Raddrizziamoci con la nostra lingua / XV – Rubrica mensile di Dario Pasero

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Non lasciamoci tagliare la lingua

(“Dalle Alpi agli Appennini ovvero Noterelle di uno dei tanti” su parole e cose)

di Dario Pasero

Credo sia giunto il momento, ora, di occuparci di una questione che, piuttosto complessa di per sé, è all’origine (seppur remota) di tutti i discorsi che si possono fare sulla nostra lingua d’oggi. intendo parlare della nascita delle lingue romanze. Proprio per la sua complessità cercherò di ridurre ai minimi termini i problemi, sperando così di riuscire ad illustrare con la massima chiarezza possibile le questioni ad essa connesse.

Assioma di partenza: le lingue romanze (o neo-latine) sono tutte quelle lingue che derivano dallo sviluppo storico del latino “volgare” (cioè parlato) nei territori di quello che era l’Impero romano d’occidente in un arco di tempo non definibile con certezza, ma che può con una buona verosimiglianza essere collocato tra il III e l’VIII secolo d. C. (con variazioni anche significative a seconda delle diverse regioni geografiche).

Da questo assioma discendono:

1° corollario: non possiamo quindi definire “morta” la lingua latina, se non nel suo aspetto letterario, cioè di lingua ad altissima standardizzazione e cristallizzata in forme “statiche”. Il latino parlato – invece – dato il suo aspetto “dinamico” non è affatto morto, ma si è trasformato storicamente nel suoi discendenti diretti, le lingue romanze, appunto.

2° corollario: non esistendo, al momento storico di avvio dello sviluppo del latino nelle lingue romanze, degli stati nazionali nel senso moderno del termine, sono da definirsi lingue romanze non solamente quelle che conosciamo come “di stato” (o “ufficiali”: cfr. infra), ma anche tutte quelle che noi volgarmente definiamo “dialetti”.

Dal 2° corollario discende:

1° sub-corollario: con lo sviluppo degli stati nazionali moderni (pur nei loro aspetti politici diversificati), e quindi durante il tardo medioevo ed il Rinascimento (secoli XIII-XVI), comincia ad apparire la distinzione tra lingue “ufficiali” e lingue “non ufficiali” (dialetti); tale distinzione si andrà facendo sempre più marcata col passare dei secoli. Per l’Italia la situazione è diversa: non si può parlare di lingua “ufficiale” di stato se non a partire dal secolo XIX, e quindi prima di allora parliamo di una lingua “culturalmente egemone”, contrapposta ai dialetti.

Se è chiaro questo quadro di partenza possiamo entrare con maggiori particolari nella disamina dei problemi legati allo sviluppo storico delle lingue romanze.

Abbiamo detto che non si possono marcare confini temporali precisi “a parte ante”: non possiamo cioè dire con esattezza “da quando” il latino cominciò a trasformarsi nei suoi discendenti; ma dobbiamo comunque tener conto che questo fu un processo “dinamico”. Semplificando, possiamo dire che ogni giorno il latino si trasformava un po’ in chiave “romanza”, fino al punto in cui esso non poté più essere definito sic et simpliciter “latino”, ma qualcosa di diverso che, usando una definizione che troviamo in una risoluzione del concilio di Tours dell’813, venne chiamata “rustica romana lingua”, cioè la lingua romana usata nelle campagne, vale a dire dagli incolti. Al concilio di Tours dunque si stabilì che i parroci potevano predicare, durante la Messa, in volgare.

Mentre dunque le cancellerie continuavano ad usare il latino scritto, burocratico e letterario, altamente “formalizzato”, cioè con regole, di grammatica e di stile, codificate, la gente comune – attenzione, non solo gli ignoranti, ma anche gli intellettuali nel momento in cui non scrivevano – parlavano un latino sempre più diversificato, sia a livello sociale che geografico, una lingua che un bel giorno latino non sarebbe più stata.

