Nostra maggior Musa (Riflessioni “minime” sulla Commedia dantesca) / XVI – di Dario Pasero

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Premessa.

Avendo concluso, almeno per ora, l’analisi di alcuni temi “trasversali” rispetto alle tre cantiche della Commedia, ho pensato che, non volendo abbandonare lo studio e la divulgazione di “nostra maggior Musa”, sarebbe stato interessante, e piacevole, per me, ma spero anche per i Lettori di Riscossa Cristiana, ripartire dal principio e proporre una lectura Dantis dei 100 singoli canti in chiave esclusivamente linguistica e stilistica, lasciando da parte quindi le questioni biografiche, storiche, politiche, filosofiche e teologiche, molte delle quali ancora irrisolte e quindi sub iudice. L’intenzione è dunque quella di rivolgere l’attenzione esclusivamente alla lingua, alla sua storia, alle etimologie, ai latinismi forestierismi dialettalismi, ed alle figure retoriche del testo dantesco.

Qualcuno (ed io in primis) dirà che si tratta di “erudizione”: ebbene sì, lo ammetto, tale è ed io ambisco ad essere un “erudito”, tanto che mi do da fare per riuscire ad esserlo (prima o poi). Proprio quella erudizione che, svilita nominalmente a “nozionismo”, è stata una delle vittime eccellenti della rivoluzione sessantottarda. Cacciata dalla scuola e dalle università, si deve rintanare nei circoli e nelle accademie private: nelle “nicchie” insomma. Ma senza erudizione cosa sarebbero gli studi filologico-linguistici? Esattamente come la matematica se un suo studioso non sapesse fare di conto: proprio la situazione tanto amata da alcuni Colleghi matematici forgiati anch’essi da nuove scuole di pensiero. La loro formuletta di rito, il mantra pitagorico, era, quando venivano colti in castagna a non riuscire a fare neppure un minimo calcolo mentale, “Ma la matematica non è saper fare i conti!!!” Sarà certamente vero, la matematica non è certo “solo” saper fare i conti, ma senza conti come si fa a calcolare e a dimostrare le formule? Esattamente come i letterati che (non eruditi: ci risiamo) sostengono che si può scrivere anche senza conoscere (tutte) le regole grammaticali ed il lessico. Mah!

In conclusione l’erudizione linguistico-filologica è un mio peccatum juventutis e, purtroppo, anche senectutis, ma è pure una passione che non guarisce: spero lo possa diventare anche per i miei Lettori. (d. p.)

INFERNO I

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura

ché la diritta via era smarrita.

 

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia[1] e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura!

 

Tant’è amara che poco è più morte;

ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

 

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,

tant’era pien di sonno a quel punto

che la verace via abbandonai.

 

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,

là dove terminava quella valle

che m’avea di paura il cor compunto,

 

guardai in alto, e vidi le sue spalle

vestite già de’ raggi del pianeta[2]

che mena dritto altrui per ogne calle[3].

 

Allor fu la paura un poco queta

che nel lago del cor m’era durata

la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

 

E come quei che con lena affannata

uscito fuor del pelago[4] a la riva

si volge a l’acqua perigliosa e guata,

 

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,

si volse a retro a rimirar lo passo

che non lasciò già mai persona viva[5].

 

Poi ch’èi[6] posato un poco il corpo lasso[7],

ripresi via per la piaggia diserta[8],

sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.

 

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,

una lonza[9] leggera e presta molto,

che di pel macolato era coverta;

 

e non mi si partia dinanzi al volto,

anzi ’mpediva tanto il mio cammino,

ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.

 

Temp’era dal principio del mattino,

e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle

ch’eran con lui quando l’amor divino

 

mosse di prima quelle cose belle;

sì ch’a bene sperar m’era cagione

di quella fiera a la gaetta[10] pelle

 

l’ora del tempo e la dolce stagione;

ma non sì che paura non mi desse

la vista che m’apparve d’un leone.

 

Questi parea che contra me venisse[11]

con la test’alta e con rabbiosa fame,

sì che parea che l’aere ne tremesse.

