L’EUROPA IN MARCIA VERSO IL TOTALITARISMO (sec. XIX – sec. XXI). Undicesima parte – P. TEILHARD DE CHARDIN, APRIPISTA DELL’ALLEANZA TRA MODERNISMO E SINARCHIA – di Carlo Manetti

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L’EUROPA IN MARCIA VERSO IL TOTALITARISMO (sec. XIX – sec. XXI).

 

 

undicesima parte. P. TEILHARD DE CHARDIN, APRIPISTA DELL’ALLEANZA TRA MODERNISMO E SINARCHIA

di Carlo Manetti

per il sommario dei capitoli pubblicati, clicca qui

 

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La Sinarchia, come tutte le organizzazioni iniziatiche, ha sempre visto nella Chiesa Cattolica un nemico mortale e, soprattutto, l’ultimo baluardo a difesa del realismo e della razionalità pre-illuministi. Di qui l’alleanza, diremmo “naturale”, con il Modernismo, che fa, appunto, della sottomissione al mondo (soggezione della Fede alla scienza e della Chiesa allo Stato) i suoi cardini. La partecipazione al Centre d’Etudes des Problèmes Humains di Padre Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955) rende chiaro come non si sia dovuta aspettare la partecipazione del Professor Andrea Riccardi, fondatore e guida indiscussa della Comunità di Sant’Egidio, al Governo Monti, in qualità di Ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione, per vedere all’opera l’alleanza suddetta, anche indipendentemente dalle cautele che si sarebbero potute immaginare.

Marie-Joseph Pierre Teilhard de Chardin nasce nel castello di Sarcenat nel Puy­-de-Dôme, il 1° maggio 1881, quarto degli undici figli di Emmanuel, naturalista, e Berthe-Adèle de Dompierre d’Hornoy, pronipote di Voltaire. Nel 1892 entra in collegio dai gesuiti, ordine  di cui inizia il noviziato nel 1899. Nel 1901, nel quadro della legislazione progressivamente sempre più antireligiosa, ed anticattolica in particolare, i gesuiti vengono espulsi dalla Francia e  Teilhard continua all’estero il suo noviziato. Ma i suoi interessi sono sempre più scientifici, tanto che dal 1905 al 1908 è al Cairo, come “lettore di chimica e di fisica” del collegio secondario gesui­ta della Sacra Famiglia, iniziando ad approfondire la geologia e la paleontologia ed appassionandosi via via di più alla teoria dell’evoluzione. Viene ordinato nel 1911, dopo 4 anni di seminario nel Regno Unito; ma l’anno successivo lavora già al  Museo nazionale di Storia Naturale di Parigi. Dal 1915 al 1919 presta servizio militare come barelliere al fronte, guadagnandosi il grado di caporale e, dopo la fine della guerra, la croce al merito ed il titolo di Cavaliere della Legion d’Onore. Nel 1918 pronuncia i voti solenni come gesuita. Nel 1920 finisce la tesi di laurea in Scienze naturali. Dal 1926 al 1946 compie varie missioni in Cina ed in Asia orientale per conto del Museo nazionale di Storia Naturale di Parigi e vi approfondisce il suo radicamento nell’evoluzionismo, oltre ad entrare in contatto con le spiritualità dell’Impero di Mezzo, giapponese ed indiana, della quale ultima rimane particolarmente colpito ed influenzato in tutta l’evoluzione del suo pensiero. Nel 1946 è nominato direttore di ricerca al Centre national de la Recherche scientifique di Parigi. Nel 1950 ottiene una cattedra all’Institut de France e l’anno successivo si trasferisce a New York, come collaboratore permanente della Wenner-Gren Foundation for Anthropological Re­search, per conto della quale svolge due missioni in Sud-Africa e Rho­desia, nel 1951 e nel 1953. Muore il 10 aprile 1955.

