LA MARCIA SU ROMA E IL BILANCIO DI UN VENTENNIO – di Luciano Garibaldi

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di Luciano Garibaldi

 

 

msrIl novantesimo anniversario della Marcia su Roma è l’occasione migliore per fare un confronto tra l’Italia che prese il via da quell’evento storico, e l’Italia di oggi, piegata dalla corruzione e dalla crisi del lavoro giovanile.

Incominciamo, dunque, dalla corruzione. Rifacendomi ad una segnalazione inviatami a suo tempo dall’amico Filippo Giannini, vorrei ricordare che poco tempo dopo il crollo del Fascismo e la fine della seconda guerra mondiale, per ordine dei “liberatori” (dietro ai quali, ovviamente, erano la grande finanza e il capitale internazionale) ci fu imposta una Commissione parlamentare incaricata di indagare su gerarchi, prefetti, alti funzionari di Stato circa loro ipotetici “illeciti arricchimenti” negli anni del Ventennio. La commissione parlamentare era presieduta da un illustre uomo politico comunista, Umberto Terracini.

Vennero inquisiti 5005 fra gerarchi, alti funzionari, prefetti che avevano svolto attività nel corso del Ventennio. Lo scopo, era ovvio: squalificare il Fascismo in modo definitivo, dimostrando la corruzione del sistema.

Grande fu lo scorno quando, dopo mesi e mesi di indagini, condotte in un clima di accanita caccia al fascista, non uno solo degli inquisiti risultò penalmente perseguibile. Quando questa vicenda si stava concludendo, sui giornali dell’epoca apparve una scritta esultante: “Trovato il tesoro di Italo Balbo”. Si trattava di una cassetta riposta in una banca a nome, appunto, del grande trasvolatore. Quando gli inquisitori andarono ad aprire il “tesoro” vi trovarono solo la “Sciarpa Littoria”, assegnata a Balbo per la trasvolata atlantica.

Il Fascismo fu una sorta di religione, un modo di vivere che la generazione di oggi non potrebbe comprendere. Questa generazione naviga nella corruzione e nelle menzogne più sfrenate, l’una e le altre necessarie per confondere le idee del popolo e continuare, così, a ingannarlo e tradirlo, unico modo perché l’attuale classe politica (oggi giustamente definita “casta”) possa perseverare nel latrocinio.

Durante il Ventennio fascista, almeno fino al tragico scoppio della seconda guerra mondiale – nella quale ancora oggi nessuno sa dire con certezza se sarebbe davvero stato possibile non essere coinvolti -, furono compiuti dei veri e propri miracoli. Provo a citarne un paio, per la precisione quelli che riuscirono a pacificare due grandi avversari: il lavoro e il capitale.

Lo Stato Corporativo Fascista riuscì a far superare, prima e meglio di qualsiasi altro Stato moderno, la grande crisi economica iniziata nel 1929. Cito in proposito un brano di una celebre opera dello storico e politologo ebreo Zeev Sternhell, professore di Scienze Politiche presso l’Università di Gerusalemme e autore del libro «La terza Via fascista», da cui traggo il brano:

«Il Fascismo fu una dottrina politica, un fenomeno globale, culturale, che riuscì a trovare soluzioni originali ad alcune grandi questioni, che dominarono i primi anni del secolo. Il Corporativismo riuscì a dare la sensazione a larghi strati della popolazione che la vita fosse cambiata, che si fossero dischiuse delle possibilità completamente nuove di mobilità verso l’alto e di partecipazione».

Voglio ricordare anche le parole che scrisse Winston Churchill dopo che Mussolini ebbe sconfitto la crisi del ’29 con la celebre legge della «quota novanta», ovvero non più di 90 lire per una sterlina inglese. Churchill, non ancora primo ministro, ebe a scrivere: «Il genio romano è impersonato da Mussolini, il più grande legislatore vivente (…). Se fossi italiano sono sicuro che sarei del partito di Mussolini».

Purtroppo le cose andranno diversamente, ma c’era stata di mezzo la guerra mondiale.

