L’invenzione del vero, romanzi antichi e nuovi – Guido Cervo: “I centurioni del Malabar”

Leggo i romanzi di Guido Cervo da molti anni, da quando mi furono consigliati da un amico che non c’è più, il professor Enzo De Canio, intellettuale dalla sterminata cultura. Enzo mi parlò di questo scrittore suo concittadino e collega (Cervo vive e lavora a Bergamo, dove ha svolto la professione di docente di Diritto ed Economia presso le scuole superiori) come di un autore di libri avvincenti, ma allo stesso tempo documentatissimi, esito di ricerche storiche approfondite, che portano alla ricostruzione di affascinanti ambientazioni e scenari, teatro di eventi riguardanti importanti personaggi storici, cui si intrecciano trame nate dalla fantasia dell’autore.

Fidandomi dell’amico Enzo, e vincendo una mia certa ritrosia nei confronti degli autori contemporanei, lessi un primo romanzo storico ambientato nell’antica Roma, e da allora ho continuato a seguire il prolifico scrittore bergamasco in diverse delle sue serie. Mi conquistò completamente con un romanzo ambientato durante la Guerra civile italiana 1943-45, Bandiere rosse e aquile nere, che a mio avviso andrebbe fatto leggere nelle scuole.

Quelle che vengono raccontate in questo volume sono le vicende tragiche di un Paese diviso, lacerato, provato da una guerra inutile e dannosa, e poi straziato dalla guerra civile. Vicende osservate attraverso una famiglia milanese i cui membri vengono divisi e allontanati dalla guerra, ma anche dalle contrapposte ideologie. Le bandiere rosse e le aquile nere del titolo sono quelle dei partigiani che sognano di instaurare una repubblica socialista e dei fascisti irriducibili che combattono non tanto per un Duce che – nelle pagine del romanzo – è una presenza opaca e lontanissima, ma per l’onore di Italia, un Paese soggetto a privazioni, lutti e umiliazioni di ogni genere.

Il vero protagonista, in questo romanzo, è – come nelle grandi opere epiche della Letteratura – il popolo, quello vero, quello concreto, che soffre e si arrabatta per sopravvivere materialmente e moralmente per sopravvivere ai disastri provocati dai cosiddetti “grandi della storia”, quando la Misericordia viene a mancare.

Ma oltre a quest’opera, il ciclo narrativo che ha reso Guido Cervo un autore seguito e apprezzato è il frutto del suo interesse e della sua approfondita conoscenza per la storia romana, che ha portato ad ambientare la maggior parte dei suoi libri nell’antica Roma con la serie di romanzi che hanno come protagonista il legato Valerio Metronio, comandante della XXII legione di stanza sul Reno sul finire del III secolo.

Si parla di un’epoca che vede una Roma imperiale inesorabilmente avviata alla decadenza, una Roma tanto simile agli attuali grandi imperi mondialisti, multietnici, multiculturali, un grande calderone caotico dove si idolatra il potere fine a se stesso. Un mondo scosso da radicali sconvolgimenti che chiamano i protagonisti a scelte decisive e al sacrificio personale in difesa dei valori in cui si crede ancora.

I romanzi spaziano dalla foresta di Teutoburgo, in Germania, al tentativo dei Romani di opporsi ai barbari fino all’ultima battaglia per fermare l’invasione Unna e alla guerra sanguinosa tra Goti e Romani che culmina nella battaglia di Adrianopoli, con l’apparire tra le legioni del giovane e fervente Cristianesimo.

L’ultimo romanzo di questa serie, I centurioni del Malabar (Piemme, 2022 pag. 352 euro 20), si spinge fino agli estremi confini del mondo conosciuto dai Romani: in India. Siamo nell’anno 209 d. C. quando, dopo una lunga traversata dell’oceano, il tribuno Marco Terenzio Massimo sbarca nel porto indiano di Nelkinde, in una missione affidatagli dall’imperatore Settimio Severo, volta a stringere un’alleanza tra il maharajah del regno Pandya con Roma.

Cervo affronta un capitolo completamente sconosciuto della storia romana e riesce a coniugare come pochi altri scrittori una ricostruzione storica precisa e dettagliatissima e una trama avvincente di grande fascino. Gli storici, come Strabone, documentano l’attività commerciale di Roma nel subcontinente indiano, ma Cervo fa di più: grazie alla fantasia romanzesca si immagina l’incontro e lo scontro della più grande civiltà europea dell’antichità con un mondo ancora più antico, sconosciuto, con una propria cultura, con suoi culti.

L’autore ci descrive con maestria i personaggi, i valori di cui sono portatori. Cervo è maestro nelle descrizioni delle battaglie, delle tattiche, delle armi, ma la sua narrazione è davvero avvincente quando si tratta di ritrarre le figure che popolano il romanzo. Le sue simpatie vanno certamente per i tetragoni soldati romani, uomini duri, che nella lontanissima India si ritrovano a essere avventurieri che tuttavia sapranno mettere a rischio le loro vite per tener fede al loro giuramento, nel solco di una tradizione di tenacia e onore che ancora li lega a Roma.

Allo stesso tempo, il libro ci presenta il mondo esotico, affascinante e misterioso dell’India, evocando i migliori romanzi d’avventura. E in effetti si può dire che la grande abilità dell’autore sta nel coniugare il romanzo storico tradizionale con quello d’avventura. Un connubio decisamente riuscito.

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