato riferito, perché, se ben ricordo, i fatti sono avvenuti nel pomeriggio del 28; non posso dire se tale data sia precisa. Mi è stato riferito che nel pomeriggio sono venuti in cartiera Falco, Barba (Enrico Chiarin – ndr) e altri partigiani con un’autoblinda, reduci da un combattimento sostenuto a Monastier, dove era stato ucciso un cugino di Barba e un fratello di Falco. Hanno chiesto se ci fossero persone già condannate da fucilare. Fu loro detto di no, però so che c’erano 15 elementi della GNR che si erano arresi alla caserma Salsa, dopo aver consumato tutte le munizioni e dopo aver ucciso, sparando, il partigiano Laganà e ferito un altro partigiano, mentre si avvicinavano alla caserma con bandiera bianca per intimare la resa. Mi fu detto che Falco, Barba e qualche altro entrarono nello stanzone dove erano rinchiusi e li fecero fuori tutti a colpi di Sten…”.

Un’altra testimonianza è quella del partigiano Aldo Tognana, comandante della Piazza Militare di Treviso, riportata da ”Il Gazzettino” il 22 ottobre 2007: “Quando sono scesi i partigiani dalle montagne sono incominciate le retate. Una mattina passo il ponte di Santa Margherita e non c’era più nemmeno il parapetto del Sile. Era tutto coperto di sangue, di notte avevano portato lì i prigionieri, fascisti e non, li avevano uccisi e gettati nel fiume o bruciati nei forni della cartiera, o ancora sciolti nelle vasche di acido”.

Il seguito della vicenda è storia nota. Diversi aguzzini della cartiera sono identificati, arrestati, molti riescono a fuggire oltre confine, rifugiandosi fra le formazioni di partigiani jugoslavi, altri sono condannati a pesanti pene detentive e in maggior parte graziati. Altri fanno perdere le loro tracce. Il “Falco” è processato per l’omicidio dell’attore ventottenne Elio Marcuzzo (uno dei protagonisti di “Ossessione” di Luchino Visconti) e del fratello Armando, accusati di collaborazionismo per avere effettuato la traduzione, dal tedesco all’italiano, di un atto amministrativo richiesto dal Comune di Treviso. Anche questo caso, come gli altri, viene fatto rientrare nella lotta al nazifascismo e compreso quindi nella cosiddetta “amnistia Togliatti”.

La sentenza pronunciata nei confronti di Gino Simionato e dei suoi complici è la seguente: “Imputati di omicidio volontario ai sensi dell’art. 575 C.P. in relazione all’art. 81 cpv. C.P. e per taluni casi anche art. 61, n. 4 C.P. per avere negli ultimi giorni di aprile ed i primi di maggio 1945, in Mignagola e in altre località del mandamento di Treviso, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, adoperando talvolta sevizie o agendo con crudeltà, cagionato la morte delle seguenti persone, catturate nel corso dei ripetuti rastrellamenti compiuti da formazioni partigiane impegnate nella lotta contro i fascisti o altri collaborazionisti dei tedeschi invasori o ritenuti tali:…(seguono i nomi delle 33 vittime al momento identificate – ndr) …Per quanto sia altamente deplorevole la indiscriminazione con cui taluni partigiani o patrioti ebbero a sfogare la mal repressa rabbia, troppo spesso senza accertarsi prima della colpevolezza dei singoli individui rastrellati, fra i quali si trovavano certamente giovani aderenti al movimento contrario non per loro volontà, bensì per necessità o per costrizione; per quanto ripugni il pensiero che questi ultimi abbiano meritato di avere la vita stroncata, per mere apparenze e presunzioni, alle volte fallaci, resta pur fuori discussione l’intenzione, offuscata sia pure da torbide passioni di parte, mirante alla rappresaglia e allo sterminio contro chi direttamente o indirettamente aveva prestato il proprio braccio o la propria mente al servizio del nemico invasore e quindi estranea a ogni motivo o fine di vendetta personale non politica.

P.Q.M. visto gli art. 378,591 C.P.P., 151 C.P. e 2 e 4 N.1D.P. 22-6-1946, n.4 e 1 comma primo D.L.L. 17-XI-1945, n.719, sulle conformi conclusioni del P.M. dichiara non doversi procedere a carico degli imputati indicati in epigrafe in ordine ai reati loro rubricati, perchè estinti per effetto amnistia. Treviso, 24 giugno 1954.    Il Giudice Istruttore Favara”.

Simionato, prosciolto per i fatti della “cartiera della morte”, viene poi riconosciuto colpevole di altri reati e rimane in carcere dal 1946 al 1954, dopodichè ripara in Francia e se ne perdono le tracce.

Questa, come molte altre vicende dell’immediato dopoguerra, accadute in altri paesi liberati, in gran parte non sono stati ancora chiariti o volutamente dimenticati, perché coperti dalla volontà di silenzio dettato dalla ragione di stato nel periodo delle nuove alleanze.

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