LE RADICI DELL’UNITA’ NAZIONALE – di Piero Vassallo

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L’educazione cattolica degli italiani

di Piero Vassallo

 

Non è possibile contestare seriamente Benedetto XVI, il quale rivendica il merito acquistato dalla Chiesa cattolica nella difficile e contrastata attuazione dell’unità d’Italia.

Per comprendere e condividere le ragioni del regnante pontefice, infatti, basta rammentare i motivi della prima manifestazione del patriottismo unitario, le insorgenze popolari antigiacobine.

La profonda e antica unità spirituale degli italiani generò una passione civile vibrante e operante in tutti i territori della penisola, dal Piemonte alla Calabria durante gli anni (1796-1815) dell’eroica resistenza alle aberrazioni filosofiche e alle sciagure politiche innestate sulle baionette dei cleptomani giacobini, invasori discesi nella nostra penisola dalla patria del mal franzese.

A quanti ostinatamente ritengono che ad avviare il processo unitario sia stato l’alzabandiera compiuto dai collaborazionisti di Reggio Emilia non è inutile rammentare la veridica identità dei liberatori giacobini. Identità che è involontariamente rammentata dalla monumentale “Storia d’Italia” pubblicata dall’editore Einaudi: in essa un ruggente collega di Camera & Fabietti, Franco Venturi, con alto sprezzo del ridicolo, cita il messaggio risorgimentale di François Cacault: in Italia la libertà sarà instaurata per mezzo del diritto di conquista – en Italie la liberté sera donnée par le droit de conquête (Dispaccio alla Convenzione del 14 Ventoso anno II, 4 marzo 1794).

In realtà, gli italiani manifestarono la coscienza di possedere di fatto l’unità spirituale e civile ribellandosi all’esercito dei liberatori giacobini, un’armata che sotto il vessillo della fellonia a tre colori praticava il saccheggio, diffondeva il più bestiale ateismo e la più insensata passione per lo stato centralista e uniformista. Don Mario Crociata ha dimostrato che l’Italia nasce e vive la sua lunga storia con un’anima cattolica.Papa Pio IX

Gli italiani, dunque, esistevano ed erano moralmente uniti molti anni prima che iniziasse il c. d. risorgimento. Il vero risorgimento comunque ebbe inizio dal popolo degli insorgenti, come ha riconosciuto Giovanni Gentile un autore che non può essere sospettato di tendenze reazionarie. Certo è che all’inizio del 1848 gli italiani riconoscevano in Pio IX il più autorevole interprete dell’aspirazione all’unità italiana.

Solamente per una serie di cause disgraziate, la guida del movimento unitario fu assunta in seguito, da attori estranei o addirittura contrari alla fede degli italiani – Camillo Benso di Cavour, Giuseppe Garibaldi, Vittorio Emanuele II. Grazie all’aiuto determinante prestato da governi ispirati dalle massonerie, questi uomini attuarono l’unità burocratica della penisola compromettendo l’unità spirituale della patria.

D’altra parte, il problema di fare gli italiani non fu scoperto dall’intrepido e candido visionario Massimo Tapparelli d’Azeglio – come pretende l’uggiosa e grottesca vulgata dei patriottardi di scuola liberale – ma affrontato coraggiosamente dalla Chiesa cattolica all’inizio dei secolo bui, quando l’ostrogoto Teodorico, sconfiggendo in battaglia e facendo assassinare Odoacre, annientò la residua e ormai pallida figura dell’Impero romano.

La storia degli italiani incominciò nel 498  d. C., quando Teodorico, un barbaro istruito nella corte imperiale ma non educato al vivere civile, ottenne dall’imperatore di Bisanzio il titolo di re d’Italia.

In quel tempo un fossato incolmabile separava i barbari dai romani. L’Italia era abitata da due popoli nemici e irriducibili. Gestita dai barbari, l’unità politica generava oppressione e discordia endemica.

Posseduti da istinti feroci e soggetti a leggi rozze ed elementari, gli ostrogoti, e dopo di loro i longobardi, aderivano all’eresia di Ario, e in definitiva professavano un cristianesimo dimezzato e perciò adatto all’ottusa e rustica cultura dei barbari. Mentre il papato lavorava assiduamente per la pacificazione, i banditori dell’eresia arroventavano i motivi di dissenso e di contrasti tra l’Italia romana e l’Italia dei barbari. Emblemi della feroce divisione che tormentò quel periodo storico furono le tragiche vicende di Severino Boezio, ingiustamente accusato di tradimento e martirizzato da Teodorico nel 525, e di papa Giovanni I, incarcerato a seguito del rifiuto di consentire l’adesione dei cattolici all’eresia ariana e lasciato morire in prigionia nel 526.

Nei primi decenni dell’egemonia longobardica, Dan Gregorio Magno (540-604) continuò, purtroppo senza successo, l’opera dei suoi predecessori intesi alla pacificazione delle due Italie.

Il disegno del papa non contemplava l’egemonia dei romani ma l’elevazione religiosa e civile dei barbari. Lo storico René Aigrain dimostra, infatti, che Gregorio Magno “tentò di fare dell’Italia un regno longobardo cattolico, simile al regno franco in Gallia. … Il suo più appropriato elogio l’ha scritto il poeta anonimo  che compose il suo epitaffio: questo romano di vecchia tradizione resta nella storia il console di Dio”.

Alla formazione e alla conservazione della coscienza degli italiani contribuirono anche i pontefici del Medio Evo, impegnati ad affermare la superiorità del potere spirituale e l’autonomia dei popoli italiani (Leone III, San Gregorio VII, Alessandro III e Bonifacio VIII). Di seguito alimentarono la tradizione italiana San Pio V, l’animatore della vittoriosa crociata di Lepanto, e i pontefici moderni, Pio VI, che contrastò il giansenismo e rigettò l’infame costituzione civile del clero votata dalla canaglia giacobina, Pio VII che resistette al tiranno Napoleone, Pio IX che si oppose agli usurpatori sabaudi, Pio XI e Pio XII che condannarono e contrastarono le ideologie di Stalin e di Hitler.

Ultimamente l’opposizione di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI al nichilismo ha mantenuto in vita la tradizione che ha unificato gli italiani ed impedito il naufragio dell’Italia nelle acque intorbidite dalla scolastica crepuscolare  dei Cacciari, dei Severino, dei Calasso, dei Flores d’Arcais e degli Scalfari.

Fede cattolica e unità degli italiani crescono insieme e insieme si affievoliscono. L’unità politica ottenuta mediante la divisione risorgimentale degli animi è un bene mutilato. Il centocinquantesimo anniversario del regno d’Italia, infatti, è celebrato da un popolo profondamente diviso sui princìpi e sulle scelte concrete. L’anima lacerata dei politicanti senza memoria cristiana può festeggiare solamente un’unità lacerante e precaria.

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