LE CAUSE NASCOSTE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE – di Piero Vassallo

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Un intrepido viaggio nelle nebbie della storiografia

di Piero Vassallo

 

Dai torchi temerari di una casa editrice napoletana, compromessa dal nome Controcorrente, esce, in questi giorni una raccolta di saggi pubblicati nel 1974 dalla rivista Lectures françaises e oggi dimenticati e/o introvabili.

I testi in questione sono ripubblicati per sollevare dubbi sulla vulgata storiografica, che mette sullacause nascoste saggioscena perpetua dell’editoria esorbitante, del giornalismo sdegnato, della cinematografia psico-drammatica e della televisione pedagogica, la storia di una nobilissima crociata, condotta dai giusti contro i bestiali nazifascisti, anime assolutamente nere. Crociata teologicamente vinta in ragione dell’adamantina purezza appartenente agli illuminati benefattori dell’umanità, l’angelico quartetto Roosevelt, Stalin, Churchill e De Gaulle.

L’accento del dubbio cade sulla filantropia e sull’umanesimo dei suddetti vincitori, non sui crimini hitleriani. Sagacemente commentati dall’illustre magistrato abruzzese Bruno Tarquini, i saggi, scritti da Henri Coston, Jacques Ploncard d’Assac, Pierre Antoine Cousteau, Jacques Bordiot, Michel de Mauny, René d’Argile e Jacques Béarn, non istruiscono un processo d’appello intenzionato a nascondere, minimizzare o contestualizzare i delitti commessi dai seguaci di Hitler, ma tentano di fare luce sui comprimari democratici della sciagura, i finanzieri, i politicanti, gli industriali e i giornalisti, che, mossi da pensieri non umanitari e da non pacifici interessi, contribuirono allo scatenamento della seconda guerra mondiale.

Gli autori dei saggi, infatti, appartengono a quella vasta area della destra francese, che aveva quale punto di riferimento l’Action française, un movimento culturale, che professava princìpi irriducibili alla cultura neopagana prevalente nella Germania nazista.

Una malattia del pensiero, il neopaganesimo, che non trovava immuni gli esponenti delle oligarchie democratiche e comuniste.

Henri Massis, uno degli autorevoli esponenti dell’Action française, ad esempio, scrisse Défense de l’Occident, il più rigoroso e violento fra i saggi anti-nazisti pubblicati prima della II guerra mondiale.

L’antinazismo professato dagli esponenti della destra francese, tuttavia, non avanzò mai fino al punto di lasciarsi stordire dalla propaganda promossa dalla massoneria e foraggiata dalle banche internazionali al fine di eccitare lo spirito bellicoso incubante sotto i pacifici discorsi dei liberal-progressisti.

Di qui l’originalità e l’attualità del libro, che propone una pagina di storia censurata e trascinata nell’ingiusto oblio dalla valanga lanciata contro i negazionisti.

Esposti con inflessibile severità gli spaventosi errori alla radice dell’ideologia nazista ed elencate le gravi colpe commesse da Hitler tra il 1933 e il 1939, gli studiosi francesi, dei quali l’editore napoletano ha raccolto le testimonianze, svelano le pesanti ma nascoste [dall’immaginario senso della storia] responsabilità di Stalin (geniale artefice e regista degli intrallazzi diplomatici, che seminarono discordia e guerra fra gli stati non comunisti), dei governi occidentali (storditi e condizionati da tambureggianti campagne propagandistiche, sovvenzionate dai generosi avversari della pace), delle lobbies finanziarie e industriali (fortemente interessate ai profitti elargiti dalle guerre).

Michel de Mauny, ad esempio, narra la storia delle giravolte e dei voltafaccia di Stalin, in una prima fase sostenitore del movimento antinazista francese, quindi firmatario di un patto scellerato con la Germania nazista ma fedele sempre al suo machiavellico disegno: “Dividere lEuropa per evitare che la Germania si intendesse con la Francia e lInghilterra, far pesare sulla Germania la minaccia di un accerchiamento, che essa avrebbe fatto di tutto per evitare, sapendo bene come le fu fatale nel 1919“.

