La resistenza anticomunista nella cattolica Lituania

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Storia di un Movimento resistenziale antisovietico che, pur completamente isolato dal resto dell’Europa ‘libera’, per oltre un decennio, al pari dei similari Movimenti estone e lettone, seppe dare filo da torcere alle preponderanti forze moscovite.

Di Alberto Rosselli

LituaniOgni anno in tutte le chiese e le città della Lituania vengono celebrate messe ed organizzati convegni per ricordare il cinquantenario della fine di una gloriosa, sanguinosa e sfortunata pagina di storia patria, cioè la sconfitta del Movimento di Resistenza antisovietico: fenomeno che, tra il 1944 e il 1958, vide impegnata – a fronte della pressoché totale indifferenza dell’Occidente democratico – gran parte della popolazione di questo Paese baltico, e non solo.
Per decenni, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino agli albori degli anni Novanta, buona parte della storia e delle vicissitudini dei popoli baltici e dell’Europa orientale e balcanica sottoposti ai regimi comunisti sono rimaste avvolte da un alone di distacco e di mistero. Anche se dei molteplici disastri prodotti, tra il 1917 e il 1989, in tutto il mondo, dalle dittature marxiste ortodosse e no, si era avuta una notevole messe di informazioni e notizie, grazie soprattutto alle testimonianze dei molti profughi che riuscirono ad evadere dai cosiddetti “paradisi del popolo”, e grazie alle opere pubblicate da illustri scrittori e scienziati scampati miracolosamente alle persecuzioni e ai gulag e poi fuggiti o emigrati in Occidente. Ciononostante, bisognò attendere il definitivo collasso del sistema sovietico per venire a conoscenza di alcuni particolari fenomeni del dissenso manifestatisi oltre cortina nel secondo dopo guerra, come ad esempio quello della lotta armata clandestina che, tra il 1944/’45, la metà degli anni Cinquanta ed oltre, si sviluppò e diffuse in Lituania, Lettonia ed Estonia, ma anche in Ucraina, Polonia, Yugoslavia, Albania e Romania, seppure con caratteristiche, modalità e risultati differenti.

Tra l’incudine nazista e il martello comunista

In forza degli accordi contenuti nel Patto Molotov-Ribbentrop, il 15 giugno 1940, l’Armata Rossa penetrò in Lituania, annettendola il successivo 3 agosto.
Nonostante la rapida e violenta epurazione di gran parte della classe dirigente della repubblica baltica, ben presto, nelle foreste del paese, iniziarono a formarsi le prime bande partigiane, composte inizialmente da ex ufficiali e soldati del disciolto esercito, mentre nelle città sorsero le prime organizzazioni politiche clandestine, anche se bisognò comunque attendere un anno per assistere alla prima grande sommossa contro l’invasore. Questa si sviluppò tra il 23 e il 27 giugno 1941, in seguito dell’attacco tedesco all’Unione Sovietica (22 giugno 1941), ed ebbe successo, costringendo i russi, già pressati dall’avanzata della Wehrmacht, ad abbandonare il paese. Tuttavia, al pari di quanto fecero in Lettonia ed Estonia, una volta entrati in Lituania, i tedeschi sottoposero al loro totale controllo politico e militare la ex repubblica, inglobandola nel Terzo Reich e fruttandola alla stregua di una colonia. La nuova occupazione, resa ancora più cruenta dalla sistematica repressione attuata dai nazisti nei confronti della folta minoranza ebraica, indusse molti ex appartenenti alle forze partigiane a ricompattare i ranghi e ad opporsi ai nazisti. Nel dicembre 1941, un gruppo di ufficiali fondò l’Esercito di Liberazione Lituano (LFA), stabilendo per iniziativa del tenente Kazys Veverskis, un quartiere generale segreto nella stessa capitale Vilnius. Lo LFA, avente struttura e fini prettamente militari, si poneva come scopo ultimo l’indipendenza del paese e la restaurazione dello stato di diritto attraverso la lotta armata contro “tutti gli invasori” L’Esercito di Liberazione confidava inoltre che le nazioni occidentali (Gran Bretagna e Stati Uniti) alla fine della guerra, dopo un’eventuale ed auspicata sconfitta della Germania, avrebbero costretto anche Stalin a rinunciare alle sue mire sul paese: speranza destinata tuttavia a rimanere tale. Le aspettative poggiavano soprattutto su un documento, la Carta Atlantica, siglata l’8 agosto 1941 da Churchill e Roosevelt ed avvallata, almeno formalmente, dal dittatore di Mosca. Il documento garantiva che, una volta battuta la Germania, tutte le nazioni occupate nel 1939-1941 dalle potenze in guerra (nella fattispecie Germania e Russia) avrebbero riottenuto la libertà. Ciononostante, nell’estate del 1944, allorquando le forze sovietiche all’inseguimento di quelle tedesche misero nuovamente piede in Lituania vi instaurarono subito un nuovo regime. E tutto ciò in spregio ai propositi e alle indicazioni contenute nella Carta Atlantica Il popolo lituano, piegato da quattro lunghi anni di guerra, dovette affrontare la seconda occupazione sovietica in condizioni disastrose. Nel paese regnava infatti, oltre alla fame e alla disperazione provocate dalla guerra, la più totale impreparazione politica e militare (molti capi della resistenza antisovietica ed antinazista erano stati uccisi o imprigionati nei gulag siberiani o nei lager nazisti, mentre altri avevano preferito fuggire in Occidente). Ciononostante (e al pari di quanto accadde anche negli altri due Paesi baltici, Estonia e Lettonia, “riconquistati” dall’Unione Sovietica), la stragrande maggioranza della popolazione, quasi tutta cattolica, si dichiarò disposta a resistere egualmente agli invasori.

