La resistenza anticomunista in Romania

Di Alberto Rosselli

LA RESISTENZA ANTICOMUNISTA IN ROMANIA

 Poco fino ad oggi è stato scritto sull’attività di resistenza dei Movimenti anti-comunisti operanti in Europa Orientale all’indomani della fine del Secondo Conflitto Mondiale. Anche se con la caduta del Muro di Berlino gli archivi dei servizi segreti sovietici sono stati scoperchiati e da essi è venuta alla luce una notevole quantità di documenti e testimonianze che dimostrano in maniera inoppugnabile che il Patto di Varsavia e il Comecon furono in realtà artifici politico-militari ed economici la cui accettazione da parte delle popolazioni dei Paesi interessati non ebbe alcun riscontro nella realtà, come dimostra la storia di quelle centinaia di migliaia di romeni, bulgari, ucraini, polacchi, lettoni, estoni, lituani, albanesi, croati, sloveni che per anni, e nel più assoluto isolamento, tentarono inutilmente di ribellarsi al giogo delle varie dittature filo sovietiche.

Nel settembre del 1944, allorquando le armate sovietiche occuparono la Romania abbattendo il regime del maresciallo Antonescu, alcuni reparti dell’Esercito Regolare romeno guidati da ufficiali fedeli al Re Michele e al maresciallo decisero di darsi alla macchia e di proseguire la guerriglia contro i russi e le forze collaborazioniste del nuovo regime filo-comunista installatosi a Bucarest. Di pari passo con l’inasprirsi dei processi e delle esecuzioni sommarie indetti e ordinate dai commissari politici sovietici contro migliaia di ufficiali e soldati del vecchio esercito nazionale e con il progressivo instaurarsi di un duro regime marxista succube di Mosca, questo piccolo esercito fantasma iniziò ad ingrandirsi, accogliendo nelle proprie file anche diverse centinaia di civili, soprattutto contadini, perseguitati a causa della loro fede cristiana. Tra l’autunno del 1944 e la primavera del 1945, nonostante le feroci rappresaglie condotte dalla polizia comunista e dall’esercito sovietico d’occupazione, in Transilvania iniziarono a formarsi anche diversi nuclei di resistenza composti da appartenenti alla folta minoranza etnica ungherese e tedesca. Quest’ultima, addirittura, riuscì a ricevere qualche modesto aiuto dalla stessa Germania nell’ambito della “Fallschirmschpringer-Aktion”: un’operazione aerea segreta nel corso della quale, per qualche mese, apparecchi tedeschi paracadutarono in Transilvania rifornimenti e un certo numero di consiglieri militari. Oltre a questi tentativi di soccorso, i tedeschi, nella fattispecie l’SD delle SS, che aveva sostituito l’Abhwehr, si avvalsero dei reparti FAK (Front Aufklarungs Kommando) che in precedenza, tra il 1942 e il 1944, avevano già sostenuto i guerriglieri nazionalisti e anti-comunisti delle regioni caucasiche. Nonostante questi (modesti) tentativi di soccorso, nel marzo del 1945 le forze di polizia rumene riuscirono a ripulire i boschi transilvani e ad annientare quasi tutti i gruppi di resistenza, proprio nel mentre il nuovo governo di Bucarest avviava una grande purga all’interno dei quadri dell’Esercito per eliminare qualsiasi soggetto legato al precedente regime di Antonescu o sospettato di favorire i gruppi ribelli. Di conseguenza, diversi vecchi anticomunisti romeni, alcuni dei quali appartenenti all’ex Legione dell’Arcangelo Michele (formazione para-fascista e nazionalista), dovettero prendere la via dei boschi e dei monti, unendosi agli ultimi reparti partigiani ancora in armi. Nel 1947, in seguito alla creazione della Repubblica dei Popoli Romeni, il governo di Bucarest intensificò la sua spietata politica di annientamento delle congregazioni religiose e delle minoranze etniche del paese, avviando nelle campagne un processo di collettivizzazione forzata dei terreni agricoli (piano completato tra mille difficoltà soltanto nel 1962) che portò all’arresto e all’eliminazione fisica di non meno di 80.000 contadini rei di essersi rifiutati di consegnare le proprie terre e i propri miseri averi al governo. Queste violente repressioni indussero un migliaio tra piccoli e medi proprietari e braccianti a rifugiarsi nelle foreste e nelle più sperdute ed inaccessibili regioni montane dando vita ai “Fratelli della foresta”, un’organizzazione partigiana decisa a continuare la lotta contro i comunisti. I membri di questa assai poco nota (almeno in Occidente) compagine sopravvissero per anni sulle montagne, dando vita ad un vero e proprio movimento patriottico che, grazie al sostegno di gran parte della popolazione contadina, riuscì a resistere ai periodici rastrellamenti condotti dall’esercito regolare, addirittura fino al 1960, anno in cui gli ultimi combattenti vennero eliminati dalle forze speciali di Bucarest. Nel 1949, gli ufficiali anti-comunisti datisi alla macchia sulle montagne di Vrancea, suddivisero la loro truppa (composta da circa 2.000 uomini) in due nuclei: ‘junior’ (formato dagli elementi più giovani) e ‘senior’ (formato da elementi di età superiore ai 40 anni) affidando ad essi diversi incarichi. Nell’inverno del ’45 una spia comunista riuscì ad infiltrarsi e in uno delle due compagini e in breve l’intero contingente finì in un’imboscata tesa da reparti romeni e sovietici, venendo annientato. Tutti gli scampati e i feriti vennero fucilati o eliminati con un colpo di pistola alla nuca.