Tornando al problema cronologico da cui siamo partiti, perché abbiamo detto che non siamo in grado di fornire una data sicura di questo passaggio (o meglio: dell’inizio di questo passaggio)? Ciò dipende dal fatto che non possediamo – ed è ovvio, viste le premesse – dei documenti scritti che ci testimonino i vari passaggi dal “latino volgare” al “volgare” tout court. Di conseguenza, prendendo come punto d’appoggio il primo documento scritto nei vari volgari neo-latini, possiamo parlare di una fase che va, come detto, all’incirca dal III secolo all’VIII, in cui definiamo le varie lingue “latini volgari”, ed una seconda fase, dall’VIII secolo circa, ma comunque a far capo dai primi documenti scritti, in cui le lingue vengono definite decisamente “volgari”, con l’aggiunta chiarificatrice del luogo geografico in cui essi erano usati: volgare di Francia, volgare d’Italia, ecc.

Abbiamo accennato al fatto che le differenziazioni tra i vari volgari hanno un fondo anche “geografico”, a seconda cioè di dove essi fossero parlati. A questo punto entra in gioco quello che i glottologi chiamano “lingua di sostrato” o più semplicemente “sostrato” (< latino sub stratum < sub sternere, “porre, collocare sotto”), cioè quella lingua che si parlava nelle singole regioni dell’Impero d’occidente prima che vi giungesse il latino dei conquistatori romani.

A mano a mano che i popoli conquistati (Galli, Ispani, Daci, Reti, tutti nelle loro sub-suddivisioni etniche, e linguistiche) si impadronivano ed usavano – volenti o nolenti – la lingua dei conquistatori, non tralasciavano mai del tutto la loro lingua ancestrale che, anche una volta abbandonata, lasciò tuttavia nel latino parlato delle tracce – fonetiche, morfologiche, sintattiche, lessicali – che fecero sì che il latino parlato in quelle regioni fosse diverso, a volte anche molto e profondamente, da quello parlato non solo a Roma e in Italia (linguisticamente il termine Italia indica solamente l’Italia peninsulare e non anche quella continentale ed insulare: non la pianura Padana né le isole, insomma), ma anche da quello parlato da popoli di origine etnica differente (i Galli dai Reti, per fare un esempio). Ciò portò ad una diversificazione sempre più profonda tra i vari latini volgari, alla base delle differenze tra le lingue romanze attuali.

Col sostrato noi possiamo spiegare fenomeni come la presenza di vocali turbate come eu, ü, ë in francese e nelle lingue gallo-italiche o come â in romeno, oppure fenomeni come la “gorgia” toscana (cioè l’aspirazione iniziale della gutturale tenue) o come ancora la numerazione moltiplicativa nel francese (quatre vingt treize, di origine gallica, opposto, per es., all’italico novantatré), e poi tutte le diversità lessicali dovute all’uso di termini differenti, ora più arcaici ora meno, nelle varie regioni: casa < casam, maison < mansionem; bello, beau < bellus, hermoso, frumos < formosus ecc.

Col sostrato possiamo spiegare, oltre alla presenza di fenomeni diversi, anche l’estremo frazionarsi delle lingue romanze che, con l’andare del tempo, hanno poi assunto, anche grazie ai fenomeni di adstrato e di superstrato, fisionomie sempre più diverse l’una dall’altra.

Veniamo ora all’insieme di quelle che, comunemente ma anche banalmente, vengono ritenute essere “canonicamente” le lingue romanze, quelle 6 lingue che in realtà sono, potremmo dire, la “punta dell’iceberg”, rappresentando in realtà solamente idiomi ufficiali di stato e non la totalità delle lingue di origine latina. Queste sei lingue sono quelle che, in tempi diversi e in seguito a fenomeni storico-politici o cultural-sociali, sono state riconosciute come lingue statali delle singole nazioni: portoghese, spagnolo (in realtà castigliano), francese (in realtà la parlata dell’Île de France), italiano (in realtà toscano), ladino o reto-romancio, romeno. Per parlare dell’Italia la lingua “nazionale” è nata in un primo tempo come lingua di cultura, poiché i modelli migliori che si erano imposti erano quelli toscani (Petrarca e Boccaccio, soprattutto) e solo in seguito, cioè con l’Unità del Paese, come lingua “politica”. Va da sé che, se si fosse imposto per il suo prestigio un altro modello linguistico (per es.: il siciliano della scuola poetica di Federico II) ora la nostra lingua nazionale forse (e sottolineo intensamente “forse”, dato che le leggi della linguistica, e soprattutto della socio-linguistica, non sono leggi matematiche) sarebbe esemplata sul siciliano e non sul toscano. Al di là delle lingue impostesi come lingue nazionali, dobbiamo comunque ribadire che tutte le parlate del dominio romanzo sono in realtà lingue romanze.