La Lituania si ribella all’invasore sovietico

E fu così nell’estate del 1944, poté risorgere nuovamente il Movimento di Resistenza Nazionale Lituano che, nonostante la dura repressione sovietica, crebbe gradualmente fino a raggiungere la sua massima forza nel 1945. In questo arco di tempo, il lavoro condotto per ricostruire l’esercito clandestino fu enorme, difficoltoso e per certi versi imperfetto sia sotto il profilo organizzativo e operativo. Se da un lato le armi non scarseggiavano (i partigiani ne avevano raccolto un quantitativo considerevole dopo la ritirata tedesca), mancavano gli ufficiali, soprattutto quelli capaci di condurre una guerra guerreggiata, cioè non convenzionale. Inoltre, molti alti graduati non godevano della stima dei combattenti. “Credevamo di più nelle capacità dei tenenti e dei capitani che non in quelle dei colonnelli o dei generali”, annotò lo scrittore Algirdas Julius Greimas (Baltic Defence Review N° 3 V Volume, 2000).
Durante questo periodo, i gruppi partigiani comandati da ex ufficiali dell’esercito assunsero dimensioni notevoli, anzi eccessive, venendo addirittura strutturati in compagnie e perfino battaglioni. La tattica adoperata da queste unità era di tipo convenzionale con operazioni effettuate, anche in pieno giorno, da reparti numerosi. Tattica quest’ultima che causò ai ribelli perdite molto rilevanti. E’ stato calcolato che più della metà dei 30.000 partigiani che operarono secondo questi errati criteri trovò la morte scontrandosi con le forze sovietiche, numerose e abbondantemente armate e dotate di carri armati, mezzi blindati, artiglieria e supporto aereo tattico. Comunque sia, tra il 1944 e il 1946, l’Armata Rossa lamentò oltre 80.000 tra morti, feriti e dispersi. Per stroncare il movimento ribelle, il Comando sovietico trasferì in Lituania, oltre a decine di battaglioni regolari dell’esercito, due divisioni della NKVD (poi MGB e KGB) e quattro reggimenti di Guardie di Confine, forze alle quali si unirono circa 7.000 ausiliari della locale Milizia Comunista, i cosiddetti stribai. Questa massa di uomini, che raggiunse un totale complessivo di oltre 100.000 militari, venne posta agli ordini del “governatore” M. A. Suslov inviato da Stalin in Lituania con il preciso compito di “bonificare e normalizzare il paese”. “Lavorerò affinché vi sia una Lituania senza lituani”, dichiarò Suslov subito dopo avere ottenuto la nomina. Le unità sovietiche maggiormente impiegate nella lotta contro i partigiani furono la 2ª e la 4ª divisione della NKVD. La 4ª Divisione del generale Vetrov, veterana delle campagne del Caucaso (1942-43) e di Crimea (primavera-estate 1944), si mise in evidenza per la estrema crudeltà dei suoi metodi. Basta ricordare che, nel solo giorno di Natale del 1944, nella regione di Dzukija, gli uomini di Vetrov impiccarono o fucilarono oltre 2.000 civili accusati di appoggiare i partigiani. Per ordine di Stalin, tutti i soldati della NKVD impegnati nei rastrellamenti ebbero permesso di violentare, rubare, torturare ed uccidere civili. Numerose a questo riguardo le testimonianze di amputazioni di orecchie e nasi e di marchiature a fuoco sulla pelle di donne, vecchi e bambini. Pesante si rivelò anche la politica di repressione voluta dal dittatore di Mosca nei confronti della Chiesa Cattolica lituana, accusata di dare protezione ai partigiani e soprattutto di essere portatrice di “valori contrari al credo marxista”. Tra il 1944 e la metà degli anni Cinquanta, reparti speciali miliziani e della NKVD arrestarono centinaia di prelati e semplici sacerdoti, inviandoli nei gulag russi e siberiani, ed oltre a ciò distrussero molte chiese, risparmiando soltanto alcune cattedrali. Nelle campagne, molti loghi di culto vennero trasformati in depositi di grano o addirittura in stalle. Neanche i cimiteri vennero risparmiati dai reparti della NKVD che, in sfregio alla religione cattolica, arrivarono a profanarli, estirpando dalle tombe decine di migliaia di croci.

