L’aspetto sociale della santità – di P.Giovanni Cavalcoli OP

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Maria Teresa Di Calcutta

di P.Giovanni Cavalcoli,OP

Non dobbiamo meravigliarci nel constatare come nel corso della storia dagli inizi del cristianesimo ad oggi l’ideale della santità, pur restando caratterizzato dalle sue essenziali ed immutabili esigenze, rispondenti alla definizione stessa del concetto cattolico di santità, sia andato soggetto ad una certa evoluzione, per la quale la Chiesa, approfondendo la Parola di Dio e liberandosi progressivamente da equivoci ed errori provenienti dal paganesimo, ha capito e capisce sempre meglio le caratteristiche proprie dell’ideale evangelico della santità.
Un aspetto proprio di questa evoluzione, soprattutto a partire dall’Umanesimo e dal Rinascimento, è l’apparire di una santità legata alla vita attiva, laica, sociale. Una santità che esalta tutto il campo dei valori terreni della famiglia, del lavoro, dell’economia, della politica, dell’arte, della cultura. In precedenza, come è noto, i santi canonizzati erano scelti soprattutto fra i monaci, gli eremiti, i religiosi, i sacerdoti. Essa era tutta per così dire proiettata verso il cielo, mentre la santità moderna, quasi a risentire meglio degli effetti dell’Incarnazione, resta sempre proiettata verso il cielo, ma evidenzia maggiormente la possibilità della santificazione del mondo presente.
La situazione attuale, quasi in reazione alla concezione passata che esagerava il disprezzo per il corpo, il distacco dal mondo e l’ascetismo individuale, vede le preferenze di molti cattolici andare a un tipo di santità tutto preso da preoccupazioni sociali, dall’organizzazione di centri di assistenza a poveri e bisognosi, fino alle punte estreme di preti e religiosi i quali sembrano non aver altri interessi che quello di procurare al prossimo un benessere materiale magari con l’uso di mezzi politici a volte discutibili ed evangelicamente improbabili: vedi per esempio la teologia della liberazione.
Maria Teresa Di CalcuttaSi invoca, a sostegno di questa nuova concezione, volentieri ricondotta alla spiritualità del Concilio Vaticano II, l’efficacia della testimonianza nei confronti della gente comune, magari non credente: i bisogni dei poveri, si dice, soprattutto nei paesi meno sviluppati, sono molto grandi; Cristo ha indubbiamente mostrato una grande dedizione nel beneficare i poveri; la solidarietà nei loro confronti è un atteggiamento morale che tutti, anche non credenti, possono comprendere ed apprezzare. Da qui il mutamento avvenuto soprattutto nel postconcilio in molti istituti missionari, i quali sembrano limitarsi alla sola promozione umana, economica e sociale, minimizzando l’istruzione catechetica e l’esposizione accurata dei misteri della fede, con la conseguente diminuzione dell’amministrazione dei sacramenti e dell’organizzazione delle comunità ecclesiali.
In alcuni casi è la stessa situazione sociopolitica che obbliga certi istituti a limitarsi al lavoro sociale, giacchè un tentativo di evangelizzazione sarebbe preso come indebito “proselitismo” e sarebbe a volte formalmente proibito dalle autorità locali, magari espressione di altre religioni, come per esempio l’islamismo.
Quanto spesso, quando si parla di “poveri”, ci si limita a pensare solo ai poveri in senso materiale, e quando si parla di “carità” si pensa solo all’assistenza ai poveri in senso materiale! Il Catechismo di S.Pio X elencava, invece, accanto a sette opere di misericordia corporale, sette opere di misericordia spirituale, in se stesse più preziose, così come sono più importanti i bisogni dell’anima rispetto a quelli del corpo, anche se è evidente che in molti casi è più urgente soccorrere i bisogni del corpo. Ed è vero che dando testimonianza nel campo della carità materiale, si ottiene quella fiducia e quella credibilità che consentono di toccare in modo persuasivo i più delicati e difficili temi dello spirito e del mondo soprannaturale.
Non c’è dubbio che l’operosità sociale – assistenza ai malati, agli anziani, agli handicappati, istruzione e promozione economica di base (pensiamo alla famose “riduzioni” dei Gesuiti nel Brasile del sec.XVII), cura dei pellegrini, interesse per gli orfani, i disoccupati, i nomadi, gli emigranti, i carcerati, gli ex-carcerati e cose del genere – può essere un’ottima materia per costruire la propria santità, a parte il fatto che certi istituti religiosi hanno queste finalità tra i loro compiti istituzionali.
