MITI E FALSITA’ SU CEFALONIA. INTERVISTA A MASSIMO FILIPPINI: UN NUOVO PREBKE? NON E’ IL CASO – di Luciano Garibaldi

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di Luciano Garibaldi

 

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Oggi, 15 giugno, si tiene al Tribunale Militare di Roma l’udienza preliminare relativa alla richiesta di rinvio a giudizio dell’ex militare tedesco Alfred Stork, ultra novantenne, imputato di «omicidio continuato in danno di militari italiani prigionieri di guerra». All’udienza parteciperà l’avvocato Massimo Filippini, in qualità di «parte offesa», in quanto figlio del Maggiore Federico Filippini, comandante del Genio della Divisione «Acqui», fucilato dai tedeschi il 25 settembre 1943. Filippini, com’è noto, non condivide il punto di vista della Procura Militare, e non per una assurda quanto inesistente solidarietà verso i tedeschi, ma perché ha sempre sostenuto, e continua sostenere, con pubblicazioni, articoli e conferenze, la responsabilità del governo Badoglio nell’olocausto di Cefalonia. Lo abbiamo intervistato.

– Avvocato Filippini, quali sono le ragioni che La spingono a non volere che il vecchio soldato della Wehrmacht venga sottoposto a processo?

Non posso esimermi dal rilevare che sull’encomiabile attività istruttoria compiuta dalla Procura Militare grava un’ inesattezza storica addirittura clamorosa, che rischia di renderla inefficace riguardando essa addirittura il titolo del reato imputato allo Stork. Infatti nel Capo d’imputazione si legge che la «violenza con omicidio» imputata allo Stork venne commessa «in danno di militari italiani prigionieri di guerra».

– Perché, non erano tali?

Purtroppo no. Se lo fossero stati, avrebbero avuto il diritto di essere ricompresi nei vari articoli della ben nota Convenzione di Ginevra il cui presupposto è ovviamente l’esistenza di uno stato di guerra tra Paesi belligeranti. Nel caso specifico, tra la Germania e l’Italia.

– Qual’era dunque la condizione dei nostri soldati?

All’epoca dei fatti di Cefalonia, terminati con le fucilazioni del 24 e 25 settembre 1943, non esisteva alcuno stato di guerra tra Italia e Germania. Di conseguenza, ai nostri militari – che pure avevano obbedito all’ordine di resistere inviato loro dal Governo Badoglio – era inapplicabile la Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra, qualità ad essi non spettante e – sempre per effetto della predetta Convenzione – sostituita  da quella di «franchi tiratori», e come tali fucilabili sul posto al momento della cattura. Chi più felice del sottoscritto qualora essi l’avessero posseduta e tra essi mio Padre?

– Su chi ricade, dunque, la responsabilità di quella strage?

Purtroppo l’ignavia, l’infamia e la vigliaccheria del governo Badoglio, fuggito a Brindisi con il suo Comando Supremo, giunsero al punto di inviare il 13 settembre ’43 al malcapitato Generale Gandin, comandante della Divisione «Acqui», un ordine di resistere conservato negli archivi militari e stranamente ignorato dagli storici.

– Lei ha il testo di quel documento?

Certamente. Glielo leggo: «Numero 1029. Comando Supremo. Comunicate at generale Gandin che deve resistere con le armi a intimazione tedesca di disarmo a Cefalonia, Corfù et altre isole».


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– Incredibile! Si ordinò ai nostri soldati di sparare contro i tedeschi –formalmente ancora nostri alleati – senza aver dichiarato guerra alla Germania…

Esatto. Infatti, la dichiarazione di guerra fu presentata soltanto il 13 ottobre successivo, con la conseguenza che, fino a quella data, i nostri militari armati. catturati dai tedeschi, furono passibili di fucilazione immediata perché considerati «franchi tiratori», come spesso avvenne non solo a Cefalonia e Corfù ma soprattutto nei Balcani dove oltre mezzo milione di nostri soldati furono lasciati alla mercè dell’ex alleato inferocito per quello che – purtroppo a ragione – considerò un tradimento consumato ai suoi danni. Ciò tra l’altro non potè non meravigliare – in negativo – gli Alleati, come risulta dal colloquio avvenuto il 29 settembre 1943 – quando a Cefalonia si era consumata la tragedia – tra il comandante in capo Alleato Eisenhower e i membri del nostro governo a bordo della corazzata «Nelson» nelle acque di Malta in occasione della firma del cosiddetto «armistizio lungo».

– Lei possiede gli estremi di quel colloquio?

Certamente. Ho recuperato il testo stenografico, il quale costituisce la definitiva riprova dell’inesistenza di una dichiarazione di guerra alla Germania da parte del governo Badoglio. E malgrado ciò, il Badoglio non aveva avuto remore nell’ordinare alla Divisione «Acqui» di combattere contro i tedeschi, ben conscio delle conseguenze che ne sarebbero derivate.

– Vogliamo riprodurre il testo stenografico di quella storica conversazione?

Eccolo.

EISENHOWER: «Desidero sapere se il governo italiano è a conoscenza delle condizioni fatte dai tedeschi ai prigionieri italiani in questo intervallo di tempo in cui l’Italia combatte la Germania senza averle dichiarato guerra».

AMBROSIO: «Sono sicuro che i tedeschi li considerano franchi tiratori».

EISENHOWER: «Quindi passibili di fucilazione?».

BADOGLIO: «Senza dubbio».

EISENHOWER: «Dal punto di vista alleato la situazione può anche restare com’è attualmente, ma per difendere questi uomini, nel senso di farli divenire combattenti regolari, sarebbe assai più conveniente per l’Italia dichiarare la guerra».

– Davvero impressionante, soprattutto quella ammissione, da parte di Badoglio, della sua consapevolezza di ciò cui sarebbero andati incontro i soldati della «Acqui», in caso di cattura.

Ma non basta. A ciò va infatti aggiunto che, ben prima che fosse presentata la dichiarazione di guerra alla Germania il 13 ottobre 1943, la Divisione «Acqui» non sapeva, nemmeno dopo tre giorni dall’armistizio dell’8 settembre, come comportarsi con i tedeschi. Lo seppe solo il giorno 11 settembre, quando, in risposta alle disperate richieste del generale Gandin, il Comando Supremo comunicò che «le truppe tedesche dovevano essere considerate come nemiche». Un semplice telegramma, in luogo di una dichiarazione di guerra che sarebbe venuta dopo più di un mese! Questo fu il «modus agendi» della banda di vigliacchi irresponsabili del governo Badoglio.

– Da cui derivò il comportamento belluino dei tedeschi che considerarono i nostri militari alla stregua di partigiani e non di prigionieri di guerra.

Esatto. E questa è la premessa che mi spinge a segnalare a chi di dovere – sia esso l’accusa, la difesa o l’organo giudicante – che il processo che si vuole instaurare a carico del vecchio Alfred Stork a mio parere è fortemente inficiato nei suoi presupposti.


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