L’organizzazione militare resistenziale

In concomitanza con il lento ma inesorabile consolidarsi del potere sovietico, i gruppi partigiani iniziarono a frazionarsi in unità molto più piccole [Baltic Defence Review N° 3 V Volume 2000, 118] formate da plotoni di cinque, massimo 10 uomini. In questa fase della guerra, i ribelli evitarono di svolgere azioni nelle ore diurne, rimanendo ben rintanati nei rifugi sotterranei e nei bunker situati nella profondità delle foreste lituane. Solo verso il fare della sera, le pattuglie iniziavano la loro attività, effettuando imboscate e attacchi contro colonne e presidi russi. Rapidamente, anche i raggruppamenti autonomi partigiani operativi in diversi comprensori territoriali accettarono di entrare a fare parte del Movimento di Resistenza, venendo assegnati alle dipendenze di specifici Distretti dipendenti da un Comando Centrale. Ma ciononostante, soltanto nel febbraio 1949 questo processo poté dirsi completato. In questo periodo venne infatti creata una nuova struttura, il LLKS (Movimento dei Combattenti per la Libertà Lituana), avente il compito di coordinare le attività politiche e militari di tutto il movimento clandestino. E uno speciale Comitato facente parte di questo organismo provvide a nominare quale presidente provvisorio della Libera Repubblica di Lituania il generale Jonas Þeimatis.
Le unità partigiane basavano la propria attività su regole ferree. I reparti erano strutturati come vere e proprie unità di un esercito regolare ed esisteva una precisa gerarchia di gradi. Le truppe, nel limite del possibile, vennero dotate di uniformi militari e di mostrine. Il Movimento di Resistenza si organizzò anche sotto il profilo delle gestione del territorio, nominando responsabili istituzionali incaricati di favorire la propaganda anti-sovietica e di garantire all’interno dei Distretti da essi controllati la normale attività lavorativa dei civili ivi residenti. In più di un’occasione, speciali gruppi politici dipendenti dal Movimento si adoperarono per dissuadere la popolazione dall’aderire alle iniziative governative, respingendo i bandi di arruolamento nella Milizia comunista e boicottando le elezioni per le nomine delle autorità di governo locali. In questo periodo, i partigiani intensificarono i loro attentati nei confronti dei collaborazionisti e dei Commissari del Popolo che sovrintendevano il sequestro e la collettivizzazione forzata delle terre e delle proprietà: prassi che tra l’altro portò l’economia agricola lituana allo sfascio. Tra il 1946 e il 1949, i partigiani riuscirono, grazie alla connivenza di tipografi e lavoratori del settore cartaceo, a dare alle stampe più di 70 tra giornali e pubblicazioni clandestine che vennero distribuite su tutto il territorio nazionale. Molte delle pubblicazioni avevano come scopo quello di informare la popolazione circa la situazione internazionale e di mantenere l’identità culturale nazionale lituana. Durante questo periodo, il Movimento riuscì a violare la Cortina di Ferro sovietica e ad inviare in Occidente suoi rappresentanti per chiedere aiuti materiali e sostegno politico agli anglo-americani. I partigiani lituani avevano infatti compreso molto bene che da soli non sarebbero stati in grado di liberarsi del regime comunista.