È poi più corretto parlare di volgari “in Italia” che non di volgari “italiani”, dato che di tutti questi volgari (i “dialetti”) il sostrato è differente. Le parlate che si trovano a nord della linea immaginaria che unisce Rimini e La Spezia, escluso il veneto ed il friulano, hanno come sostrato il gallico (lingue gallo-italiche), mentre le lingue a sud di questa linea (isole escluse) hanno come sostrato varie parlate italiche pre-latine (lingue italiche), per cui si parla genericamente di sostrato “italico” (etrusco per il toscano).

Passiamo ora a parlare delle prime testimonianze scritte dei volgari romanzi in Italia. Tali testimonianze si possono suddividere in due categorie: documentarie e letterarie. Le prime sono più antiche, poiché i volgari romanzi, inizialmente usati solo oralmente, vengono impiegati per scrivere in un primo tempo solo per finalità quotidiane, concrete ed immediate, e non certo poetico-letterarie (per quelle si usava ancora e solamente il latino), e solo in un secondo tempo si pensò alla capacità artistica di tali volgari, che successivamente presero sempre più piede nella produzione letteraria fino a giungere alla composizione di capolavori assoluti.

Le testimonianze documentarie sono: 1) Indovinello veronese, 2) Placito di Capua (ed altri placiti consimili, definiti nel loro complesso “placiti cassinesi”), 3) Carta cagliaritana (1070/80), 4) Privilegio logodurese (1080/85), 5) Postilla amiatina, 6) Formula di confessione umbra, 7) Iscrizione romana di San Clemente, 8) Tre iscrizioni piemontesi, 9) Ritmo di Travale.

 

Indovinello veronese (secc. VIII/IX)

Ritrovato nel 1924 da Luigi Schiaparelli in un codice della Biblioteca Capitolare di Verona. Databile, ma senza prove certe, tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo. Si tratta di un breve testo di due versi in una lingua che, pur ancora molto vicina al latino, può già essere definita volgare. Non sappiamo con certezza neppure il luogo di redazione (il termine “veronese” è infatti relativo al luogo di ritrovamento). L’autore – ovviamente ignoto – doveva comunque essere un chierico o un intellettuale, tanto che, a differenza dei testi seguenti, alcuni commentatori parlano decisamente del “più antico testo volgare italiano di carattere letterario” (Vidossi). Eccone il testo:

se pareba boves alba pratalia araba et albo versorio/ teneba et negro semen seminaba

Si tratta, come recita la definizione, di un indovinello, relativo, attraverso la metafora dell’ aratura del campo, al gesto della scrittura. Infatti il testo, nella sua traduzione moderna “metteva avanti i buoi arava bianchi prati e teneva un bianco aratro/ e un nero seme seminava”, allude alle dita (boves), alla pergamena (alba pratalia), alla penna d’oca (albo versorio) e infine all’inchiostro che traccia i segni (negro semen).

Quanto alle forme linguistiche, notiamo come in tutti i verbi sia caduta la consonante finale (-t) della 3a persona singolare, così come la consonante finale è caduta in tutti i sostantivi ed aggettivi, tranne che in bove-s ed in seme-n e le –u- tematiche sono già passate per apofonia ad –o- (versorium > versorio); i neutri plurali (pratalia, alba) sono restati inalterati rispetto al latino (fenomeno che è rimasto anche in alcuni termini italiani moderni, quali “paia” o “uova”).

