Natale, la via dei santi affetti – di Roberto Pecchioli

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Tempo di Natale, la festa più grande dell’anno. Neanche la nascita del figlio di Dio sfugge al consumo, all’indifferenza, allo stravolgimento. Tra presepi non fatti per non irritare atei e mussulmani, chiese sbarrate in odio alla stretta di Salvini sugli immigrati e le luci accecanti in onore del nuovo onnipotente il Dio Mercato, centra il bersaglio la provocazione di Giorgia Meloni: se il Natale non significa più nulla, perché fare festa, andiamo a lavorare, timbriamo il cartellino. Invece no. Natale va celebrato come grande festa religiosa, comunitaria e sentimentale. Almeno una volta all’anno, spalanchiamo il cuore ai santi affetti.

Voglio dedicare il Natale a mio padre che avrebbe compiuto cent’anni in questi giorni e a un santo che tanto ha influito sulla sua vita, Don Bosco, il fondatore dell’opera salesiana, il grande educatore dei ragazzi poveri. Umberto Saba dedicò una poesia a tre strade della sua Trieste; una, Via del Monte, che conduceva al cimitero dei suoi antenati, la chiamò la via dei santi affetti. Per me, quella via dell’anima è una brutta strada del quartiere di Sampierdarena, una città nella città di Genova. In Via Carlo Rolando sono stato concepito, lì c’è la chiesa del mio battesimo, San Gaetano con la facciata di marmo bianco e nero stretta tra tristi casermoni popolari in un’angusta piazzetta con a fianco il piccolo Tempietto di imitazione classica, il teatro dei Salesiani. Sullo stesso lato c’è Don Bosco. Abbiamo sempre chiamato così il grande edificio giallo dei salesiani. Mio padre Aldo, orfano a dieci anni, andò lì a convitto con la retta di qualche benefattore e imparò un mestiere, tipografo compositore, divenne un uomo e un cristiano dalla fede semplice, limpida e senza cedimenti.

Attraverso di lui, voglio ricordare tutte le persone care a chi legge, il vuoto dell’assenza unito alla gratitudine per quello che ci hanno dato. E insieme a loro, quel prete contadino piemontese la cui immagine ho visto da piccolo nel quadro all’ingresso dell’istituto, con il tricorno all’antica che farebbe orrore ai garruli preti di oggi, scollacciati e in maglione. San Giovanni Bosco ha fatto per i giovani e per tutti più di mille sindacati. Trasse dalla strada i poverissimi figli di nessuno di una Torino superba e indifferente, diede loro cibo, vestiti e dignità, insegnò i mestieri artigiani e operai che avrebbero consentito loro di avere un posto nel mondo, ma non dimenticò mai di farli pregare, di alimentare l’anima insieme con il corpo. Senza di lui e l’opera salesiana, che sarebbe stato di Aldo, capofamiglia bambino che divenne orgoglioso maestro di tipografia con le mani nere di inchiostro e nelle narici l’odore del piombo?

A Natale si pensa con tenerezza a chi abbiamo amato perché quella giornata è il ricordo di una nascita, il mistero svelato di una vita sbocciata in una grotta, destinata a cambiare il mondo per aver catturato i cuori. Era il figlio di Dio, lo capirono i pastori con l’istinto sicuro dei semplici, lo compresero alcuni sapienti seguendo la cometa, i Magi le cui statuette papà depositava nel presepe il 6 gennaio, il giorno in cui arrivarono a Betlemme. Nell’ infanzia di chi scrive, Natale significava la gioia di avere il babbo a casa la sera, perché lavorava di notte in un giornale. C’era naturalmente l’attesa dei regali che portava Gesù Bambino, non conoscevo Babbo Natale e la mia letterina era indirizzata a Gesù Bambino presso il Paradiso, scrivevo proprio così.

Era meravigliosa la notte in cui papà – stavo sveglio fino alle quattro di mattina per aspettarlo – portava a casa il bellissimo pacco dono offerto ai dipendenti del suo giornale, il Secolo XIX, pieno di leccornie, il pandolce genovese da paragonare al panettone dei milanesi, le albicocche candite e tutto il resto. Il ricordo più struggente è che papà metteva da parte qualcosa (che dispiacere per me!) destinata al vecchio parroco di un paesino dei dintorni, Sant’Eusebio. La parte dei poveri, diceva. Ancora Don Bosco al lavoro, l’insegnamento concreto fatto di esempi, gesti e poche parole.

L’altra immagine forte del mio Natale era la televisione accesa a mezzogiorno, un fatto rarissimo allora, con il canale unico Rai in bianco e nero, per la benedizione del Papa da piazza San Pietro. Era Paolo VI dall’aspetto regale e la voce ieratica. Papà non avrebbe mai permesso che iniziasse il pranzo prima di avere ascoltato il messaggio del Pontefice, ricevuto la benedizione a capo chino e fatto il segno della croce. Pensavo a tutto questo ascoltando un bambino parlarmi dei regali elettronici che gli faranno nonni e genitori, felice ma senza lo stupore, la meraviglia incantata di chi si rivolgeva a Gesù Bambino e sapeva che Natale era davvero speciale, i regali di un Dio.

