La spedizione dei Mille tra mito e realtà

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Di Benigno Roberto Mauriello.

La spedizione dei Mille tra mito e realtà

 

Presso ogni popolo è possibile trovare dei miti, un’epopea che narra le gesta eroiche dei virtuosi fondatori della nazione. Così presso i troiani venivano raccontate le gesta di Dardano, di Troo e di Laomedonte, i romani veneravano la Lupa capitolina, Romolo e Remo. Allo stesso modo nelle giornate del 5 e dell’ 11 maggio il Presidente della Repubblica Giorgio Napoletano, ha reso omaggio al cosiddetto “eroe dei due mondi”, Giuseppe Garibaldi, il quale partito dallo scoglio di Quarto, presso Genova, la notte del 5 maggio 1860, sbarcò a Marsala l’11 maggio, dando inizio alla “liberazione” delle popolazioni dell’Italia meridionale “oppresse” dalla dominazione borbonica, in nome dell’unità nazionale, del progresso e della civiltà.

La realtà è chiaramente ben diversa. Innanzi tutto il Regno delle Due Sicilie, come allora si chiamava il sud della penisola, non era affatto quello stato arretrato che la storiografia post-risorgimentale ama presentare. La dinastia regnante, i Borbone-Parma, godevano della stima e dell’affetto dei sudditi, sapevano amministrare con giustizia e moderazione, soprattutto si ispiravano a quei valori cristiani che hanno sempre permeato la civiltà occidentale. I meridionali riuscivano a vivere e a prosperare nel proprio stato senza fare ricorso ad alcun tipo di assistenzialismo. Il bilancio dello stato era in attivo e la pressione fiscale blanda. Grazie alla florida situazione delle finanze pubbliche, a partire dalla metà del XIX secolo, sotto il regno di Ferdinando II, fu possibile dare inizio ad un processo di industrializzazione e allo sviluppo dei traffici marittimi, attività che andarono ad affiancare le tradizionali produzioni delle manifatture di stato, come le seterie di San Leucio o le porcellane di Capodimonte, o quelle dei lavori pubblici e dei consorzi di bonifica, opere nelle quali il governo borbonico si era sempre distinto. Così vennero inaugurati dei cantieri navali e degli arsenali a Napoli o nei comuni limitrofi, avviati degli allevamenti di pecore merinos per far fronte alle richieste della nascente industria tessile, mentre l’estrazione e l’esportazione dello zolfo in Sicilia assicurava lauti guadagni. Sicuramente questo processo di modernizzazione non aveva raggiunto tutti gli strati della popolazione, ma anche i contadini privi di proprietà terriera potevano trarre sostentamento coltivando le terre dei conventi e dei nobili, versando al proprietario la decima del raccolto, godendo altresì di vari privilegi che affondavano le radici nel feudalesimo quale il diritto di pascolo, legnatico, etc.

Il Regno delle Due Sicilie, quindi, pur non essendo la Svizzera o gli Stati Uniti, riusciva a vivere dignitosamente e godeva del rispetto degli altri stati, con i quali sviluppava ottime relazioni diplomatiche e commerciali. Eppure questo stato fu vigliaccamente aggredito da una spedizione di banditi venuti a saccheggiarlo. Con l’apertura oramai prossima del Canale di Suez, che favoriva le comunicazioni tra l’Inghilterra e la parte asiatica del suo impero coloniale, il Mediterraneo acquistava una rinnovata importanza e l’Italia meridionale assumeva una posizione strategica per il controllo di queste rotte. Il Regno delle Due Sicilie era alleato delle potenze tradizionaliste, Austria, Russia e Prussia, quindi malvisto dagli inglesi che bramavano anche mettere le mani sulla Sicilia e le sue miniere di zolfo. La guerra di Crimea del 1856 aveva sfaldato la Santa Alleanza e Austria e Russia erano diventate antagoniste per il predominio sulla penisola balcanica, dove la crisi sempre più evidente dell’Impero Ottomano lasciava intravedere delle opportunità di espansione territoriale. L’inimicizia con la Russia costò cara all’Austria che, rimasta isolata sul piano internazionale, fu sconfitta dai franco-piemontesi nel 1859. Nello stesso anno morì Ferdinando II e salì sul trono di Napoli il giovane e inesperto Francesco II. All’improvviso il regno si trovò indifeso e vulnerabile, esposto agli attacchi dei nemici che da tempo ne preparavano la rovina. Gli inglesi e i francesi favorivano il Risorgimento, desiderando che il controllo delle coste italiane andasse nelle mani di un governo amico, mentre l’Austria sconfitta non aveva più la forza necessaria per intervenire negli affari della penisola. Vi erano poi gli interessi della massoneria che desiderava, con il pretesto dell’unità nazionale, spazzare via il potere temporale della Chiesa. L’impresa dei Mille, un vero e proprio atto di pirateria internazionale, nacque sotto il patrocinio delle logge, così come tutto il processo di unità nazionale. “Risorgimento italiano: opera della Massoneria! XX settembre: gloria della Massoneria!”, come si legge nel libro di Guido Francocci, Gran Maestro aggiunto della Massoneria italiana, La Massoneria nei suoi valori storici e ideali, edizioni Bolla, Milano 1950, pag.217.

