Memorie di un’epoca – Togliatti fuori dal mito – di Luciano Garibaldi

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Memorie di un’epoca – rubrica mensile a cura di Luciano Garibaldi

biografie, eventi, grandi fatti, di quel periodo in cui storia e cronaca si toccano

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21 – lunedì 30 novembre 2015

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TOGLIATTI FUORI DAL MITO

Molte le cose di cui vergognarsi, a partire dalla condanna dei militari italiani prigionieri in Russia. Ma anche un merito: quello di avere operato perché l’Italia non cadesse nelle grinfie di Stalin

di Luciano Garibaldi

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zzzztglttDi Palmiro Togliatti, storico segretario del Partito Comunista Italiano nel secondo dopoguerra, è impossibile dimenticare ciò che rispose, durante la guerra, quando era ancora in Russia, a capo del Comintern, a chi gli faceva notare che troppi prigionieri di guerra italiani morivano nei Gulag sovietici: «Che muoiano. Così le loro famiglie impareranno ad odiare Mussolini e il fascismo». Poi, però, ha acquisito il merito di avere fatto una scelta – sia pure oculata e segreta – per l’Occidente, e di avere in tal modo contribuito ad impedire che anche l’Italia cadesse sotto il tallone di Stalin.

A poco a poco, nel corso degli ultimi decenni, ogni velo sulla vicenda politica di Palmiro Togliatti (1893-1964) è stato rimosso da studiosi accurati e liberi da fratellanze di ogni tipo. Uno di essi, Federico Argentieri, in «Ungheria 1956. La rivoluzione calunniata» (Marsilio Editore), ha pubblicato la lettera con la quale Togliatti invocò l’intervento della Russia per stroncare il desiderio di libertà degli ungheresi, scrivendo personalmente a Nikita Krusciov e dando poi l’assenso alla condanna a morte di Imre Nagy, l’ex dissidente comunista ungherese portato al potere dalla rivolta antisovietica del settembre 1956. Ciò non impedì a Togliatti, pochi anni dopo, e precisamente nel 1964, di tramare con i boss del Cremlino desiderosi di far fuori Krusciov, giudicato troppo morbido verso l’Occidente, per favorire il duro e neostalinista Leonid Breznev.

Quell’anno, per curare i suoi malanni, il «Migliore» si era recato a Yalta: un ricovero destinato ad essergli fatale. Qui giunto, scrisse un memoriale che venne reso pubblico dopo la sua morte, e pubblicato anche in Urss, sulla «Pravda», proprio nei giorni in cui Breznev stava prendendo il sopravvento su Krusciov. Il che non fa che riaccendere i dubbi sulla strana morte del leader comunista italiano in quel proscenio russo dove era di prammatica che i boss del partito si ammazzassero tra loro. Peccato non avere i mezzi per andare a ricostruire cosa accadde in quella clinica, magari interrogando i figli degli infermieri dell’epoca. I miei colleghi che quei mezzi li avrebbero a strafare, si  guardano bene dal proporre ai loro editori un’indagine storico-giornalistica di questo tipo.

Peraltro, gli ondeggiamenti di Togliatti e una sua certa ritrosia alla fedeltà cieca, pronta ed assoluta verso gli ordini di Mosca erano già venuti in luce nel gennaio 1951, quando nel partito comunista italiano era scoppiato il «caso Cucchi e Magnani». Aldo Cucchi, medico bolognese e Medaglia d’oro della Resistenza, e Valdo Magnani, segretario della federazione del Pci di Reggio Emilia, dopo avere fatto un viaggio in Russia, disgustati per ciò che avevano visto, si erano affrettati a restituire la tessera al Pci, dandone notizia alla stampa. Violentemente attaccati da tutto il partito, e in particolare da Terracini, da quel momento furono soprannominati «i magnacucchi», con l’accusa sottintesa di avere preso un mucchio di soldi per il loro «tradimento». Ebbene, il «Meridiano d’Italia», il settimanale diretto da Franco Servello, pubblicò in prima pagina, nel marzo 1953, un documento sensazionale: una lettera di Togliatti a Magnani, inviata proprio mentre infuriava la campagna contro i due transfughi, nella quale gli dichiarava la propria solidarietà. Scoppiò un putiferio ancora maggiore di quello verificatosi due anni prima e Togliatti, dopo aver negato di aver mai scritto quella lettera, minacciò di querelare il «Meridiano». Ma la querela non arriverà mai. La lettera era assolutamente autentica ed autografa. In seguito, il «Migliore» cercherà di rifarsi una verginità definendo i due «magnacucchi» (che peraltro saranno pienamente riabilitati dopo la caduta del Muro di Berlino) «pidocchi sulla criniera di un cavallo di razza».