 

Ed una lupa, che di tutte brame

sembiava carca ne la sua magrezza,

e molte genti fé già viver grame[12],

 

questa mi porse tanto di gravezza

con la paura ch’uscia di sua vista,

ch’io perdei la speranza de l’altezza.

 

E qual è quei che volontieri acquista,

e giugne ’l tempo che perder lo face,

che ’n tutt’i suoi pensier piange e s’attrista;

 

tal mi fece la bestia sanza pace,

che, venendomi ’ncontro, a poco a poco

mi ripigneva là dove ’l sol tace.

 

Mentre ch’i’ rovinava[13] in basso loco,

dinanzi a li occhi mi si fu offerto

chi per lungo silenzio parea fioco.

 

Quando vidi costui nel gran diserto,

«Miserere di me», gridai a lui,

«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».

 

Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,

e li parenti[14] miei furon lombardi[15],

mantoani per patria ambedui.

 

Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,

e vissi a Roma sotto ’l buono[16] Augusto

nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.

 

Poeta fui, e cantai di quel giusto

figliuol d’Anchise che venne di Troia,

poi che ’l superbo Ilión fu combusto[17].

 

Ma tu perché ritorni a tanta noia[18]?

perché non sali il dilettoso monte

ch’è principio e cagion di tutta gioia?».

 

«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte

che spandi di parlar sì largo fiume?»,

rispuos’io lui con vergognosa fronte.

 

«O de li altri poeti onore e lume

vagliami ’l lungo studio[19] e ’l grande amore

che m’ha fatto cercar lo tuo volume[20].

 

Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore[21];

tu se’ solo colui da cu’ io tolsi

lo bello stilo[22] che m’ha fatto onore.

 

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi:

aiutami da lei, famoso saggio,

ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi[23]».

 

«A te convien tenere altro viaggio»,

rispuose poi che lagrimar mi vide,

«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio:

 

ché questa bestia, per la qual tu gride,

non lascia altrui passar per la sua via,

ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;

 

e ha natura sì malvagia e ria[24],

che mai non empie la bramosa voglia,

e dopo ’l pasto ha più fame che pria.

 

Molti son li animali a cui s’ammoglia,

e più saranno ancora, infin che ’l veltro

verrà, che la farà morir con doglia.

 

Questi non ciberà terra né peltro[25],

ma sapienza, amore e virtute,

e sua nazion[26] sarà tra feltro e feltro.

 

Di quella umile[27] Italia fia salute[28]

per cui morì la vergine Cammilla,

Eurialo e Turno e Niso di ferute.

 

Questi la caccerà per ogne villa,

fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,

là onde ’nvidia[29] prima dipartilla.

 

Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno

che tu mi segui, e io sarò tua guida,

e trarrotti di qui per loco etterno,

 

ove udirai le disperate strida,

vedrai li antichi spiriti dolenti,

ch’a la seconda morte ciascun grida;

 

e vederai color che son contenti

nel foco, perché speran di venire

quando che sia a le beate genti.

 

A le quai poi se tu vorrai salire,

anima fia a ciò più di me degna:

con lei ti lascerò nel mio partire;

 

ché quello imperador che là sù regna,

perch’i’ fu’ rebellante a la sua legge,

non vuol che ’n sua città per me[30] si vegna.

 

In tutte parti impera e quivi regge;

quivi è la sua città e l’alto seggio:

oh felice colui cu’ ivi elegge!».

 

E io a lui: «Poeta, io ti richeggio

per quello Dio che tu non conoscesti,

acciò ch’io fugga questo male e peggio,

 

che tu mi meni là dov’or dicesti,

sì ch’io veggia la porta di san Pietro

e color cui tu fai cotanto mesti».

 

Allor si mosse, e io li tenni dietro.

 


[1] Il termine “selvaggio” vale, letteralmente, “abitante della selva, del bosco”; quindi, per traslato, assume il valore di “rozzo, incivile, non educato”. Ricordiamo che qualcosa di simile avviene per il termine “pagano”, letteralmente “abitante di pagus”, cioè “villaggio di campagna”, in quanto, dopo la vittoria del cristianesimo, nell’impero romano, il maggior numero dei fedeli della vecchia religione olimpica viveva nei villaggi.