La politica staliniana implicava la fedeltà alla dottrina di Lenin: “Il legno si pialla ma saltano i trucioli! Se è necessario sacrificare dieci milioni di corpi umani per ledificazione del comunismo, ne resteranno assai per popolare il nostro emisfero“.

Non meno criminosa fu la politica di Franklin Delano Roosevelt: sotto la rugiada buonista delle sue omelie, strisciavano i sogni intorno allo strapotere americano e gli abbagli lampeggianti nella mente staliniana di Anna Eleanor.

Presidente di un paese a stragrande maggioranza anti-interventista e isolazionista, Roosevelt soffiò sui fuochi di guerra, nella speranza di esserci trascinato a forza. Un desiderio attuato finalmente per effetto della demenziale aggressione giapponese a Pearl Harbour.

Jacques Bordiot cita al proposito la memoria scritta nel gennaio del 1939 da Jerzy Potocki, ambasciatore polacco negli Stati Uniti: Roosevelt, usando come testa d’ariete William Bullit, intendeva attivare una politica estera finalizzata ad avversare le nazioni fasciste; progettava un piano industriale che destinava un miliardo e duecentocinquantamila dollari [del 1939!] alla spesa per armamenti; organizzava pressioni sui governi di Francia e Inghilterra affinché ponessero fine ad ogni politica di compromesso con Germania e Italia.

Non meno insensata fu l’azione bellicista scatenata da Winston Churchill, Clement Attlee e George Mandel per avvelenare e rovesciare nel suo contrario la pace stabilita nel settembre del 1938, a Monaco di Baviera, tra la Germania (rappresentata da Hitler), la Gran Bretagna (rappresentata dal conservatore Chamberlain), la Francia (rappresentata da Daladier) e l’Italia (rappresentata da Mussolini, il vero artefice della pace provvisoria) per risolvere la controversia sui sudeti.

Il patto di Monaco fu acclamato dai popoli, e riconosciuto legittimo dai giuristi, in quanto riconosceva alla Germania (in base all’inconcusso diritto dei popoli all’autodeterminazione) di occupare territori abitati da popolazioni tedesche, decise a vivere sotto un governo tedesco.

Ebbene, Churchill, sostenuto da Antony Eden e da Clement Attlee, il 5 ottobre del 1938, dichiarò il disprezzo verso la pace faticosamente ottenuta a Monaco, accusò Chamberlain “di aver scelto la vergogna per ottenere poi la guerra e propose addirittura un’alleanza antitedesca costituita da Inghilterra, Francia, Stati Uniti e Unione sovietica.

Infine il contributo di René d’Argile smentisce la leggenda della guerra combattuta per sottrarre gli ebrei tedeschi alla persecuzione nazista. Se è vero infatti che gli ebrei tedeschi subirono odiose violenze e malversazioni sinistre, non si può negare che il loro numero era relativamente esiguo (360.000) e che il governo nazista “consentiva a lasciar partire gli ebrei tedeschi con una parte dei loro beni“. L’esodo degli ebrei dalla Germania, quantunque inevitabile vista la piega sinistra degli eventi, era, comunque, una soluzione ingiusta. Non si può tuttavia nascondere la vile indifferenza alla sorte degli ebrei dimostrata dai governi di Londra e di Washington, che rifiutarono di accogliere gli esuli dalla Germania.

Il giudizio sul Novecento tedesco è appena scalfito dalle notizie sulla condotta dei governi democratici. La leggenda della crociata dei buoni e sinceri democratici è invece sepolta sotto la memoria delle scelte belliciste e sotto la figura dell’olimpica indifferenze davanti alla tragedia delle vittime.

Il libro pubblicato da Controcorrente, forse, apre un nuovo capitolo nella storia della critica al liberalismo, lultima e più pertinace fra le ideologia che hanno tormentato i secoli della modernità

 

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