Padre  Teilhard de Chardin rappresenta il punto di snodo, il passaggio dal Modernismo classico alla Nouvelle Théologie o, secondo altre interpretazioni, è l’iniziatore di quest’ultima. Il termine  Nouvelle Théologie si deve, secondo varie fonti, al grande teologo domenicano Réginald Marie Garrigou-Lagrange (1877-1964) e designa la scuola di pensiero, sorta intorno alla metà del XX secolo, che si prefiggeva una riforma radicale della Chiesa e della sua teologia, con l’abbandono della scolastica e del tomismo (o, almeno, una sua rilettura compatibile con il cosiddetto «pensiero moderno», vale a dire quello di derivazione illuminista) e con una forte apertura verso i culti acattolici. È la corrente che, condannata da Pio XII con l’enciclica Humani generis (1950), diverrà dominante nel Concilio Vaticano II. I suoi principali esponenti sono Henri de Lubac (1896-1991), Hans Urs von Balthasar (1905-1988), Yves Congar (1904-1995), Karl Rahner (1904-1984), Hans Küng (nato nel 1928), Edward Schillebeeckx (1914-2009), Marie-Dominique Chenu (1895-1990), Louis Bouyer (1913-2004) e Jean Daniélou (1905-1974).

Mentre il Modernismo classico vedeva nella scienza la realtà e chiedeva alla Fede di adeguare i suoi dogmi ai postulati via via affermantisi di quella,  Teilhard de Chardin vuole enucleare i principi di fondo della scienza a lui contemporanea e, con quelli, reinterpretare le categorie della Fede; in pratica, riscrivere il Cattolicesimo. Si potrebbe affermare che sia un ribaltamento totale dell’approccio tradizionale cattolico alla scienza, una spiritualizzazione dello scientismo modernista. Non per nulla, egli rifiuta lo scientismo ed il materialismo, pretende di essere riuscito a «trovare lo spirito» nello studio della materia, come dirà di lui Paolo VI, cioè, dallo studio della materia, individua la chiave di lettura delle cose spirituali. Esemplificativo è, a questo riguardo, quanto scrive lo stesso Teilhard nell’«Inno alla materia»:

«Benedetta sii tu, aspra Materia, sterile gleba, dura roccia, tu che cedi solo alla violenza e ci costringi a lavorare se vogliamo mangiare.

Benedetta sii tu, pericolosa Materia, mare violento, indomabile passione, tu che ci divori se non t’incateniamo.

Benedetta sii tu, potente Materia, Evoluzione irresistibile, Realtà sempre nascente, tu che, spezzando ad ogni momento i nostri schemi, ci costringi ad inseguire, sempre più oltre, la Verità.

Benedetta sii tu, universale Materia, durata senza fine, Etere senza sponde, – triplice abisso delle stelle, degli atomi, e delle generazioni, tu che travalicando e dissolvendo le nostre anguste misure, ci riveli la dimensione di Dio.

Benedetta sii tu, impenetrabile Materia, tu che, ovunque tesa tra le nostre anime ed il Mondo delle Essenze, ci fai languire dal desiderio di forare il velo senza cucitura dei fenomeni.

Benedetta sii tu, mortale Materia, tu che, dissociandoti un giorno in noi, c’introdurrai necessariamente nel cuore stesso di ciò che è. Senza di te, o Materia, senza i tuoi attacchi, senza i tuoi strazi, noi vivremo inerti, stagnanti, puerili, ignoranti di noi stessi e di Dio. Tu che ferisci e medichi – tu che resisti e pieghi – tu che sconvolgi e costruisci – tu che incateni e liberi – Linfa delle nostre anime, Mano di Dio, Carne del Cristo, o Materia, io ti benedico.

Ti benedico, o Materia, e ti saluto, non già quale ti descrivono, ridotta o sfigurata, i pontefici della Scienza ed i predicatori delle Virtù, ma quale tu mi appari oggi, nella tua totalità e nella tua verità.

Ti saluto, inesauribile capacità d’essere e di trasformazione in cui germina e cresce la Sostanza eletta.

