Raddrizziamoci con la nostra lingua / XIV – Rubrica mensile di Dario Pasero

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Non lasciamoci tagliare la lingua

(“Dalle Alpi agli Appennini ovvero Noterelle di uno dei tanti” su parole e cose)

di Dario Pasero

 

 

Tra le molte parole che il lessico italiano include non dobbiamo dimenticare una categoria magari non troppo ben vista dai cosiddetti politicamente corretti del linguaggio, ma che certamente lascia il suo segno non solo nel discorso, ma anche – come già abbiamo notato in altri casi – nel modo stesso di pensare e di vivere di un popolo. Sto parlando della categoria lessicale degli insulti, divisibile poi in due sottocategorie: quella degli insulti attinenti l’ambito morale e quella relativa all’aspetto intellettuale (o fisico) della persona.

Certo, una persona ben educata e che sappia mantenere il proprio equilibrio psichico non dovrebbe mai abbassarsi ad insultare il prossimo, ma mi piace tener conto di due aspetti. La verità innanzitutto (amicus Plato sed magis amica Veritas), e quindi bisogna abituarsi a chiamare le cose (e le persone) coi loro nomi e attributi. Poi, come ricordava il mio buon professore di Religione al liceo (il compianto don Mario Occhiena: quando ancora la religione a scuola veniva professata da dei sacerdoti…), anche Nostro Signore non le mandava certo a dire a scribi, farisei e mercanti nel Tempio. E se noi dobbiamo ispirarci a Lui…

Vediamo allora alcuni insulti tipici della nostra lingua, e di alcuni suoi dialetti, senza trascendere i limiti del buon gusto e della buona educazione; e osserveremo come anche molti termini di questa gruppo lessicale abbiano dei significati ben definiti anche in riferimento alla loro etimologia.

Partiamo proprio – direi – dal termine che dà nome a tutta quanta la categoria. Insulto è termine di origine latina, che presenta due ipotesi di derivazione, ma che comunque ci portano ad un medesimo significato. Secondo alcuni studiosi, infatti, verrebbe dal verbo tardo latino insultare, a sua volta da insaltare, secondo altri, invece, dal latino classico insilire (part. pass. insultum): entrambi i verbi, comunque, significano “saltare sopra, addosso”. Pertanto l’insulto è una parola che viene “gettata addosso”, con spregio e violenza, ad un altro. Ricordiamo poi ancora – en passant – che circa un centinaio d’anni or sono il termine insulto aveva anche un valore nel lessico medico, “insulto cardiaco”, per significare quello che adesso viene definito come “attacco”.

Idiota deriva dal greco idiótes e significa, letteralmente, “colui che si fa gli affari propri” (in greco infatti ídios vale “proprio, personale”, pensiamo – per restare in tema linguistico – all’idioletto, che è la parola propria, caratteristica di una persona o di un gruppo sociale), mentre il suo contrario, il polítes, è colui che si occupa degli affari della città-pólis. Orbene, per un greco antico non occuparsi della città, non fare quindi politica (politiké, sott. téchne, cioè “arte di governare la città”), era impensabile, non degno di un vero cittadino; pertanto chi non lo faceva (e quindi l’idiota) era considerata persona non affidabile o non adatta ad attività serie.

Etimo latino invece per l’imbecille, da imbecillem, a sua volta derivato dall’unione del prefisso in- e di baculus (bastone), cioè colui che non può reggersi in piedi se non appoggiandosi ad un bastone: un menomato, insomma, che da menomato fisico passa poi, per astrazione metaforica, a menomato mentale.

Lo stupido, ancora dal latino, dal verbo stupére (restare inebetito, annichilito), è appunto colui che non capisce neppure in che mondo viva; poco di più dello “stupefatto”, di valore pressoché simile, ma che in italiano non ha assunto valore insultante. Nello stesso gruppo etimologico possiamo anche inserire lo “stupefacente”, cioè colui o ciò che lascia interdetti, sia in senso positivo che negativo (sostanza stupefacente o, sic et simpliciter, stupefacente, cioè droga), donde alcuni sedicenti campioni sportivi, servendoci noi della polisemicità della nostra lingua, possiamo affermare che si trovano ad essere sempre in “forma stupefacente”…