Il giovane Francesco II non seppe guardarsi le spalle né dai tradimenti di molti suoi alti ufficiali, specialmente quelli di origine murattiana, quasi tutti massoni in sonno, né dagli intrighi internazionali, che avevano come protagonisti Vittorio Emanuele II e il suo ministro conte di Cavour, anche egli massone, tanto per cambiare, definito nel libro di Francocci “il tessitore”, che professavano al Re di Napoli la loro leale amicizia mentre Garibaldi gli muoveva guerra.

Lo stesso “eroe dei due mondi”, ma a questo punto la definizione esatta dovrebbe essere “bandito dei due mondi”, era un frammassone. Introdusse in Italia il cerimoniale esoterico egizio o rito di Menphis-Misraim, il cui fondatore era stato Giuseppe Balsamo, meglio conosciuto come conte di Cagliostro. Garibaldi percorse tutti i gradi iniziatici della Libera-Muratoria fino ad arrivare al 33° e diventò gran maestro della loggia “Propaganda”. La storiografia risorgimentale insiste molto sull’onestà e la morigeratezza di costumi del nizzardo, tanto da essere chiamato “l’eroe sentimentale” dal Francocci. Chiaramente si tratta di leggenda. A parte che era un mediocre comandante militare, tanto da dover corrompere i generali borbonici murattiani, la sua rapacità di danaro lo spinse ad essere coinvolto in molti episodi poco chiari, insieme ai suoi figli, parenti, amanti. I ladrocini ai danni degli istituti bancari meridionali furono molteplici, e “l’eroe”, mentre si schermiva dal voler sedere in Parlamento, accettava di essere eletto deputato e al cumulo delle sue pensioni si aggiunse un sostanzioso vitalizio di 50.000 lire annue, somma ingente per l’epoca. Durante i lavori di un convegno massonico dal titolo La liberazione d’Italia nell’opera della Massoneria, svoltosi a Torino il 24 e il 25 settembre 1988, il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, Armando Corona, dichiarò: “Garibaldi ebbe sempre un nume tutelare: la Gran Bretagna. Più esattamente la Massoneria inglese”.

Anche l’altro “eroe” del Risorgimento, Giuseppe Mazzini, era massone. Francocci lo definisce “l’apostolo”. Intratteneva una amicizia epistolare con il generale americano Albert Pike, riformatore dei gradi del Rito Scozzese Antico e Accettato nonché ispiratore della nascita del Ku-Klux-Klan.

Dall’episodio dei Mille iniziarono le sventure per l’Italia meridionale, dove nacque un movimento di resistenza all’invasione bollato con il termine spregiativo di “brigantaggio”. Le popolazioni furono perseguitate e affamate. Otto cardinali, 66 vescovi e 200 preti vennero arrestati o esiliati, alcuni dei quali solo per aver pregato pubblicamente per Francesco II, mentre si procedeva alla secolarizzazione dei beni ecclesiastici. Sui terreni così privatizzati fu introdotto il contratto di mezzadria, costringendo i contadini a versare la metà del raccolto al proprietario, contro il 10% del vecchio ordinamento. La tassa sul macinato del 1869 affamò letteralmente la gente, già impoverita dalle distruzioni e dalla rapacità fiscale del nuovo stato.

A questo punto sarebbe opportuno aprire un dibattito serio su quegli eventi, non per sabotare l’unità d’Italia, un dato ormai acquisito, ma per finirla con miti e leggende che fanno male al benessere della Patria. Garibaldi e i Mille non possono essere un simbolo nazionale, nemici delle popolazioni meridionali e della Chiesa. Il problema è che si ha paura della verità. Coloro i quali reggono lo stato, poteri forti acquartierati da decenni nei ministeri, nella burocrazia, nella magistratura, nelle forze armate, nell’economia, non gradiscono che si faccia luce sulle loro origini. Essi ostacolano le riforme, per non perdere i loro privilegi, e la storia per non far emergere verità scomode che finirebbero per delegittimarli.

 

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