Ed una caratteristica della carità sociale delle istituzioni cristiane è sempre stata quella di arrivare a quei bisogni ai quali nessuno pensava o dei quali nessuno si curava, bisogni che mutano col succedersi dei tempi e col variare delle situazioni. Per cui non si contano le iniziative di carità promosse dalla Chiesa e dai santi, iniziative che poi successivamente sono state assunte dal governo civile, di per sé deputato alla cura del bene comune temporale ed alla promozione della giustizia e della dignità umana.
Pensiamo per esempio all’assistenza ai malati a domicilio, alla quale sono succeduti gli ospedali, ai “monti di pietà” che poi hanno dato origine alle banche, agli ospizi per pellegrini, ai quali sono succeduti gli alberghi, alle scuole della cattedrale, che non state i primi inizi delle moderne università, e così via.
Tuttavia non basta l’esercizio di tale operosità a fare il santo: bisogna vedere con che spirito, per quali fini, su quale base, con quali motivazioni di fondo si compie una certa attività sociale. Infatti c’è modo e modo di compierla. E ad uno sguardo attento si vede la differenza tra come una certa attività, magari in se stessa buona ed ottima, è svolta da un santo e come invece è svolta da uno che santo non è.San Giovanni Bosco
L’attività del santo sorge sì certo da un minimo di competenza umana e a volte anche da alta professionalità (pensiamo per esempio a un S.Giuseppe Moscati), ma la molla di fondo che spinge all’attività il Santo è la contemplazione e l’adorazione del mistero divino, è la pratica sacramentale, è la coscienza di essere strumenti della divina bontà, è un esercizio fervente di tutte le virtù, è la capacità di vedere Cristo nel povero e nel bisognoso e, se si tratta di un Religioso, è l’osservanza diligente della Regola, Soprattutto è un’intensa carità, spinta a volte sino all’eroismo, è quella carità che faceva dire a S.Paolo: “L’amore di Cristo ci spinge”, perché “non son più io che vivo, ma Cristo vive in me”.
E gli altri a un certo punto se ne accorgono, ne rimangono stupiti e meravigliati e cominciano a domandarsi il perchè di tanta generosità e qual è la forza che spinge a compiere atti di tanta virtù. Ciò che colpisce nel santo non è tanto il quanto fa, ma il come e il perché lo fa. Gli Americani nel dopoguerra – e fu certo un bellissimo gesto – distribuirono una quantità immensa di beni di ogni genere alle popolazioni italiane impoverite e stremate dalla guerra.
Anch’io ho il grato ricordo di questi benefìci ricevuti da bambino. E tuttavia si poteva sempre dire: ma non sarà stato questo un modo, per quanto dissimulato, da parte degli Americani, di ottenere in tal modo una sottomissione degli Italiani? Una maniera per mostrare agli Italiani la grande potenza della democrazia americana? L’azione del santo è invece caratterizzata dal totale disinteresse e dall’unico scopo di farsi mediatore e trasmettitore della bontà divina e della grazia di Cristo.
Il problema ancora vivo nel nostro mondo cattolico è quello del rapporto tra Marta e Maria. Temo che molti tra noi preferiscano la prima alla seconda, nonostante le chiare parole del Signore a favore della prima. Nel prossimo agosto sarà il centenario della nascita di S.Teresa di Calcutta; il 24 luglio è stata la memoria liturgica di San Charbel Makhlùf, un eremita libanese dell’ottocento: chi dei due è più popolare? Quale, tra i due tipi di santità, è più apprezzato? Penso che non occorra la risposta.
Se ci viene spontaneo apprezzare più Marta che Maria ciò è segno che qualcosa nel nostro concetto della santità non va. Siamo più vicini a Napoleone che a Gesù Cristo. E’ noto infatti che quando Napoleone soppresse gli istituti religiosi, se la prese con i monasteri e i contemplativi, ma lasciò sussistere molte congregazioni di Suore, in quanto giudicate “utili” alla società, mentre i primi erano considerati dei parassiti e degli oziosi. Eppure Agostino, da vero cristiano, diceva: “Otium sanctum quaerit caritas veritatis; negotium justum quaerit necessitas caritatis”. Siamo disposti a trovare più cristianesimo in Agostino che in Napoleone?

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