Cretino ci viene dal francese crétin (attestato dal 1750) come forma dialettale occidentale (propria di Savoia e basso Vallese) per chrétien, cioè “cristiano”, usato (come anche in italiano: pensiamo a Verga, che lo adopera in modo massiccio, o al piemontese tormenta-cristian, per significare “seccatore”) col valore di “persona qualunque” e poi di “persona di poco valore”.Quindi ci tocca, anche se obtorto collo, dare ragione (amicus Plato, sed magis amica Veritas) al visceralmente anti-cristiano matematico Piergiorgio Odifreddi, che non perde occasione per sottolineare che “cretino viene da cristiano”: d’altra parte, mai come nel caso di specie, relativo ad Odifreddi ed alla verità etimologica, Similia cum similibus facillime congregantur… e chi ha orecchie per intendere, intenda.

Folle, dal latino follem, cioè letteralmente “sacco (vuoto)”, è un insulto – almeno in italiano – di livello discretamente alto, mentre in alcuni dialetti (tra cui il piemontese) è insulto di uso molto comune col valore non tanto dell’italiano “pazzo”, quanto di “stupido, babbeo”. Non solum sed etiam: la parola piemontese fòl è una delle più antiche attestate per iscritto della lingua pedemontana. La troviamo infatti in un mosaico, risalente tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, che figurava nel pavimento della chiesa di Santa Maria Maggiore di Vercelli ed ora è conservato presso il museo “Leone” della stessa città. Esso raffigura due guerrieri (forse due gladiatori) impegnati in un duello; dietro le spalle delle figure compaiono due parole (fòl, appunto, e fel, di cui parleremo tra poco), vale a dire la riproduzione scritta (vogliamo parlare di “proto-fumetti”?) degli insulti che i due si scambiano vicendevolmente (sembra di leggere l’episodio dei lottatori nella Satira I, 5, vv. 50-69, di Orazio). A proposito poi di antichi insulti incisi su raffigurazioni (affreschi o mosaici) presenti in chiese è appena il caso di citare l’iscrizione della basilica di San Clemente in Roma (fine del sec. XI), in cui troviamo la prima attestazione dell’insulto fili dele pute, che non necessita – credo – di una trascrizione in italiano moderno.

Molte forme insultanti nascono dal concetto di “mancare, essere privo”, evidentemente di cervello, di intelligenza. Vedasi, a questo proposito, alla voce “deficiente”, dal verbo latino deficio (manco, vengo meno), da cui anche il termine finanziario (piuttosto usuale nel nostro Paese) “deficit”, forma verbale col significato letterale di “non c’è, manca”, trasformatasi poi in sostantivo: “ammanco”. All’incirca sulla stessa linea collochiamo “sciocco”, toscanismo per “mancante di sale” (“questa minestra è sciocca”, cioè insipida), ma che metaforicamente vale “mancante di sale (astratto)”, il famoso “sale in zucca” proverbialmente noto. L’etimo è ancora sub judice, ma alcuni propendono per il latino ex-succus, cioè “senza sugo”. Così pure “scemo”, < scemare, “venir meno, essere senza”, dal latino parlato *ex-semare (semis, mezzo), cioè togliere la metà. Una curiosità: il sostantivo astratto “scemenza” è di origine romanesca, di cui abbiamo testimonianza in Giuseppe Gioachino Belli.

Completamente latina, e tale e quale passata nella nostra lingua, è l’espressione minus habens, uno degli insulti – proprio per la sua facies colta – più nobili del nostro frasario. Da esso nasce la forma “minorato”, psichico, il cui antonimo (contrario) fu genialmente elaborato da Vittorio De Sica in una famosa scena dell’episodio Il processo di Frine del film Altri tempi del 1952, per la regia di Alessandro Blasetti, in cui l’attore ciociaro/napoletano/romano coniò la geniale formula: “maggiorata fisica” per indicare una donna formosa e piacentemente in carne.