Nicola Bombacci, il fondatore con Antonio Gramsci del Partito Comunista d’Italia, dopo la più che deludente esperienza negativa in Urss, rientrò in Italia, volle morire accanto al Duce e accanto al Duce fu esposto appeso per i piedi a Piazzale Loreto. Ebbene Nicola Bombacci scrisse e dichiarò che solo Mussolini avrebbe portato il vero socialismo. Infatti lo Stato Corporativo era un ponte di passaggio dalla “Carta del Lavoro” del 1927, con la quale, per la prima volta nella storia mondiale, venivano codificati i diritti del lavoratore (contratti di lavoro a tempo indeterminato, pensioni, ferie garantite, eccetera), e la “Socializzazione”, legge emanata nel 1943. In poche parole: “Partecipazione dei lavoratori alle decisioni aziendali e agli utili”.

Ovviamente, tutte queste conquiste scomparvero all’indomani della Liberazione.

Ma, tracciando il “Bilancio del Fascismo”, qualche anno dopo, Paul Gentizon, il più grande giornalista svizzero, così scriverà:

«Dopo la marcia su Roma, lungo la strada del suo destino, pietre miliari imponenti hanno segnato, durante quasi un quarto di secolo, gli sforzi e le realizzazioni del Fascismo. Esse hanno nome: strade, autostrade, ferrovie, canali di irrigazione, centrali elettriche, scuole, stadi, sports, aeroporti, porti, igiene sociale, ospedali, sanatori, bonifiche, industrie, commercio, espansione economica, lotta contro la malaria, battaglia del grano, Littoria, Sabaudia, Pontinia, Guidonia, Carta del Lavoro, Dopolavoro, Opera Maternità e Infanzia, Istituto Nazionale Previdenza Sociale, Carta della Scuola, Enciclopedia Treccani, Accademia d’Italia, Codici civile e penale, Patti Lateranensi, Conciliazione, vittoria sulla mafia. Tutto ciò che il Fascismo ha fatto è ormai consegnato alla storia».

E veniamo al problema, anzi al dramma del lavoro. Su questo tema mi basterà rifarmi a quello che considero il più importante della quarantina di libri di storia che ho scritto nella mia vita di ricercatore: «Mussolini e il Professore».

Chi era “il Professore”? Era Carlo Alberto Biggini, ministro dell’Educazione Nazionale già nel 1942, non ancora quarantenne.

Tra le molte cose importanti che fece durante la RSI (salvare il patrimonio artistico dell’Italia dalle razzie dei tedeschi; proteggere e mettere in salvo centinaia di ebrei; sciogliere le ormai inutili, tardive e anacronistiche organizzazioni giovanili del regime, i balilla, i figli della lupa, gli avanguardisti), ve ne fu una che resta gigantesca: la Costituzione della RSI,che Mussolini lo incaricò di scrivere e che non poté mai entrare in vigore per il crollo della Repubblica.

Nel progetto di Costituzione della RSI, assolutamente qualificante era la parte dedicata al «diritto al lavoro». La nostra Costituzione repubblicana, all’art.4, recita: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro». Dunque, da una parte abbiamo (ed è la norma vigente) «riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro». Dall’altra (ed è la Carta Biggini) «garantisce ad ogni cittadino il diritto al lavoro». Sembra una piccola differenza, ed è invece enorme. «Riconoscere» attiene alla sfera delle intenzioni, dei buoni propositi. «Garantire» attiene alla sfera dei fatti. Di destra o di sinistra la visione di Carlo Alberto Biggini? Oggi è di moda, su questi due termini, una abbastanza oziosa e superficiale discussione. Non vi è dubbio che, se per Destra s’intende progredire nel rispetto dell’uomo, cancellare – ma senza violenza – ciò che nei rapporti economici vi è di ingiusto (nel senso di squilibrato a favore di una parte soltanto del contratto sociale), allora certamente la Costituzione di Carlo Alberto Biggini non è di sinistra, ma è una perfetta anticipazione pratica, probabilmente una primogenitura, del concetto di «Destra sociale».

Peraltro, non può essere considerata di destra se restiamo ancorati a quegli stereotipi che identificano la Destra nell’ottusa conservazione di privilegi e sinecure ottenuti senza merito o magari con la frode e la corruzione. Spesso accade che ognuno, a seconda della sua militanza, o anche semplicemente dei suoi sentimenti, tenda a demonizzare l’avversario, attribuendogli una vocazione al male ed etichettandola con una definizione. Nel caso di Carlo Alberto Biggini, la spinta all’equità e il tentativo di promozione dell’uomo appaiono così evidenti da consentire di scavalcare la tradizionale e, per molti versi, superata divisione tra due opposte concezioni del mondo.

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