[2] Pianeta, dal greco planétes, cioè “corpo vagante” (dal verbo planáo, “vago, mi muovo senza una meta fissa”), è per Dante qualunque corpo celeste mobile, senza distinguere in modo rigoroso tra quelli che per noi sono veri e propri pianeti, satelliti o stelle. Tutti i corpi celesti, tranne la terra, per l’astronomia tolemaica si muovevano, e quindi erano “pianeti”.

[3] Di uso arcaico col valore di “sentiero, stradina”, dal latino callem, a sua volta di etimo incerto, anche se alcuni studiosi lo collegano a callum (da cui l’italiano “callo”), cioè “strada molto percorsa” e di conseguenza “indurita”. Nell’uso moderno lo troviamo solamente per indicare le stradine lungo i canali di Venezia.

[4] Latinismo, pelagus, “mare”.

[5] L’aggettivo “viva” è legato, in quanto predicativo dell’oggetto (e non come attributo), a “persona”. Il senso è quindi: “che non lasciò mai che alcuna persona continuasse a vivere”.

[6] Forma arcaica per “ebbi”.

[7] La forma arcaica “lasso”, dal latino lassus, “stanco”, non è da confondere con l’omografo ed omofono “lasso” (< lat. laxus, “allentato, rilassato”, da cui anche l’italiano “rilassato”) né con “lasso” di tempo (< lat. lapsus, letteralmente “passaggio, scorrimento”). Esempio, molto raro, di tre parole latine differenti che danno però in italiano tre esiti omografi ed omofoni, ma di significato diverso.

[8] Diserta, dal latino desertum (dal verbo deserere), vale “abbandonato” e quindi, per traslato, “privo di ogni forma di vita, deserto”.

[9] Animale immaginario elaborato da Dante sulla scorta dei Bestiari medievali, sorta di “cataloghi” (spesso illustrati) che raccoglievano le descrizioni di animali strani o fantastici (allo stesso modo dei Lapidari, per le pietre, e degli Herbari, per le piante). Dalla descrizione qui fatta (leggera, veloce, dalla pelle maculata) sembrerebbe poter essere assimilato ad un giaguaro o ad un ghepardo.

[10] Forma di origine provenzale (caiet, forse dal lat. volg. gallius, cioè “dalla coda di gallo”), che significa “a macchie, screziato” inserita, per di più, in un nesso gallicizzante “a la…”, rispetto all’italico “dalla”. Esiste una forma simile in piemontese: giajèt (macchia, ma poi pezzetto luminoso, brillantino), da cui vesta giajetà (vestito coi lustrini) e vaca giaja (mucca pezzata, cioè con la pelle a macchie bianche e nere, o bianche e marroni).

[11] È un caso della cosiddetta “rima siciliana”, in cui cioè possono rimare vocali di suono diverso ma di timbro simile. Notiamo poi che il latinismo “tremesse” è lectio difficilior (e quindi, proprio perché meno usuale, più probabile) che non il “temesse” di alcuni mss.

[12] Gramo, dal germanico *gram, “affanno, cordoglio”, è forma arcaica per “povero” (come in questo verso) o “malvagio”, come ancora oggi in vari dialetti gallo-italici dell’Italia settentrionale.

[13] Dal latino ruina, a sua volta dal verbo ruere, “cadere bruscamente”. In italiano moderno, pur mantenendosi il valore concreto di “cadere”, predomina quello traslato di “far fallire, mandare in miseria”.

[14] Latinismo (parentes, cioè “coloro che generano”, dal verbo pario, “partorire, generare”), per significare i “genitori” (cfr. l’uso odierno dell’inglese: parents, genitori, relatives, parenti).

[15] Effettivamente i genitori di Virgilio, essendo mantovani, possono essere definiti “lombardi”. Teniamo comunque conto che al tempo di Dante il termine “lombardo” indicava anche, genericamente, gli abitanti dell’Italia settentrionale (cfr. a Londra: Lombard Street era la via abitata dai mercanti italiani del Nord).

