Razzismo birmano in salsa nazionalista

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 Di Bruno Pampaloni

RAZZISMO BIRMANO IN SALSA NAZIONALISTA

La giunta militare del Myanmar prosegue nella sistematica repressione delle etnie minoritarie e dei movimenti democratici nazionali. Mentre all’orizzonte fa capolino la Cina capital-comunista con i suoi insaziabili interessi economici

 Il silenzio degli innocenti è più che mai reale in alcune martoriate regioni d’Asia. A Myanmar (ex Birmania), sono ancora poco conosciute le persecuzioni messe in atto dalla giunta militare al potere ai danni di molti gruppi etnici. Come spesso accade in Estremo Oriente, tali sopraffazioni sono alimentate dall’odio razziale più che da autentiche ragioni politiche. Si tratta di conflitti secolari che ancora oggi non sembrano trovare una via di risoluzione pacifica, tanto che lo State Peace and Development Council  (SPDC) – questo è il nome che nel 1997 si sono dati i militari cambiando quello precedente di State Law & Order Restoration Council (SLORC) – ha conculcato le più elementari forme di libertà personale. Da qualche anno, tuttavia, il regime opprime anche gli esponenti democratici della maggioranza birmana, anteponendo così il desiderio di perpetuare la propria odiosa dittatura a scapito perfino di un rigoroso nazionalismo. Dopo il colpo di stato del 1988 – uno dei tanti che si sono succeduti nel paese – Myanmar è governata dal generale Than Shwe. Il paese è suddiviso in sette divisioni e sette stati, oltre a innumerevoli contee, spazi comunali e villaggi. Le divisioni (Tain) sono abitate principalmente da birmani, mentre gli stati (Pyinè) hanno importanti minoranze etniche (almeno 15) profondamente diverse fra loro. Ciascun gruppo, inoltre, è formato da distinti sottogruppi. La provenienza è la più disparata. I musulmani Rohingyas dello stato di Arakan, per esempio, discendono dai commercianti indiani e bengalesi che diversi secoli fa attraversarono la Birmania; gli Shan appartengono al ceppo etnico Sino-Thai e sono originari della Cina; i Mon sono imparentati con i Khmer cambogiani; i Karen appartengono al ceppo mongolo e, in base ai documenti storici, sono stati tra i primi a stanziarsi circa 2500 anni fa nella Birmania centrale. I Karen si sono poi insediati nelle zone collinari del paese per sfuggire alla pressione dei più potenti Mon. Anche i Pa’O e i Karenni giungono dalla Mongolia. L’etnia maggioritaria, quella dei birmani, proviene invece dalla regione indo-tibetana ed è probabile che sia l’ultimo gruppo stabilitosi nel paese. Nonostante siano dunque una popolazione di più recente insediamento, i birmani dominano da quasi duecentocinquanta anni, da quando, cioè, nel 1767, le armate del re Hsinbyushin conquistarono gran parte dell’antico Siam (Thailandia). Approfittando delle mai sopite divisioni interne, gli inglesi, nel corso di tre guerre (1824-1826, 1852-53 e 1886), occuparono il paese, integrandolo nell’Impero britannico. Nel corso della prima metà del ventesimo secolo si formarono diversi movimenti nazionalisti anti inglesi, il più importante dei quali fu il “Thakin”, guidato da Aung San, che costituì  il “Burma Independence Army’, alleandosi durante la Seconda Guerra Mondiale con i giapponesi. Il “Bia” – un raggruppamento formato ad nazionalisti e da comuni banditi – si macchiò di numerosi delitti ai danni delle popolazioni Karen e di altri gruppi etnici che, nel 1942, dovettero cercare rifugio in India al seguito delle truppe britanniche in ritirata dalla Birmania. Successivamente, nel 1944, come contropartita per la partecipazione ad azioni di guerriglia ai danni delle forze i giapponesi in rotta, Karen, Karenni e Kachin avevano sperato di potere ottenere, al termine del conflitto, l’indipendenza dai birmani.