Un altro libro è giunto poi a far luce sulle vicende togliattiane. Si tratta di «Carnefici e vittime», Mondadori, scritto da Giancarlo Lehner e Francesco Bigazzi, già corrispondente dell’Ansa da Mosca. Il libro racconta come Togliatti confezionò e firmò centinaia di dossier che condannavano spesso a morte i nostri connazionali emigrati in Urss. «L’implacabile iter della repressione», ha scritto a suo tempo Gaspare Di Sclafani su «Libero», recensendo il volume di Lehner e Bigazzi, «partiva infatti dalle schede biografiche compilate dai dirigenti comunisti prima e dopo l’arrivo delle future vittime in Unione Sovietica. Queste schede, continuamente aggiornate, erano smistate all’NKVD (la polizia politica, in seguito KGB), che vi trovava tutti gli spunti necessari per accusare, condannare, deportare o fucilare il più leale dei comunisti, degradato a spia, fascista, eretico, deviato, sabotatore, terrorista, nemico del popolo. Quale che fosse la sua colpa, vera o presunta, l’accusato, attraverso estenuanti interrogatori e torture, era costretto a confessare. Poi, prima della sentenza, Togliatti era chiamato a dare il suo imprimatur e, immancabilmente, approvava («Soglasen», cioè «Sono d’accordo»)».

Negli Anni 20 e 30 molti italiani di fede comunista erano fuggiti in Urss convinti di trovarvi il Paese della giustizia e dell’uguaglianza. Ma molti di essi, resisi presto conto che la realtà era ben diversa, che la Russia era un regime di polizia dove pochi privilegiati vivevano da nababbi e la massa soffriva la fame, non esitavano a lamentarsene con i compagni. Ogni critica, ogni minimo chiacchiericcio portava all’accusa di «deviazionismo», con due sole conclusioni: nel caso migliore, il gulag, nel peggiore, la fucilazione. A capo del meccanismo erano i comunisti italiani considerati il punto di riferimento per tutti i fuoriusciti: Palmiro Togliatti, suo cognato Paolo Robotti e Antonio Roasio, ovvero i membri italiani del Comintern.

Paolo Robotti, marito di Elena Montagnana, sorella della moglie di Togliatti Rita, era emigrato in Urss nel 1931. Provò sulla sua pelle la persecuzione «fraterna». Denunciato da uno gruppo di sospetti «deviazionisti» che a sua volta aveva denunciato, fu arrestato l’8 marzo 1938 e sottoposto a torture di ogni genere. Liberato nel settembre 1939, si rimise all’opera. Ecco un esempio, tratto dal libro di Lehner e Bigazzi. Il 28 dicembre 1940, testimoniando contro la sorella di un dirigente comunista italiano arrestato, Robotti scriveva: «…la Manservigi Elodia  ha più volte dichiarato, anche in presenza di mia moglie, che l’arresto di suo fratello era ingiusto. Affermava calunniosamente che l’NKVD avrebbe arrestato gente innocente e che avrebbe picchiato gli arrestati». A sua volta, Elena Montagnana così deponeva: «La Manservigi faceva discorsi antisovietici, affermando che l’NKVD arrestava persone innocenti, e, anche quando si accorgeva della loro innocenza, le rilasciava con il contagocce, nella paura che avrebbero rivelato il trattamento a furia di botte subìto nel corso degli interrogatori».

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2 commenti su “Memorie di un’epoca – Togliatti fuori dal mito – di Luciano Garibaldi”

  1. Ho letto ” La tragedia dei comunisti italiani” scritto da Giancarlo Lehner con Francesco Bigazzi
    e mi ha sconvolta conoscere quanto male ha fatto il comunismo alle persone italiane comuniste che speravano in un mondo migliore in unione sovietica.

  2. Togliatti ha interpretato coerentemente l’ideologia antinazionale del Partito Comunista. Non ci sarebbero altri commenti da fare se non che sottolineare:
    – l’ascesa ed il consolidarsi del PCI fu merito dei comunisti grazie anche alla loro capacità di saper aggregare le masse con le armi della disinformazione e della manipolazione;
    – ascesa e consolidamento ebbero facile gioco grazie alla presenza di altri partiti antinazionali quali DC, PSI, PSLI-PSDI (anche se quest’ultimo capì la natura totalitaria del PCI), PRI, PLI;
    – fra i suddetti partiti antinazionali l’alleato maggiore del PCI fu la DC di De Gasperi e Scelba!

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