Ti saluto, universale potenza di ravvicinamento e d’unione, che lega tra di loro le innumerevoli monadi ed in cui esse convergono tutte sulla strada dello Spirito.

Ti saluto, sorgente armoniosa delle anime, cristallo limpido dal quale è tratta la Gerusalemme nuova.

Ti saluto, Ambiente divino, carico di potenza Creatrice, Oceano mosso dallo Spirito, Argilla impastata ed animata dal Verbo incarnato.

Credendo di rispondere al tuo irresistibile appello, gli uomini spesso, si precipitano per amor tuo nell’abisso esterno dei piaceri egoistici.

Un riflesso li inganna, oppure una eco.

Lo vedo adesso.

Per raggiungerti, o Materia, bisogna che, partiti da un contatto universale con tutto ciò che, quaggiù, si muove, sentiamo via via svanire  nelle nostre mani le forme particolari di tutto ciò che stringiamo, sino a rimanere alle prese con la sola essenza di tutte le consistenze e di tutte le unioni.

Se vogliamo possederti, bisogna che ti sublimiamo nel dolore dopo averti voluttuosamente stretta fra le nostre braccia.

O Materia, tu regni sulle vette serene ove i santi pensano di evitarti, – Carne così trasparente e nobile che non ti distinguiamo più da uno spirito.

Portami su, o Materia, attraverso lo sforzo, la separazione e la morte.- portami dove sarà finalmente possibile abbracciare castamente l’Universo»[1].

La coeternità della materia (forse da scrivere con la M maiuscola, come fa il Padre gesuita) è quasi una divinizzazione della stessa, presupposto essenziale per il principio cardine del suo pensiero: il principio di evoluzione cosmica. «Credo che l’Universo sia un’Evoluzione. Credo che l’Evoluzione vada verso lo Spirito. Credo che lo Spirito si compia in qualcosa di Personale. Credo che il Personale supremo sia il Cristo-Universale»[2].

Si parte dall’idea di un universo, sorto con l’esplosione del big-bang, che naturalmente tende a divenire vita. Ci troviamo qui in presenza dell’estremizzazione della teoria evoluzionistica, fino a giungere a postulare ciò che la biologia ha sempre definito come la più rozza delle superstizioni: l’abiogenesi[3]. Una tale tesi contrasta con il principio di logica elementare, secondo il quale nulla e nessuno può dare ciò che non ha: se un essere non ha la vita, perché non è vivo, non può generare un essere dotato di vita; almeno non può farlo  in maniera naturale. È quello che egli definisce il passaggio dal mondo inorganico alla biosfera, cioè alla vita.

La vita, a sua volta, tenderebbe, sempre secondo questa fantasiosa ricostruzione, ad umanizzarsi. Siamo in presenza di una generalizzazione assoluta della teoria evoluzionistica, secondo la quale non alcune specie si evolverebbero sino a giungere all’uomo, ma ogni forma di vita avrebbe, in sé, la propensione a trasformarsi in persona umana, ovviamente nei lassi di tempo congrui. Come è caratteristica di tutto l’evoluzionismo, anche qui si tende a superare le incongruenze delle proprie affermazioni attraverso la diluizione in tempi particolarmente lunghi, come se il decorso del tempo risolvesse ipso facto i problemi di irrealizzabilità. Con un salto logico degno del precedente, egli afferma che dalla vita non razionale nascerebbe, naturalmente, la vita umana razionale. È quello che Padre Teilhard definisce il passaggio dalla biosfera alla noosfera[4].

Il terzo ed ultimo passaggio è la naturale divinizzazione dell’umanità: la stessa specie biologica umana, grazie al pensiero ed alla comunicazione (per Teilhard, le vere forze propulsive della Storia, insieme all’amore, di cui parleremo tra breve), si raggruppa e si organizza per convergere su se stessa in un nuovo unico super-organismo per raggiun­gere infine Dio, che egli chiama punto omega, vale a dire la fine dei tempi, perché fine dell’evoluzione.

