LA TRADIZIONE ITALIANA DOPO LA DESTRA POLIFRENICA – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo

 

Massimo Introvigne è, senza ombra di dubbio, uno fra i più autorevoli politologi italiani. Pubblicato nel sito internet “La Bussola quotidiana”, il suo saggio sulle ragioni, sui limiti e sul futuro della fusione berlusconiana delle destre, infatti, disegna, con geometrica precisione, l’attuale scenario politico. Inoltre rammenta le inadempienze dei cattolici militanti nell’area ed auspica opportunamente una loro più incisiva attività nei percorsi di formazione e di educazione alla politica.accame

La lucida e in certa misura condivisibile analisi di Introvigne tuttavia deve essere integrata dall’esame delle cause che hanno frantumato, riducendola ad arcipelago di isole lontane e incomunicabili, l’eredità del Novecento italiano.

L’umiliante storia delle esclusioni e frantumazioni subite dalla cultura del Novecento contempla, anzi tutto, il pregiudizio storicista – progressista contrario alla destra.

Nutrita inizialmente dalla corrente democristiana fondata da Giuseppe Dossetti, la mentalità storicistica si è diffusa in ambiente clericale, dove ha suscitato la scolastica dei resistenti ai progetti di apertura a destra concepiti da Pio XII e sostenuti dal partito romano.

Di seguito la frantumazione della cultura di destra è stata alimentata dalle minoranze anticattoliche attive fra gli oppositori almirantiani e rautiani al segretario del Msi, Arturo Michelini.

Primo motore della confusione anticattolica a destra è stato Julius Evola, scintillante banditore di un ateismo nascosto sotto i sacri paramenti dell’esoterismo.

Le suggestioni emanate dalle oblique e avvincenti pagine evoliane hanno respinto nel margine missino l’opera di filosofi di ben altro spessore, quali Giovanni Gentile (un autore la cui conversione finale al cattolicesimo è stata dimostrata di recente), Francesco Orestano, Giovanni Papini, Domenico Giuliotti, Nicola Petruzzellis, Balbino Giuliano, Guido Manacorda, Marino Gentile, Carmelo Ottaviano.

Le astratte e futili discussioni sulla restaurazione monarchica hanno intanto allontanato il Msi dal Pnm, impedendo quella fusione che, a tempo opportuno, avrebbe costituito un efficace cuneo tra democristiani e socialcomunisti.

La morte di Michelini nel 1968, la fallimentare segreteria di Giorgio Almirante, l’emarginazione di Giovanni Volpe e l’entrata in scena del cinguettante Armando Plebe e del fragoroso e insignificante Alain De Benoist, hanno oscurato le residue luci del Novecento a destra.

Il colpo di grazia lo ha sferrato, involontariamente, un illustre pensatore brasiliano, Plinio Correa de Oliveira, il quale – in un momento di disattenzione – si è fatto sfuggire che il massone Winston Churchill ha salvato la civiltà.

Firmatario dell’infame piano Morgenthau, bombardiere su Dresda e spedizioniere ai campi di sterminio staliniani e titini di trecentomila anticomunisti, Churchill non può essere proclamato salvatore della libertà.

La deplorazione dell’orrore nazista è universale e incontestabile, e tuttavia non ha tanta forza quanta ne occorre per far salire l’ingombrante ubriacone inglese sull’altare della civiltà.

Purtroppo nessuno si accorse allora che l’esaltazione dell’antagonista di Benito Mussolini bruciava i ponti indirizzati alla terza via, già felicemente percorsa dal Novecento italiano in allontanamento dall’anglofilia risorgimentale e dalle sistematiche truffe finanziarie di Londra e New York.

Negli anni Settanta la destra fedele all’eredità del Novecento si è pertanto rinchiusa in uno stretto e astratto margine intitolato al tradizionalismo puro e dimentico della politica attiva.

In quell’angolo si affermò una cultura limitata dall’incomprensione della forte presenza di  ragioni anti-massoniche a monte dell’opposizione italiana all’occidente liberale. Prevalsa una cultura spirituale ma azzoppata dall’oblio del miracolo sociale attuato dal governo italiano in risposta alla crisi del 1929. Miracolo che ottenne l’esplicito apprezzamento di Pio XI e di Pio XII.

La fotografia del disastroso scisma è la reciproca, paradossale incompatibilità della destra sociale (colonizzata dai festanti seguaci di De Benoist) e della destra cattolica, influenzata dal pregiudizio anglofilo e dall’euforia conservatrice.

Il realismo della visione obbliga a riconoscere, inoltre, che, nell’angusto spazio concesso al tradizionalismo, si è consumata una guerra fra i minimi sistemi organizzativi, guerra in cui sono andate a fuoco le eccellenti ragioni dell’opposizione cattolica al liberalismo inteso come velenoso prodotto della cultura dei lumi.

Nel 1974, De Tejada, il filosofo che possedeva il genio, la cultura e il carisma dell’innovatore, sprecò la sua autorità e la sua lucida refrattarietà all’europeismo, opponendosi all’unico prelato, il cardinale Giuseppe Siri, che prestava ascolto ai tradizionalisti.

Rinchiuso De Tejada in un nobile, eburneo circolo di studiosi astratti ed emarginati, fiorirono sparuti cenacoli di varia spiritualità e di incerta collocazione politica.

