Memorie di un’epoca – 28 ottobre 1922: la Marcia su Roma – di Luciano Garibaldi

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Memorie di un’epoca – rubrica mensile a cura di Luciano Garibaldi

biografie, eventi, grandi fatti, di quel periodo in cui storia e cronaca si toccano

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41 – martedì 31 ottobre 2017

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28 OTTOBRE 1922: LA MARCIA SU ROMA

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Rievochiamo lo storico evento, a 95 anni da quel giorno che segnò la fine della democrazia in Italia. Con la benedizione (di cui pochi storici parlano) della Gran Loggia di Londra

di Luciano Garibaldi

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Novantacinque anni fa. Alla fine del 1921, il quadro politico, in Italia, è questo: c’è un centro liberale (Nitti, Giolitti), debole, ma appoggiato dai cattolici del Ppi (Partito popolare italiano di De Gasperi e Sturzo); c’è una sinistra aggressiva e violenta, ma divisa (da una parte, il Psi di Turati e Treves, tendenzialmente riformista, con un’ala massimalista capeggiata da Giacinto Menotti Serrati; dall’altra i comunisti del PCd’I, Partito comunista d’Italia fondato a Livorno dal gruppo di Bordiga e Gramsci); infine ci sono i fascisti, non certo meno violenti e meno determinati dei “rossi”, ma dei quali la monarchia e gli industriali (il vero potere) non si fidano fino in fondo, poiché la loro matrice è pur sempre repubblicana e collettivista.

È in questo quadro che Mussolini firma con Turati, di fronte al presidente della Camera De Nicola, il “patto di pacificazione” con i socialisti, e scatena subito dopo le “squadre” contro i comunisti e le Camere del lavoro, emanazione del sindacato CGL (Confederazione generale del lavoro) controllato dal PCd’I. Ciò finisce per vincere le esitazioni degli industriali e degli agrari, che prendono a finanziare senza limiti e ad appoggiare senza condizioni i fascisti, dando ordini in tal senso ai direttori della grande stampa da essi controllata.

Mussolini appare scatenato. Sfida di continuo a duello i suoi avversari e beffa la polizia che vorrebbe impedire gli scontri, proibiti dalla legge, guidando macchine veloci e sfuggendo a ogni controllo. Pilota aerei e una mattina precipita da 40 metri, l’aereo si sfascia e lui non si fa nulla, nemmeno un graffio. Scrive articoli di una violenza verbale inimmaginabile e la gente corre a comprare il “Popolo d’Italia”.  Si forma così il mito di un uomo invincibile e di un capo carismatico, cui danno corpo gli inviati dei grandi giornali, alla ricerca di scoop e di cronache politiche sempre più sensazionali (e anche per compiacere i loro editori).

Mentre sulle strade e nelle piazze delle città del Nord, grandi e piccole, fascisti e comunisti si massacrano selvaggiamente, i governi crollano uno dopo l’altro. Il 20 febbraio 1922 cade il governo Bonomi, travolto dal crack della Banca di Sconto. Il 10 luglio cade il primo governo Facta. La CGL proclama lo sciopero generale. Ma lo sciopero fallisce perché ovunque (alle poste, alle ferrovie, nelle scuole, negli ospedali, nei trasporti pubblici) lavoratori in camicia nera, protetti da squadre armate di manganelli e pistole si sostituiscono agli scioperanti.

A Milano i fascisti occupano Palazzo Marino, sede del Comune, con morti e feriti, quindi procedono alla terza distruzione dell’“Avanti!”. Il 1° agosto si forma il secondo governo Facta. È il giorno della famosa frase del primo ministro: “Nutro fiducia”. La risposta di Mussolini è la convocazione, a Roma, della direzione del Pnf. Durante i lavori, annuncia che la “marcia sulla capitale” è ormai decisa. E sarà una marcia armata.

Si forma il “quadrumvirato”: Michele Bianchi, giornalista del “Popolo d’Italia”, Italo Balbo, capo degli squadristi di Ferrara, il generale Emilio De Bono, già capo di stato maggiore dell’esercito durante la guerra di Libia, e Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, aggressivo deputato del Pnf.

Il 1° ottobre si verifica una ulteriore frattura tra le file della sinistra: Turati, Treves e Matteotti lasciano il Psi e fondano il Psu (Partito socialista unitario), riformista e pronto ad allearsi con cattolici e liberali in funzione antifascista. I più sensibili al richiamo sono don Sturzo e il cremonese Miglioli, cattolici e antifascisti. Ma il partito non li segue. La conseguenza è una stretta unità d’azione tra il Psi, rimasto nelle mani di Giacinto Menotti Serrati e il PCd’I.