 

Placito di Capua (960)

Se non il più antico, il primo testo in volgare ad avere una data certa (marzo 960), dichiarata dal fatto che esso fa parte del verbale, redatto in latino, di un processo tenutosi a Capua, davanti al giudice Arechisi, tra un proprietario terriero di origine longobarda (Rodelgrimo di Aquino) e l’abbazia benedettina di Montecassino, o una sua dipendenza. Nessun dubbio neppure sul carattere documentario, e non letterario, del testo. L’estensore del verbale del processo ha infatti riportato le parole pronunciate, in volgare quotidiano, da un testimone, con le quali egli certificava la sua conoscenza relativa al possesso dei terreni contesi.

Il testo, in prosa, famosissimo, anche perché fino alla scoperta dell’Indovinello era considerato il più antico in assoluto dei volgari in Italia, così recita.

Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti

“So che quelle terre, per quei confini che qui si contengono, per trent’anni le possedette la parte di San Benedetto”

Il testo ci appare già discretamente vicino al volgare delle origini letterarie in Italia. A parte alcune oscillazioni ed incertezze grafiche (k oppure q, per gli attuali q o ch), notiamo la forma sao (< sapio, “so”) e la costruzione, ormai decisamente non più latina classica, ma del latino parlato, quod + indicativo (ko… possette; in italiano moderno “che” + indicativo), al posto del classico accusativo + infinito. Altra notazione riguarda il “trenta anni”, già volgare, ma che riprende ancora l’accusativo semplice latino per indicare il complemento di tempo continuato. Già decisamente italiano è il pronome personale le (< illae), mentre non è ancora d’uso comune l’articolo determinativo “parte Sancti” e non già “la parte”. Infine la formula relativa all’ordine monastico, per tradizione e – probabilmente – rispetto, resta in latino classico, al genitivo Sancti Benedicti. Rileviamo poi che ki (qui) va collegato al fatto che quasi certamente il teste teneva in mano una mappa e su di essa indicava i confini dei terreni.

Simili al Placito capuano, nel testo e nelle caratteristiche, e poco lontani da esso nel tempo e nello spazio, sono anche il Placito di Sessa Aurunca (963) e quello di Teano (idem).

 

Carta cagliaritana (fine sec. XI)

La Carta cagliaritana è una delle più antiche testimonianze scritte della lingua sarda. Venne redatta nel giudicato di Cagliari intorno al 1089, durante il regno del giudice Costantino Salusio II. In essa si registra una donazione fatta da Costantino Salusio del monastero di San Saturnino ai monaci benedettini dell’abbazia di San Vittore di Marsiglia, confermando e accrescendo le concessioni stabilite dal padre Orzocco Torchitorio I. È conservata presso l’Archivio Dipartimentale di Marsiglia.

 

Privilegio logodurese (1080/85)

Noto anche come “Carta consolare pisana”, è uno dei primi testi conosciuti della lingua sarda, redatto nel regno di Torres. Si tratta di un privilegio che sanciva l’esenzione da tutti tributi commerciali concesso dal giudice Mariano I di Torres a favore dei mercanti di Pisa. Il manoscritto è conservato nell’Archivio di Stato di Pisa.

 

Postilla amiatina (1087)

Breve testo collocato al fondo (donde il nome di “postilla”) ad un rogito, redatto da un notaio di nome Rainerio, relativo ad una donazione da parte di due coniugi al monastero di Abbadia San Salvatore sul Monte Amiata. Essendo inserita in un registro di atti e verbali la sua data è indicata, così come facilmente individuabile è anche l’area geografica di produzione (Toscana meridionale).

Ista cartula est de caput coctu;/ ille adiuvet de illu rebottu/ qui mal consiliu li mise in corpu

“Questa carta è di Capocotto (cioè, testa calda, pazzoide),/ lo aiuti da quel ribaldo/ che gli mise in corpo un cattivo consiglio”

La principale osservazione è quella relativa alla grafia, ancora latineggiante ma quasi certamente da leggersi come volgare. In altre parole, il notaio, persona discretamente colta, è abituato a scrivere in latino, e quindi ne mantiene abitudini e stilemi anche quando scrive in volgare. In pratica: est è probabilmente da leggersi è, mentre tutte le consonanti finali presenti sono dovute solamente alla pratica grafica dotta, ma da non pronunciarsi. Notiamo poi la preposizione latina de, usata due volte, ma con due valori diversi: in un caso col valore della preposizione italiana di (per esprimere il complemento di specificazione), nell’altro con quello della preposizione da. Infine il dativo li (< latino illi), che diventerà nell’italiano moderno “gli”.