Nel campo degli insulti “nobili” (o quantomeno semi-nobili) abbiamo anche mentecatto e lestofante: il primo di chiara origine latina (ed usatissimo da zio Paperone, quando vuole insultare il “misero e tapino reietto Paperino”…), in quanto è colui che è stato “preso” (captus) nel “cervello” (mente), e quindi, se vogliamo scendere di un gradino nella scala della raffinatezza linguistica, “colui che è tocco, o toccato (sottintendendo: nel cervello)”. Lestofante invece è chiaramente originato dall’unione dell’aggettivo “lesto”, col valore negativo di “destro, abile, pronto” nell’agire imbrogliando (pensiamo anche al “furto con destrezza”), e del sostantivo “fante” nel suo senso arcaico di “persona capace di azioni ardite o vendicative” (e non certamente di “soldato di fanteria”). Suggestiva ed intrigante, ma poco probabile, l’ipotesi che, fermo restando “fante”, farebbe derivare “lesto” dal greco lestés, cioè “brigante, corsaro”. Quindi avremmo una parola cosiddetta “centauro”, cioè con le sue due parti originate da parole di due lingue differenti, col valore di “giovane brigante”. Poco probabile perché, oltre alla rarità di termini non dotti formati da parole di lingue diverse, c’è da notare che sarebbe l’unica parola italiana derivata dal greco lestés, che non ha lasciato altri suoi discendenti nella nostra lingua.

Per chiudere questa sezione di insulti propri della lingua comune e di uso semi-colto ricordiamo: babbeo, cialtrone; scellerato. Dei tre termini l’ultimo è l’unico ad avere una etimologia certa ed inequivocabile, derivando dal latino sceleratum, cioè colui che compie scelera (singolare scelus), vale a dire azioni sbagliate, moralmente deprecabili, delitti. Lo scellerato è dunque l’infame (altro insulto latineggiante: colui, o ciò che, non può nemmeno essere detto, da in + for, cioè indicibile, non pronunciabile), il malvagio, il colpevole. Il vocabolario di Cortelazzo-Zolli a proposito di cialtrone (“essere spregevole, sfaticato”) dichiara testualmente “di etimologia sconosciuta; forse da avvicinare a ciarlare”; mentre per babbeo (“sciocco, sempliciotto”) rimanda ad una base onomatopeica bab- con l’aggiunta del “suffisso spregiativo –eo , come in molti esempi dialettali” (rimandando poi a questo punto a studi del Migliorini). Secondo il Devoto, invece, babbeo sarebbe una ipotetica forma latina popolare, *babbaeus, di origine sabina, connessa con l’idea del “balbettare” (in latino balbus è il balbuziente), mentre cialtrone sarebbe un incrocio tra “ciarlone” e “poltrone”, dando così credito all’ipotesi precedentemente riferita che lo vorrebbe collegato al verbo “ciarlare”.

Non dimentichiamo, poi, che alcuni insulti col tempo hanno – diciamo così – “ammorbidito” la loro forza offensiva e si sono ridotti a forme qualificative scherzosamente insultanti, usate spesso per definire bambini magari un po’ vivaci, ma senza appunto alcun valore di offesa. È il caso di “birba” (arcaicamente “birbo”: teste Lorenzo da Ponte nel libretto mozartiano delle “Nozze”…), che da insulto col valore di “delinquente, imbroglione” è passato ad un più innocente “bambino vivace, chiassoso, talora un po’ indisciplinato e disobbediente”.

Ci sono poi gli arcaismi, sempre piacevoli non solo da ascoltare, ma anche da usare, perché, visto che ormai un’altissima percentuale delle persone sono assolutamente ignoranti delle squisitezze della nostra lingua, si possono utilizzare per apostrofare, elegantemente, persone che neppure si accorgono di venire così insultate. Tra essi menzioniamo “fellone”, accrescitivo dell’aggettivo “fello” (usato anche da Dante in Purg. VI, v. 94: “guarda come esta fiera è fatta fella”, riferendosi all’Italia e della cui forma pedemontana, fel, abbiamo accennato poco sopra), col valore di “selvatico, rozzo”. Fellone è parola che ci rimanda ai poemi cavallereschi o ai romanzi (ed ai film) di “cappa e spada”. Così anche “marrano”, derivato dallo spagnolo marrano, letteralmente “porco”, nome dato nella Spagna del secolo XV agli ebrei ed ai musulmani convertiti al cristianesimo, ma ancora intimamente fedeli al loro credo: vale dunque “infido, imbroglione”.

