L’INTERESSANTE CONTRIBUTO DEL CARDINALE BIFFI AL DIBATTITO SUL RISORGIMENTO – di Gerardo Viscidi

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di Gerardo Viscidi

 


Il nuovo libro del cardinale Giacomo Biffi si intitola L’unità d’Italia ed è uscito nel gennaio di quest’anno per Cantagalli editore.libro biffi

Secondo l’autore il processo risorgimentale prese avvio in Italia al termine dell’occupazione napoleonica il cui impatto traumatico determinò in noi un’istanza nuova di unificazione, di indipendenza dallo straniero. La coscienza del declino politico, sociale ed economico di un popolo, dopo secoli più floridi e più fieri, cominciò a farsi strada fra gli intellettuali della penisola. E se questa coscienza potè risvegliarsi lo si deve, secondo il cardinale Biffi, al mai domo e sempre geniale spirito italiano in campo culturale. Fino alla bufera napoleonica i nostri territori, lungi dall’essere diventati dei semplici musei del passato, erano ancora dei «laboratori attivi di varia umanità». Nomi come Metastasio, Quarenghi, Tiepolo, Canova, la dicono lunga sul prestigio italiano nel mondo artistico e letterario del Sette-Ottocento. Nelle scienze abbiamo avuto poi uno Spallanzani, un Galvani, un Volta, un Lagrange. E il Beccaria, con il suo trattato Dei delitti e delle pene, fu preso a modello, in diritto penale, da molti altri Paesi. Traguardi luminosi, soprattutto nel campo delle lettere, furono successivamente raggiunti grazie ad alcuni dei massimi “ispiratori” del movimento risorgimentale quali Foscolo, Leopardi e Manzoni.

Fatta l’Italia, dopo tanto penare e lottare, iniziò, paradossalmente, quella che Biffi (eccezioni a parte) considera la fase declinante della parabola culturale italiana: «un calo della nostra connaturale creatività».

Perché accadde questo? Perché si preferì livellare le particolarità delle diverse regioni imponendo loro la legislazione, la burocrazia e la struttura amministrativa piemontese. Ma la critica più seria che si può fare al movimento risorgimentale fu – come sostiene il cardinale Biffi – «di aver sottovalutato il radicamento nell’animo italiano della fede cattolica e la sua quasi consostanzialità con l’identità nazionale». La classe politica sabauda, secondo mons. Biffi, mostrò un’anima anticattolica, ignorando il sentimento religioso del popolo italiano e gettando le premesse di una sorta di «alienazione degli Italiani, che difficilmente sarebbero arrivati a percepire il nuovo Stato come qualcosa di connaturale e proprio». Il nuovo Stato agì interferendo di continuo con l’autonomia della Chiesa e tentando di emarginare gli ambienti cattolici. Ma è anche vero che il cattolicesimo italiano seppe reagire con fermezza.  Lo dimostrano i pontificati di Pio IX (1846-1878) e Leone XIII (1878-1903) che favorirono il rafforzarsi della Chiesa all’interno della società, incoraggiarono le iniziative caritatevoli e accompagnarono il ritorno dell’associazionismo.

Non si può oggi dubitare che esista la Nazione Italiana, con una sua inconfondibile identità, con una sua lingua, una sua letteratura e una sua particolare vicenda artistica. Tale identità, avverte il cardinale Biffi, non è solo il frutto dell’epopea risorgimentale ma è un patrimonio accumulato nei secoli. «Ridurre concettualmente la Nazione italiana entro l’idea di quello Stato che da un secolo e mezzo costituisce, per così dire, il suo rivestimento politico, è un equivoco più o meno consapevole che potrebbe poi determinare inconvenienti non da poco nel modo di concepire la nostra vita associata».

Il fattore di aggregazione che più ha influito, nel tempo, sul carettere delle popolazioni italiane è stato la comune fede cristiana che ha messo salde radici nei cuori e nelle coscienze degli uomini. È questo il grande patrimonio che gli Italiani oggi si trovano a condividere: quello che ha segnato la mentalità del popolo in maniera unica e decisiva. Da duemila anni la fede cristiana è parte fondamentale della nostra cultura. I frutti più nobili e preziosi dello spirito umano – come ci fa osservare il cardinale Biffi – dipendono dalla visione cristiana della vita. «Non si posssono percorrere le nostre strade, non si possono ammirare le nostre architetture, non si possono visitare le nostre raccolte d’arte, non si possono leggere i nostri poemi senza incontrare una straordinaria inculturazione del Credo cattolico».

Ma il cardinale Biffi non vuol concludere il suo discorso senza parlare anche di ciò che il Risorgimento ha portato di buono. Tre cose soprattutto: l’indipendenza nazionale, l’unità politica e la fine del potere temporale dei papi. La storia, tuttavia, non la si può cambiare, per cui il cattolicesimo resta la religione storica della Nazione. «Alla luce di questo fatto» – afferma con saggezza mons. Biffi – «non si può, in nome della parità di tutti i convincimenti e di tutte le fedi, eliminare da ogni ambiente e da ogni consuetudine sociale i segni della tradizione cristiana cattolica: sarebbe un attentato all’identità storica del nostro popolo». Quanto ai grossi problemi causati dall’immigrazione dai paesi poveri, sarebbe sbagliato mortificare la nostra italianità pensando così di facilitare l’integrazione dei nuovi arrivati. Meglio, invece, valorizzare le nostre ricchezze culturali e spirituali perché possano improntare di sé i nuovi cittadini.

 

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