Nel corso di questa lunga e sconosciuta lotta si misero in evidenza alcuni comandanti come Gheorghe Arsenescu che oppose resistenza armata sulle montagne meridionali Fagaras fino al 1952, quando scomparve misteriosamente. Nel 1959, Arsenescu e la sua banda ripresero improvvisamente ad operare, ma appena un anno dopo il capo partigiano venne catturato dalle forze anti guerriglia governative e condotto nella prigione di Campulung Muscel dove venne costretto a suicidarsi. Sui contrafforti settentrionali dei Fagaras, un altro gruppo di guerriglieri, guidato dall’ingegnere Gavrilachw, combatté fino al 1956, anno in cui venne preso prigioniero un altro famoso “fratello della foresta”, Dumitru Moldoveanu. Prima di essere ucciso, Moldoveanu venne torturato, ma la polizia politica non riuscì ad ottenere da lui alcuna informazione sui suoi compagni. Quindi il partigiano fu strangolato con un filo di ferro dai miliziani. Sempre nel 1956, in Transilvania, una altro manipolo di partigiani anti-comunisti venne circondato dai reparti speciali e costretto alla resa dopo un breve, ma violento combattimento al termine del quale tutto il gruppo venne passato per le armi. Ed anche la popolazione del vicino villaggio, accusata dalla polizia di avere dato aiuto ai partigiani, venne in seguito massacrata. In quella circostanza, i miliziani comunisti uccisero non meno di 900 civili, tra cui molte donne, vecchi e bambini e poi gettarono i loro cadaveri nelle capanne e nella chiesa del villaggio che venne data alle fiamme con la benzina. E’ da notare che, nonostante la conoscenza di simili fatti fosse nota ai servizi segreti statunitensi e britannici, nulla o quasi venne fatto per sostenere i partigiani romeni che, come accadde anche alle consistenti formazioni dell’UPA (“Esercito di Liberazione Ucraino”, i cui partigiani combatterono fino al 1956); lituane (il numeroso “Fronte Attivistico Lituano” che contrastò i sovietici fino al 1952), estoni e lettoni, vennero lasciate praticamente al loro destino, sole ad affrontare un nemico infinitamente più forte. Un’eccezione venne però fatta per i partigiani albanesi “balisti” (formazioni che tra il 1945 e il 1951 opposero una feroce resistenza sia alle forze yugoslave titine, in Kosovo) in quanto esse per un certo periodo (almeno fino al 1950) furono rifornite ed appoggiate, seppure in maniera del tutto inadeguata, dai reparti speciali dei servizi segreti inglesi di base a Malta, da reparti speciali statunitensi (nella fattispecie la Compagnia 4000 agli ordini del colonnello F.H. Dunn) e perfino dal governo comunista albanese di Enver Oxa, avverso a Belgrado.

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