Abbiamo poi una serie di insulti, più o meno gravi, che nascono metaforicamente da caratteristiche di animali trasferite alle indoli ed alle abitudini delle persone; e quindi porco/maiale, per la persona sporca (materialmente o moralmente), coniglio, per il pauroso, asino/somaro, per l’ignorante, orso, per lo scontroso irascibile burbero misantropo, vacca/troia/cagna, per la donna di facili costumi; oppure ancora cane, spesso usato nei romanzi d’avventura d’un tempo (Salgari…) in unione con sostantivi quali “bianco” (“cane bianco” sibila il capo Sioux all’eroico tenente della cavalleria a stelle e strisce), oppure “infedele” (“cani infedeli” latrano i predoni saraceni ai poveri prigionieri cristiani), ma anche sciacallo per indicare chi si appropria fraudolentemente di cose altrui (anche immateriali, quali le idee) approfittando di parziale o totale inabilità del possessore.

Anche i dialetti poi ci offrono esempi molto icastici di insulti, alcuni dei quali transitati – a pieno titolo – nella lingua nazionale.

Cominciamo col piemontese balengo, venuto “di moda” (anzi ora la neo-lingua preferirebbe dire “trendy”) grazie alle squallide comparsate di cotal Luciana Litizzetto (la Litizza), una scialba figura di pseudo-attrice comica nata – ahimè –anch’essa nella mia terra. Tale termine che vale, all’incirca, “sciocco, imbecille” mi fa ricordare con una certa nostalgia (quaedam flendi voluptas) i tempi beati in cui, con molto affetto e un certo vezzo intellettuale, un nostro professore di liceo ci apostrofava, omericamente, con l’epiteto di πολυβάλεγγοι μαθηταί (“polu-bálengoi mathetài”), cioè “studenti molto-balenghi”. Più greve nell’uso è la forma italo-torinese picio, che copre un’area semantica italiana molto estesa, partendo dal suo valore concreto (letteralmente “piccolino”, ma riferendolo al membro maschile) per arrivare al valore metaforico insultante che va da “imbecille, lazzarone, malfidato, imbroglione…”, ma sempre con riferimento volgare al suo significato primigenio.

Teste et auctore Leonardo Sciascia in Il giorno della civetta, è entrato nell’italiano comune, ovviamente dal siciliano, il termine quaquaraquà, per indicare una persona che parla troppo, spesso a vanvera, e quindi di conseguenza “delatore”. Di origine lombarda sono invece pirla, pistola e bamba. Più diffuso, e ormai italianizzato a tutti gli effetti, il primo, col valore di “persona poco furba, facilmente imbrogliabile” (ma anch’esso ha lo stesso etimo volgare che abbiamo visto per il piemontese picio); mentre gli altri due (entrambi col valore di “stupido, ritardato mentale”) hanno avuto minor fortuna e, quando usati in italiano, vengono percepiti ancora come di radice fortemente dialettale milanese. Sempre attraverso la letteratura (Pasolini), ma con un successivo buon apporto prima cinematografico, poi televisivo sono tracimati nella lingua nazionale alcuni insulti romaneschi, alcuni di origine borghese-dialettale, altri invece più propriamente borgataro-gergale. Abbiamo quindi gaggio, “minchione” (di uso solitamente gergal-giovanile), farlocco, “straniero” e poi “strano, fuori quadro”, fracico e fracicone, “sudicione, sporcaccione”, tudero (presente anche come lombardismo, nel senso originale di “tedesco”, e poi di “mascalzone, imbroglione”), “tonto”. Sempre di origine romanesco-cinemato-televisiva sono poi forme, ormai acquisite dalla lingua comune, come “morto di fame, di sonno”. Di ascendenza napoletana è il mariuolo (“poco di buono, ladruncolo, delinquentello”), voce che, fattasi toscana (e quindi italiana: mariolo) già tra Settecento ed Ottocento, non ha un’etimologia soddisfacente, pur a fronte di svariate ipotesi (cfr. ancora Cortelazzo-Zolli, s.v.).