Per quanto egli cerchi di difendersi dall’accusa di panteismo, rivoltagli a più riprese, le sue argomentazioni non appaiono convincenti, proprio perché la mancanza di differenza ontologica tra Dio e la materia e la possibilità, per quest’ultima, di evolversi fino a divinizzarsi, sia pure in tre lunghi passaggi logici, rende la dottrina Teilhardiana come panteista, oltre ad essere poco conciliabile con il principio di creazione. Ma è tutto l’impianto filosofico ad essere incompatibile con l’esistenza di un Dio personale, creatore ed onnipotente, oltre a contenere contraddizioni logiche, come l’evoluzione dal meno perfetto al più perfetto, in violazione, come dicevamo, del principio che nessuno può dare (trasmettere) ciò che non ha.

Ma l’assoluto monismo del suo pensiero, monismo che cancella le differenze ontologiche tra spirito e materia, tra vita e non vita, tra Creatore e creatura…, raggiunge il suo compimento, anche estetico, nella dottrina dell’evoluzione dell’amore. L’amore è visto come la forza universale che muove tutto l’universo e viene esteso dall’uomo a tutte le forme viventi e, persino, agli oggetti inanimati. L’amore ha sempre, in Teilhard, una forte caratterizzazione di attrazione sessuale; e questa, se è più evidente nell’uomo e nei mammiferi, non manca, però, in nessun essere e permane, raffinandosi anche nell’evoluzione post-umana, che porterà l’umanità a divinizzarsi, anzi ciò sarà reso possibile proprio dalla convergenza causata dall’amore.

In quest’ottica, quindi, la famiglia non solo non è più vista in funzione della procreazione e dell’educazione dei figli, ma è ridotta alla coppia: come dirà lo stesso Padre gesuita, «alla fine, è il Centro totale stesso che, ben maggiormente del figlio, appare come necessario al consolidamento dell’amore. L’amore è una funzione a tre termini: l’uomo, la donna e Dio»[5]. L’istituto familiare è percepito come qualcosa da superare, perché legato ad una visione dell’amore come dono procreativo e non come godimento evolutivo. Si vede, anche su questo punto, la perfetta coincidenza di obiettivi con il progetto sinarchico di eliminazione dei corpi intermedi tra il potere dei tecnocrati e la massa dei sottoposti, corpi intermedi di cui la famiglia è certamente il più importante.

L’influenza esercitata da Teilhard de Chardin sul pensiero lato sensu cattolico fu enorme, sia da un punto di vista diretto che indiretto. Sulla sua influenza diretta, lo stesso Cardinale Joseph Ratzinger, in «Principi di Teologia cattolica» (1987), confermò, ad esempio, che la Costituzione conciliare «Gaudium et Spes» è fortemente imbevuta del pensiero Teilhardiano.

Sul piano indiretto, la sua influenza sulla Nouvelle Theologie e, per suo tramite, su tutto il pensiero dei teologi più alla moda da cinquant’anni a questa parte fu enorme. Si pensi che, ancora oggi, i testi  di Vito Mancuso, suo erede diretto e dichiarato, sono venduti nelle librerie cattoliche nella sezione teologia, in quella stessa sezione in cui si fatica a trovare San Tommaso.

Anche nella collaborazione diretta con la Sinarchia Padre Pierre Teilhard de Chardin fu un apripista e sulle sue orme il modernismo cattolico si gettò con entusiasmo, come vedremo negli articoli successivi.

 

 


[1] Grassetto e sottolineatura nostra.

[2] Teilhard de Chardin, In che modo io credo, 1934.

[3] Per abiogenesi si intende la nascita della vita da ciò che non è vivo, dal greco βίος (bìos) = vita e γένη (ghéne), radice del verbo γίγνομαι (ghìghnomai) = nascere, preceduti dall’α (alfa) privativo, che nega quanto affermato dalla parola.

[4] Dal greco νόος (nòos) = mente.

[5] Teilhard de Chardin, Esquis­se d’un Univers personnel

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