Per questo ringrazio i miei genitori, specie il papà che amava il suo cappello dalla penna nera e la domenica sera, l’unica in cui era libero dal lavoro, mi insegnava le canzoni degli alpini e quelle della chiesa, Noi vogliam Dio, Mira il tuo popolo o bella signora, Tapum e Ponte di Perati. Mi ha insegnato lui le preghiere e invitato a fare sempre un piccolo esame di coscienza, seguito dall’Angelo di Dio e dall’Atto di dolore.

Nel tempo di Natale non mancava mai una visita al cimitero, ai nostri vecchi, come si diceva allora. Persone che sentivamo vicine, in qualche modo presenti. A fine giornata, l’ultimo rito era ringraziare la mamma e la nonna per il tanto lavoro fatto in cucina e poi la telefonata interurbana all’altra nonna, la mamma di Aldo che viveva lontano. Era un’avventura che farebbe sorridere i bambini di oggi. Occorreva chiamare il centralino, attendere il richiamo, e infine ascoltare la voce lontana della nonna con la cadenza dei vecchi sampierdarenesi, diversa da quella di noi che vivevamo in centro città, la imitavo per prenderla in giro. Bisognava fare presto, parlare in fretta, perché la tariffa era elevata, si doveva risparmiare anche sui santi affetti.

Riflettendoci dopo tanti anni, penso che Don Bosco e il Bambino di Praga, sotto la cui protezione mi misero mamma e papà, abbiano fatto un buon lavoro. Ho avuto esempi senza parole, la fede trasmessa non per tradizione ma come senso della vita. Papà mi ha insegnato il rispetto per la fatica, l’amore per il lavoro ben fatto, l’umiltà e soprattutto la via, tanto difficile per me, di amare cercando di non odiare. Mi stupivo moltissimo quando pregava per coloro contro cui aveva combattuto in guerra, i nemici, specialmente quelli che chiamava caduti senza croce.

Più prosaicamente, un ricordo bellissimo sono le lunghe discussioni sul calcio, il grande Torino del dopoguerra, la tragedia di Superga che lo fece litigare con la fidanzata, la mia futura mamma, la domenica pomeriggio allo stadio in gradinata Sud a Marassi. Avevo meno di sei anni la prima volta, e la lezione fu netta: vedi quelli con la maglia blu e le strisce in mezzo? Quelli sono i nostri, la Sampdoria. Eppure raccontava della sua grande ammirazione per un giocatore uruguaiano del Genoa, l’avversario cittadino, Juan Carlos Verdeal. Andava al campo per vederlo giocare e applaudirlo. Anni dopo la morte di papà, il Genoa invitò il suo campione del passato e io andai a vedere quel vecchio dall’italiano stentato, probabilmente unico sampdoriano tra mille del Grifone. Mi sentivo ambasciatore di papà e, confesso, venne giù qualche lacrima e battevo le mani più forte degli altri.

Perché ho annoiato i lettori con ricordi intimi che sono solo miei? Perché è Natale e i santi affetti contano ancora qualcosa, perché tutti abbiamo nel cuore nostalgie e memorie che sono il patrimonio più profondo delle nostre vite. Non saremmo ciò che siamo senza le persone che ci hanno formato e la fede che ci hanno trasmesso, prezioso bagaglio del nostro cammino. Quella fede che per me è l’eredità di papà, mamma e Don Bosco sussiste ancora e illumina il mondo nonostante tutto in quanto è nato “quel“ bambino, il figlio di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi, scrisse San Paolo nella lettera ai Romani. Non disperdiamo quell’eredità, conserviamola con la stessa cura di Aldo e di milioni come lui. Buon Natale agli uomini di buona volontà.

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6 commenti su “Natale, la via dei santi affetti – di Roberto Pecchioli”

  1. antonio ascione

    Complimenti per il coraggio che ha messso nello scrivere la lettera.Qualche catttolic adulto senz’altro la riprovererà per avere inviato gli auguri “agli uomini di buona volontà”,che è politicamente scrorretto in una Chiesa che modifica ilPatr Noster epermette che si canti “Bella Ciao nel sacro recinto di Dio.Auguri di cuore aLei,

  2. Ho assistito ieri pomeriggio allo spettacolo unificato per il natale della scuola elementare con la materna di un mio nipote di sette anni: gnomi, elfi, il solito babbo natale e canti alcuni in lingua inglese ed anche in italiano. Forse un fuggevole riferimento alla nascita di un certo Gesù è stato fatto……. all’esterno anche la neve ha detto la sua…… ma il mio cuore traboccava di tristezza perchè ai miei tempi anche a scuola si cantava un bel Tu scendi dalle stelle o Redentore!

  3. Bellissimo!! In questo articolo c’è un profumo di qualcosa di bello, unico, irripetibile, di una ricchezza superiore a qualsiasi altra: quella del vivere (o almeno provarci) in santità. Non sono cresciuto in una famiglia “praticante” – a parte mio nonno che mi “ricattava” bonariamente: se vieni a Messa ti compro un libro di Salgari 🙂 – ma quello della mia infanzia (nel quale trovo in questo articolo tanti riferimenti) era decisamente un mondo dove queste cose si “respiravano” nell’aria, non si mettevano in discussione. Forse il valore più importante è proprio quello di ricordarsi del bene ricevuto (e che spesso da ragazzi non abbiamo mai compreso a fondo) dai propri cari (genitori e nonni in primis) e ricambiare qui e adesso, in questa valle di lacrime, con le nostre preghiere. Grazie Dr. Pecchioli !!

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