 

Possiamo infine mettere a fianco della categoria degli insulti quella degli eufemismi “religiosi”, un modo che i nostri Antenati trovarono per non dover pronunciare il Nome di Dio invano anche in quei momenti in cui, per ragioni diverse, la rabbia e la stizza, motivate magari da una vita non sempre fatta di gioie e tranquillità, avevano il sopravvento e tracimavano in sfoghi verbali che, proprio in virtù della profonda pietas dei nostri vecchi, non si voleva e non si doveva esternare toccando il nome di Nostro Signore, di Maria o dei Santi o di altri aspetti della religione e della liturgia. Su questo argomento può essere interessante la lettura del capitolo III, intitolato “L’interdizione magico-religiosa”, dello studio di Nora Galli de’ Paratesi Le brutte parole-Semantica dell’eufemismo (Milano, 1969).

Abbiamo così una serie di esclamazioni quali perdinci, perdiana, cribbio, maremma (di uso tipicamente toscano), sacripante, osteria, ostrega (di uso inizialmente veneto), il piemontese sacocin (letteralmente “taschino), che in realtà maschera altre forme eufemiche quali sachërnon (presente una forma simile anche in genovese) e sacradisna, utilizzate per non usare la forma, mutuata dal francese, sacré nom de Dieu.

Simile è la situazione per quanto riguarda la cosiddetta “interdizione semantica”, cioè la volontà eufemistica per cui ci si vieta di pronunciare apertamente nomi quali “morte, malattia, diavolo” nel timore (teste anche Dante in Purg. XIV, v. 27) che la citazione equivalga ad evocare concretamente il male appena pronunciato. Abbiamo così il “nemico”, l’“avversario”, “quello con le corna” per il diavolo; in Piemonte, ma ritengo che in ogni regione si possano citare esempi, abbiamo “col dle braje bleuve” (“quello con i pantaloni blu”) oppure – mi scusino le signore – “col dle bale anvische” (“quello coi testicoli accesi”); abbiamo poi forme eufemiche quali “andarsene”, “passare a miglior vita”, “andare a Mortara” per morire; anche in questo caso, in Piemonte, abbiamo una forma gentile quale Magna Catlin-a (Zia Caterina) o Catlin-a dle còste sëcche (“Caterina dai fianchi secchi”) per indicare la morte: la seconda forma si rifà evidentemente alle raffigurazioni della Morte nelle “danze macabre” medievali, in cui essa era rappresentata come uno scheletro.

Addirittura, quando si sentiva un refolo d’aria carezzare il volto, si usava dire A l’é passaje Catlin-a… Era un segnale positivo: essa passava vicino a te, ma ti lasciva stare ed andava a trovare un altro…

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3 commenti su “Raddrizziamoci con la nostra lingua / XIV – Rubrica mensile di Dario Pasero”

  1. Per quanto riguarda il “cretino”, Dino Provenzal nel suo “Dizionarietto dei dubbi linguistici” dava invece alla parola un’origine solo en passant affine a quella di Odifreddi, ma che in realtà fa giustizia smentendo l’odifreddura. Diceva infatti Provenzal che “in Savoia, e nei paesi vicini, i disgraziati affetti da quella particolare forma di idiozia che oggi si chiama ‘cretinismo’ erano chiamati ‘pauvres cretins’ (forma dialettale di ‘chretiens’, cristiani): d’onde la parola ‘cretini’ e ‘cretinismo’ “.

  2. Non tutti gli studiosi sono d’accordo con l’etimogia che fa derivare cretino da cristiano. Cretino era un malato di cretinismo. malattia diffusa specie sulle Alpi e dovuta alla carenza di vitamina D. Questa malattia, oltre a provocare spesso il gozzo (cretino gozzuto), rendeva la pelle particolarmente bianca per cui cretino deriverebbe da creta, termine che sulle Alpi sia in italiano che in francese che in tedesco (kreide), indicava non l’argilla bensì il caolino che è bianchissimo.
    Peraltro, con buona pace di Odifreddi, anche se cretino derivasse da cristiano ciò non significherebbe che un cristiano è un cretino bensì che un malato di cretinismo non è altro che “un povero Cristo” e ciò ci ricorda una delle opere di misericordia spirituale: sopportare le persone moleste!

    1. Non carenza di vitamina D ma di ormone tiroideo.
      Ti confondi con il rachitismo.
      @prof Pasero,
      noi in Liguria usiamo il termine ‘nesciu’ che deriva dal latino nescio, ignoro.

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