Il 24 ottobre i fascisti convergono da tutta Italia su Napoli per un’“adunata nazionale”. Mussolini parla in piazza del Plebiscito di fronte a centomila persone: “Tutto il potere a tutto il fascismo!”. La folla risponde: “A Napoli ci piove! A Roma! A Roma!”. Mussolini rientra a Milano. Nella notte sul 28 ottobre le colonne armate delle camicie nere si mettono in movimento da tutta Italia dirette a Roma con treni e camion. Il “quadrumvirato” dirige le operazioni dal quartier generale, installatosi all’hotel Brufani di Perugia.

Alle 5 del mattino, a Roma, il Consiglio dei ministri delibera lo stato d’assedio e il passaggio dei poteri all’esercito, ma il Re rifiuta di firmare il decreto. Il governo si dimette. Il Re incarica l’on. Salandra, che, via telegrafo, offre un posto di ministro a Mussolini. Secco rifiuto. La mattina del 29 ottobre, il generale Cittadini, per ordine del Re, invia al futuro Duce il famoso telegramma contenente l’incarico di formare il governo. Alle 20,30 Mussolini sale sul treno della notte per Roma e al capotreno dice: “D’ora in avanti i treni marceranno in orario”. Il 30 è dal Re: ha già in tasca da tempo la lista dei ministri. Come può essere così sicuro? Qualcuno sospetta che forse la massoneria (lo stesso Re era massone) lo abbia rassicurato.

Per sé, oltre alla presidenza del Consiglio, ha tenuto gli Esteri e gli Interni. Il 16 novembre, ingoiato il celebre insulto (“Avrei potuto fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli”), la Camera gli voterà la fiducia: 316 sì e pieni poteri in materia amministrativa ed economica. Il 10 dicembre Mussolini si reca a Londra, dove ha sede la Gran Loggia che dirige la massoneria universale, ricevuto in pompa magna da Re Edoardo, tra le lodi sperticate della stampa britannica. I malpensanti antimassoni vi trovano la conferma dei loro sospetti. Un convincimento oggi condiviso dagli storici più seri e super partes.

 

LA CRONACA, PUBBLICATA SUL “CORRIERE DELLA SERA”, DELLA NOMINA DI MUSSOLINI A CAPO DEL GOVERNO

 

Stamane (30 ottobre) è giunto a Roma l’on. Mussolini. Egli, come è noto, aveva rifiutato il treno speciale che gli era stato offerto, dicendo: “Non ce n’è bisogno: bisogna fare economia”. In tutte le stazioni del primo tratto del percorso, specialmente a Piacenza, erano schierate forze fasciste che hanno reso gli onori all’on. Mussolini, nonostante l’acqua che scrosciava torrenzialmente.

Il treno, giunto stamattina a Orte, non ha potuto proseguire perché negli scorsi giorni era stata disposta una interruzione della linea per impedire il passaggio dei treni fascisti. Mussolini ha dovuto perciò trasbordare su un altro treno che era stato preparato in precedenza. La dimostrazione alla stazione di Roma ha assunto proporzioni grandiose. L’on. Mussolini era atteso a Roma per le 10. Il treno è arrivato alle 10,30. Tutti i fascisti si sono irrigiditi sull’attenti all’ordine dato dai loro comandanti, e mentre la macchina entrava sotto la tettoia è risuonato potente un lungo “alalà!”.

L’on. Mussolini appare al finestrino e sorridente guarda l’immensa folla che si accalca al vagone. L’entusiasmo raggiunge manifestazioni frenetiche e i gagliardetti vengono agitati e si piegano verso l’on. Mussolini, il quale, accompagnato dallo stato maggiore della milizia fascista, scende dal vagone, attraversa la saletta reale e si avvia verso l’uscita. Nella folla sono numerose signore le quali lanciano fiori verso di lui e sventolano fazzoletti.

Raggiunto il piazzale e risposto nuovamente ai saluti resigli dalle guardie schierate sulla fronte della stazione, Mussolini sale in un’automobile di Casa Reale, col gen. Cittadini, aiutante di campo del Re. Sale nell’automobile con lui anche l’on. Finzi. Sul davanti dell’automobile, a fianco dello chauffeur, prende posto il deputato fascista Chiostri, il quale indossa la camicia nera.

L’automobile con l’on. Mussolini giunge al Quirinale verso le 11. Egli viene subito introdotto alla presenza del Re. Non si hanno ancora particolari diffusi sul colloquio che è seguito e che è durato più di un’ora. Si conoscono solo le parole colle quali Mussolini si è presentato al Sovrano: “Chiedo perdono a Vostra Maestà se sono costretto a presentarmi ancora in camicia nera, reduce dalla battaglia, fortunatamente incruenta, che si è dovuta impegnare. Porto a V.M. l’Italia di Vittorio Veneto, riconsacrata dalla vittoria e sono il fedele servo di V.M.”.

 

 

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