[16] Ancora un latinismo: bonus, “onesto, per bene”.

[17] Dal verbo latino comburere, “bruciare”; cfr. il toponimo Busto, cioè “luogo di un incendio”.

[18] Con valore più forte del suo significato attuale. “angoscia, disperazione”.

[19] In latino studium equivale, più che all’italiano “studio”, a “interesse, impegno”. studeo + dativo: “mi interesso, mi do da fare”; + accusativo “studio”.

[20] “Volume” riprende il latino volumen, che inizialmente indicava il rotolo di pergamena che veniva arrotolato (volvere) attorno ad un bastoncino. Poi (e qui in Dante) indicherà il libro nel senso moderno dell’oggetto.

[21] Ancora un arcaismo latineggiante: auctor non è tanto (come per noi) “colui che fa, che opera, che scrive”, ma “colui che aiuta, col suo esempio, a crescere” < verbo augeo, “faccio crescere”.

[22] Stilo (modernamente: “stile”) deriva dall’oggetto, lo stilum appunto, cioè il bastoncino appuntito con cui si vergava la scrittura nel mondo romano. Ci testimonia, comunque, anche l’importanza nel medioevo dei modelli classici (qui nella fattispecie Virgilio) soprattutto come esempi di lingua e di stile oratorio.

[23] “Polsi” sono le arterie.

[24] Dal latino reus, “colpevole, malvagio”, forse connesso a sua volta con res (cosa), da cui derivano sia la forma dotta “reo” (colpevole) sia quella popolare (per noi arcaica) “rio” (malvagio), con apofonia vocalica simile a quella che troviamo in meus > mio, Deus > Dio. Diverso è il caso di “rio” (torrente) dal latino rivus, “ruscello, piccolo fiume”.

[25] Il “peltro”, lega di qualche valore ottenuta da piombo e stagno. Qui per metonimia (il particolare per il generale) è usato per indicare genericamente “ricchezze” mobili, mentre “terra” (nello stesso verso) indica i beni immobili.

[26] Cioè il luogo della sua nascita: nazione < natio < nascor.

[27] Reminiscenza virgiliana di Eneide III, vv. 522sg.: humilis Italia, cioè l’Italia caratterizzata da “coste marine basse”. Ma ricordiamo anche le humiles myricae di Egl. IV, v. 2 Humile è, letteralmente, ciò che è basso, vicino a terra (humus), poi passerà a significare il nostro “umile”, cioè non superbo, non altezzoso.

[28] “Salvezza”, dal latino salus, da cui poi anche salvus e salvere (essere salvo), con l’imperativo salve usato come saluto “stai bene, sii salvo”. La nostra “salute” è invece in latino valetudo (vox media), che può essere “buona” (bona, o secunda, valetudo) o “non buona” (mala valetudo).

[29] Altro latinismo: invidia (< in + video, “guardar male, guardare storto, fare il malocchio”) è più “odio” che non “invidia”.

[30] Francesismo (par) col valore di “da parte mia” (compl. di agente), come nel verso del Cantico francescano: per tutte le tue creature, “da parte di tutte le tue creature”.

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2 commenti su “Nostra maggior Musa (Riflessioni “minime” sulla Commedia dantesca) / XVI – di Dario Pasero”

  1. Carla D'Agostino Ungaretti

    Ha ragione, prof. Pasero! Anche io apprezzo infinitamente l’erudizione perché è essa che ci fa collocare correttamente gli eventi e i personaggi nel loro preciso momento storico. Noi siamo nati in un’epoca in cui si studiava davvero: al mio antico liceo classico io ho avuto un insegnante che ci faceva fare le traduzioni estemporanee dal latino in greco e dal greco al latino. Invece recentemente ho sentito una studentessa del I anno di lettere moderne confondere il Rinascimento col Risorgimento … che altro potrei aggiungere?

    1. Usiamo l’arma dell’ironia (ma quanti capirebbero…): anche Francesco De Sanctis usava il termine Risorgimento per indicare il Rinascimento…

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