 

Formula di confessione umbra (1037-1080circa)

Si trova in un codice della Biblioteca Vallicelliana di Roma, proveniente dal monastero di Sant’Eustizio a Norcia. Riportiamo, a mo’ d’esempio, le prime righe del testo.

Domine mea culpa. Confessu so ad me senior Dominideu et ad mat donna sancta Maria […]

de omnia mea culpa et de omnia mea peccata, ket io feci […]

Me accuso de lu corpus Domini, k’io indignamente lu accepi […]

 

Iscrizione della chiesa inferiore di San Clemente (post 1084)

Sul muro di rinforzo, costruito dopo il saccheggio del 1084, della chiesa inferiore di San Clemente a Roma troviamo un affresco con scene del martirio del Santo. I vari personaggi presenti, oltre al Santo, che “parla” però in latino classico, cioè gli aguzzini (il console Sisinnio, ed i servi Gosmario ed Albertello) sono contornati da alcune frasi (una sorta di “fumetto” ante litteram) che raccontano le “battute” del dialogo che si immaginava avvenuto durante il martirio. Ecco il testo.

Fili dele pute, traite,/ Albertel, trai./ Falite dereto colo palo, Carvoncelle.// Fili dele pute, traite! Gosmari,/ Albertel, traite! Falite dereto colo/ palo, Carvoncelle

“Figli delle puttane, tirate,/ Albertello, tira./ Fatevi sotto col palo, Carboncello.// Figli delle puttane, tirate/ Gosmaro,/ Albertello, tirate/ Fatevi sotto col/ palo, Carboncello”

 

Tre iscrizioni piemontesi (sec. XI/XII)

Abbiamo tre brevi testi, poco più che lacerti, di testimonianza della lingua, più che piemontese (termine che gli studiosi utilizzano a far capo dal finire del secolo XVIII), pedemontana. Esse sono iscrizioni su frammenti musivi (cioè a mosaico) pavimentali, e precisamente l’iscrizione, detta “del pescatore”, del Duomo di Casale Monferrato (qua l’é l’arca de San Vax: “qui c’è l’arca – cioè la cassa di deposito del denaro – di Sant’Evasio”), quella di Santa Maria Maggiore a Vercelli, fòl (“stupido”) e fel (disgraziato, fellone), due termini che esprimono gli insulti che si scambiano, secondo un’abitudine testimoniataci già da un frammento di una Satira di Lucilio (Iter Siculum) e da un episodio della Satira I, 5 di Orazio, il cosiddetto Iter Brundisinum, due duellanti ritratti nel mosaico; e infine un’altra iscrizione casalese, anch’essa rappresentante una scena di duello, sul cui lato sinistro figurava (l’originale è purtroppo perduto, ma ce ne rimangono un disegno ed una descrizione eseguite nel 1860 da Edoardo Arborio Mella) la frase, disposta su 4 righe, to scana, cioè “prendi, scanna”

 

Ritmo (o Guaita) di Travale (1158)

Come per i placiti cassinesi anche questo documento è la testimonianza citata, in volgare, all’interno di un verbale notarile latino del luglio 1158. Conservato nell’Archivio vescovile di Volterra, ora perduto e conosciuto attraverso una copia del secolo XV. Si tratta di due brevi versi (“versicoli”), donde la definizione di “ritmo”, citati da un uomo di Travale, borgata del comune di Montieri, in Maremma.

[…] Guaita, guaita male, non mangiai ma’ mezo pane […]

[…] Guardia, fa’ male la guardia, non mangiai più che mezzo pane […]

 

Ma ora ho fin troppo abusato della pazienza dei miei lettori: la prossima volta, a Dio piacendo, parleremo delle primissime testimonianze letterarie in volgare.

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1 commento su “Raddrizziamoci con la nostra lingua / XV – Rubrica mensile di Dario Pasero”

  1. Nessun abuso. E’ una guida preziosa sulle origini della nostra lingua, offre in sintesi importanti riferimenti storici e letterari. Grazie.

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