Abbandonati dall’Occidente gli ultimi gruppi partigiani si arrendono

Tra il 1950 e il 1953, il movimento di resistenza entrò nel vortice di una grave crisi che lo avviò ad un progressivo sfaldamento. A determinare questa crisi furono diversi fattori. In primo luogo, gli auspicati aiuti da parte dell’Occidente si concretizzarono in pochi aviolanci di rifornimenti e armi effettuati da aerei anglo-americani privi di matricole decollati dalla Germania Occidentale e dall’isola di Bornholm. Secondo, la progressiva collettivizzazione forzata delle terre e la costituzione di comuni agricole controllate politicamente da Mosca impedì ai partigiani di accedere agli indispensabili approvvigionamenti alimentari. Terzo, la crescente attività degli agenti del KGB e degli addestrati gruppi “anti guerriglia” iniziò a fiaccare i gruppi combattenti, ormai anche a corto di armi e di munizioni, favorendo nel contempo il fenomeno delle diserzioni. Quarto, gli assassini di civili commessi da agenti del KGB travestiti da partigiani screditarono il Movimento agli occhi di parte della popolazione. Quinto, la gravissima crisi economica innescata dalla collettivizzazione delle terre gettò la classe contadina nella miseria più assoluta rendendola più malleabile ed incline ad accettare le sementi e i viveri “offerti” ad essi dal governo in cambio di delazioni utili per individuare e catturare partigiani. Sesto, le continue deportazioni di massa di civili nei gulag siberiani e il contestuale processo di “russificazione” del paese, indebolì la stessa componente etnica lituana, ridotta quasi alla stregua di una minoranza priva dei diritti più elementari Fu per queste ragioni che, verso la metà del 1953, la quasi totalità dei gruppi ribelli accettò di arrendersi in cambio delle amnistie promosse dal governo comunista di Vilnius. In realtà, quasi tutti i partigiani che si arresero spontaneamente non ottennero dalle autorità alcuna clemenza in quanto vennero imprigionati, processati per direttissima, impiccati o spediti nei gulag siberiani. E fu proprio per questa ragione che alcune centinaia di guerriglieri preferirono continuare la loro disperata resistenza ancora per qualche anno, subendo però nuove pesanti sconfitte. Il 30 maggio 1953, nella foresta di Simkaiciai, nella regione di Jurbarkas, i reparti anti-guerriglia sovietici catturarono J. Zemaitis, il Presidente del Presidium del Movimento Lituano per la Libertà. Il leader verrà fucilato il 26 novembre 1954. Per la cronaca, alcune piccole unità ribelli proseguirono a combattere fino al settembre 1956, e l’ultimo partigiano lituano a cedere le armi fu il comandante Ananas Kraujelis che venne ucciso in combattimento il 17 marzo 1965. Ma a dimostrazione che lo spirito indipendentista del popolo lituano era ben lungi dall’essere annichilito, il 14 maggio 1972, davanti al Teatro di Kaunas, un diciannovenne musicista dissidente, Romas Kalanta, destinato a diventare eroe nazionale, decise per protesta di suicidarsi (dandosi fuoco dopo essersi cosparso di benzina) davanti ad una folla che manifestava contro le forze di polizia comuniste, per palesare in maniera drammatica il suo dissenso, che rifletteva quello della stragrande maggioranza della popolazione lituana, contro le ‘truppe di occupazione’ russo-sovietiche.

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