L’Università di Padova nasce, nel 1222, per l’esodo dallo Studio bolognese di scolari e professori che lì avevano visti compressi gravemente i propri privilegi. Non per nulla la Patavina libertas è il motto che accompagnerà nei secoli questa istituzione gloriosa. Circa tremila stemmi, di studenti e professori particolarmente degni di memoria e in gran parte stranieri, ornano le volte e le pareti antiche del palazzo centrale, a ricordo di un sapere che si è irradiato a beneficio di tutti. Sapere umanistico e scientifico, artistico e filosofico. Qui è nato il primo teatro anatomico. Qui hanno insegnato Galileo ma anche Vesalio, e Morgagni che vi ha fondato lo studio dell’anatomia patologica. Una tradizione di eccellenza protrattasi oltre la fine della seconda guerra mondiale quando grandi maestri di diritto come Esposito e Crisafulli, Bettiol e Trabucchi, Voci e Guicciardi hanno potuto formare ancora le nuove generazioni, mentre Concetto Marchesi e Carlo Diano rifondavano lo studio della letteratura antica.

In quegli anni, chi frequentava l’Università avvertiva ancora il senso profondo della scuola e delle scuole, il carisma del Maestro e la sostanza di quella che veniva chiamata la dignità accademica. Alla quale, faceva da contrappeso la “filosofia” della tradizione goliardica che aveva ancora come inno il “gaudeamus igitur” e conosceva il repertorio delle antiche “cante”, in cui anche l’oscenità era tutta giocata nel registro scanzonato dell’umorismo e della satira.

Era ancora gesto naturale e spontaneo quello di alzarsi in piedi quando il professore entrava in aula. Ed era altrettanto naturale applaudire alla fine della lezione, sentita come una fonte particolare e privilegiata di arricchimento.

Le antiche baronie gattopardesche del sapere si potevano concedere il lusso di ospitare allievi di tutt’altra parrocchia politica. Il grande penalista e politico democristiano poteva favorire la carriera di chi, oltre l’estrema sinistra, si professava “comunista cinese” ovvero di scuola maoista. La rivalità riguardava ancora la qualità della scuola.

Però durò poco. I venti sessanttottardi agitati dai sepensanti pensatori politicamente impegnati spazzarono via con la goliardia anche il suo contraltare culturale, la vocazione formativa dello studio, le forme che richiamano l’attenzione sulla sostanza e sul significato delle cose.

Ma la nuova volgarità di importazione e la vacuità di idee senza fondamento logico e gnoseologico, la semplificazione del pensiero e del linguaggio ebbero la meglio, guidate dalla possibilità del tutto e subito. Perché quella di pensare che un’arte la si può praticare anche senza averla imparata è una tentazione antica come quella del serpente. Tutti abbiamo sognato di poter suonare saltando la fatica del solfeggio. Se la qualità non interessava più il cliente, anche l’interesse del venditore poteva essere soddisfatto con altri criteri.

Nuovi criteri, come sappiamo bene, hanno spazzato via anche le arti e messo la pietra tombale su ogni esigenza estetica. Così è accaduto per le imponenti e razionali strutture architettoniche del nuovo cortile a porticato costruito negli anni Trenta a ridosso di quello antico. Un magnifico Rettore ha commissionato al celebre Kounellis un monumento alla Resistenza che consiste tuttora in numerosissime tavole grezze di risulta addossate una sopra l’altra, a copertura di una intera parete. L’ignaro turista che ha appena visitato il teatro anatomico pensa sia in corso uno strano lavoro di restauro, e tira dritto senza leggere la targa di dedica ai celebri resistenti Marchesi e Migliorini.

I venti nuovi avrebbero sostituito alle vecchie baronie le nuove, che spesso erano le prime riadattate ai nuovi orizzonti democratico-libertari.

Osserva Camillo Semenzato, in una breve storia dell’Università, come dopo la occupazione austriaca del 1813 e l’annessione all’Italia del 1866, fosse emerso il problema degli insegnanti che in qualche modo si erano compromessi con i precedenti regni: c’erano quelli che si erano tenuti fuori da ogni impegno politico, c’erano i pochissimi rimasti coerenti fino in fondo. “Ma i più cercarono di far dimenticare i propri trascorsi e di ottenere la benevolenza dei vincitori, e furono quelli che più fecero parlare di sé”. E prosegue: “la categoria degli opportunisti, che potremmo aggiornare con quanto è accaduto dopo la caduta del fascismo, o nei cosiddetti anni di piombo, ha dunque i suoi illustri precedenti storici. Si leggono dichiarazioni di fedeltà e di amore per la causa austriaca, impressionanti per la loro incredibile attualità, che rivelano una dimensione dell’ipocrisia da cui potremmo in qualsiasi momento essere sommersi”.

Da questa ipocrisia democratico-libertaria ora non siamo soltanto sommersi, siamo soprattutto oltraggiati. L’ipocrisia del costituzionalista che, vestiti i panni quirinalizi, usurpa i poteri dell’esecutivo per imporre il ministro dell’economia gradito a lui ovvero ai suoi superiori, che entra in guerra a braccetto del suo presidente del consiglio, inaudito populo italiano, e controfirma qualunque provvedimento aberrante gli venga sottoposto.

Recentemente gli è stato reso omaggio all’Università di Padova dove, grazie ai nuovi venti di dottrina neoliberista e libertaria, si veleggia con il vento in poppa verso il traguardo dell’analfabetismo democratico e l’omogeneizzazione politica dei cervelli.

Dopo gli onori di casa della rettora, che esercita la nuova professione riservata alle donne oppresse, ha parlato a nome delle studentesse e degli studenti la ragazzetta in sottoveste che ha detto con forte determinazione quello che ha detto perché non sapeva quello che diceva. Perché nessuno le ha mai insegnato non solo a vestirsi in modo adeguato a seconda delle circostanze (cosa che anche nelle comunità rurali più primitive tutti imparavano a fare pur con limitatissimi mezzi a disposizione). Perché nessuno pare sia stato in grado di spiegarle che di quello che non si conosce è meglio tacere. E parlare a vanvera può essere anche nocivo e controproducente.

Così la poverina in sottoveste, pressata dall’ansia di mostrarsi all’altezza dei tempi, della situazione personale e dell’illustre ospite, ha infilato tutte le banalità polivalenti che riassumono bene impreparazione, presunzione e messianico rapimento per l’aria che tira. Si è chiesta ispirata la ragazza: È libero uno stato in cui i senatori della repubblica si possono permettere… di applaudire pubblicamente l’affossamento del ddl Zan?”. E, senza essere sfiorata da qualche dubbio sul senso del proprio ragionamento, ha concluso che “non c’è libertà per qualcuno se non c’è libertà per tutti”… Appunto! Scrosci d’applauso della platea commossa insieme a quello delle cosiddette più alte cariche dello Stato.

Perché lì, nell’aula magna, si respirava l’aria che tira, ovvero tutto il degrado intellettuale che dilaga con le relative micidiali conseguenze. Se anche il discorso colto dei coltissimi pisani o degli altrettanto colti filosofi napoletani comincia anch’esso con l’ormai fatidico omaggio “a tutte e a tutti”, in spregio alla grammatica prima ancora che al buon senso e alla intelligenza, è perché quella formula si accorda bene non solo con una Università in sottoveste, ma anche con una parte cospicua della nazione, incapace di difendere se stessa dalla stupidità. Incapace di cogliere il disfacimento della politica e del diritto, della economia e della cultura, e quindi persino la follia autodistruttiva che sembra spingerla tragicamente verso una guerra di annientamento.

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