Un tentativo di ricucire le due figure della destra italiana fu tentato, nel 1987, da Tommaso Romano, sagace fondatore del movimento tradizionalismo popolare.

Purtroppo l’interlocutore missino, in quel tempo il segretario nazionale Pino Rauti, non seppe capire e apprezzare la qualità e l’attualità della proposta formulata da  Romano e scelse la perdente strada del sincretismo (et destra et sinistra) architettata da De Benoist.

Negli anni Novanta il Msi si avviava pacificamente all’estinzione. Nelle pagine del Secolo d’Italia Giano Accame indicava le linee di una sopravvivenza della destra nella cultura, linee che non potevano non incontrare le avanguardie cattoliche.

Accame, infatti, avviò il dialogo con Augusto Del Noce, capofila degli oppositori al cattocomunismo, e con Paolo Liguori, direttore del settimanale ciellino Il Sabato. Nel microcosmo possibile nella diversa situazione storica, si ristabilì in qualche modo il clima dell’intesa tra destra sociale e cattolicesimo d’avanguardia.

Preteso da Gianfranco Fini e sottoscritto- sotto schiaffo – da Pino Rauti, il licenziamento di Accame dalla direzione del Secolo d’Italia non interruppe il dialogo della cultura di destra con gli esponenti del dissenso cattolico.

Accame avviò un’interessante collaborazione con il settimanale dei ciellini.  Intitolata bankiller la rubrica di Accame nel Sabato rivelò una geniale intenzione strategica, ossia il riversamento delle buone ragioni della destra sociale nella cultura cattolica.

Nella primavera del 1993, quando il segretario Gianfranco Fini azzardò una sfida suicida contro il candidato democristiano alla carica di sindaco di Roma, il disegno di una destra senza partito (disegno intanto condiviso da Francesco Grisi) sembrava prossimo a realizzarsi.

L’intervento di Martinazzoli, che costrinse la Dc romana a candidare uno sgradito esponente dell’ala progressista, rovesciò il tavolo della politica italiana trasformando in successo la catastrofe iscritta nell’azzardato progetto di Fini.

Continuazione della doppiezza almirantiana la destra di Fini, ringalluzzita dal consenso piovutole addosso per caso, liquidò la cultura adeguando la destra al suo schema, il camaleontismo politicante associato al pensiero plurimo conforme al pirandellismo di Giorgio Almirante.

Uno e nessuno, Fini concesse spazio agli esponenti cattolici ma lasciò correre le correnti anticattoliche militanti con furore nel Msi e in An.

Sopra tutto ebbe cura di emarginare o neutralizzare i potenziali nemici del suo non pensiero, ovvero gli esponenti della rinnovata cultura di destra: Giano Accame, Fausto Belfiori, Fausto Gianfranceschi, Silvio Vitale, Pietro Giubilo, Primo Siena, Roberto De Mattei, Marcello Veneziani, Tommaso Romano, Pino Tosca, Ulderico Nisticò.

Esito deprimente e miserevole della guerra finiana contro la cultura è la discesa della destra politica allo zero metafisico rappresentato dal Fli.

Gli esponenti della cultura tradizionale devono pertanto cominciare nel vuoto a destra. L’alloggio sotto la tenda della fusione berlusconiano è provvisorio e precario. La solidarietà al governo di Berlusconi, argine al disastro greco-ispanico sognato dai progressisti è un obbligo per il presente, non un’ipoteca per il futuro

Ora il futuro della buona destra deve iniziare dal congedo delle illusioni intorno al liberalismo e al conservatorismo anglo-americano. La scena mondiale è in movimento e il potere dell’economia finanziaria è al tramonto. Gli eredi di Churchill stanno scendendo dal treno della storia,

La rinascita della politica italiana incomincia dal rischio di essere fedeli alla identità nazionale. Una destra intitolata a Churchill oggi sarebbe la figura di un umiliante passatismo.

L’impossibilità di costruire la nuova destra sul fondamento della nostalgia è peraltro evidente. Si tratta di capire invece che l’ammirazione del miracolo attuato dall’Italia dopo la crisi del 1929 è un forte incentivo all’identificazione della destra con la dottrina sociale della Chiesa. La vera eredità del Novecento italiana è la profonda intenzione di restituire l’Italia a Cristo e Cristo all’Italia.

I circoli di cultura e le biblioteche ideali esistono. Quel che manca è un’organizzazione politica capace di avviare la trasformazione del sapere in volontà di agire politicamente e in piena autonomia.

Il sapere cattolico è vincente, trionfante sulle rovine del pensiero antagonista. L’apostasia è una balena spiaggiata sulla sabbia del delirio nichilista. I cattolici devono decidersi a considerare la realtà senza i paraocchi dello storicismo. Devono finalmente vedere lo sfascio tragicomico della cultura atea e materialista.

I tempi dei cattolici ricoverati sotto tetti politici alzati secondo i canoni dell’architettura babelica e amministrati dalla logica secondo cui il partito della destra si costituisce assemblando di tutto un po’ stanno dunque per finire. Pensare il futuro significa guardare oltre le vecchie sgangherate case della destra plurima. Oltre la modernità, dove abita la tradizione vivente.

La ragionevole tattica consiglia l’alleanza dei cattolici con i partiti di buona volontà. L’architettura politica e l’amara esperienza della collaborazione con il polimorfo Fini, suggeriscono un partito obbediente al proverbio meglio soli che male accompagnati.

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