Dal canto suo, sempre nel 1944, Aung San, avendo compreso che i nipponici non avrebbe potuto garantirgli l’indipendenza e che le sorti del conflitto volgevano a favore degli alleati, voltò loro le spalle e schierò il “Bia” a fianco degli anglo-americani. Con questa mossa egli si accreditò presso i vincitori come il soggetto più idoneo a guidare il paese verso l’indipendenza. Ciononostante, il nuovo governo nacque a forte componente birmana, un difetto d’origine che, per quanto Aung San avesse cercato di stabilire una piattaforma comune con i rappresentanti delle altre etnie (accordo di Panglong del 1947), segnò profondamente ogni avvenimento futuro. A compromettere ancor più la situazione vi fu l’assassinio di Aung San ad opera di suoi rivali politici. Nel gennaio del 1948 – quando la Birmania divenne indipendente, – venne quindi eletto U Nu. E appena insediato il nuovo leader dovette subito affrontare una rivolta dei gruppi comunisti che si proponevano di rovesciarlo. Tuttavia, U Nu venne salvato dal tempestivo intervento di unità non birmane della disciolta armata coloniale. Nonostante l’aiuto determinante di molte etnie, U Nu si volse contro i suoi ex-alleati. Egli dovette affrontare così anche l’opposizione delle popolazioni rurali e la ribellione del generale Ne Win, che era stato nominato a capo dell’esercito dallo stesso leader. Ne Win conquistò definitivamente il potere nel 1962, instaurando una rigida dittatura militare. Da quel momento nel paese si creò una situazione davvero paradossale: da un lato il generale Ne Win andò sempre più accentuando il controllo militare, aumentando la repressione e introducendo la cosiddetta “via birmana al Socialismo” (cioè il totale controllo dello Stato su ogni cosa), dall’altro si formarono due opposizioni: una comunista, radicata in larghe aree dello stato di Shan, ed una a carattere etnico localizzata sulle colline e lungo i confini dello stato. Durante la dittatura di Ne Win la Birmania restò isolata: situazione che la condusse alla miseria più assoluta. Nei primi anni ’70, Ne Win introdusse la politica dei ‘Quattro Tagli’, che si proponeva di indebolire i gruppi di opposizione perseguitando gli intellettuali e privando la guerriglia di qualsiasi tipo di sostegno. Di fatto, Ne Win avviò una dura politica caratterizzata da deportazioni di massa di civili e dalla creazione di campi di lavoro. Seguì una serie di dure repressioni alle quali l’opposizione rispose con la costituzione, nel 1976, del Fronte Nazionale Democratico, formato da nove gruppi etnici. Tuttavia, il dittatore riuscì a mantenere il potere fino al 1988, quando represse diverse manifestazioni guidate da monaci buddisti e da studenti che ebbero luogo in molte città del paese (le sue truppe eliminarono circa 3.000 oppositori). I democratici birmani si unirono allora agli altri gruppi etnici nell’Alleanza Democratica della Birmania per combattere assieme il regime di Ne Win che, alla fine, fu costretto a cedere il potere ad una giunta militare (SLORC), instauratasi nel settembre del 1988. Lo SLORC attuò misure ancora più repressive, se possibile, di quelle imposte da Ne Win, perseguitando e massacrando migliaia di civili. Ma i militari dovettero fare fronte con la perdurante crisi finanziaria, accresciuta dall’embargo internazionale: situazione che li costrinse ad allentare la presa e a promuovere per l’anno 1990 una serie di riforme “democratiche” e libere elezioni. La giunta dovette fare i conti anche con il carisma di Daw Aung San Suu Kyi, la figlia del generale Aung San, considerato da molte etnie birmane l’eroe dell’indipendenza nazionale. Donna colta e determinata, Daw Aung San Suu Kyi si mise a capo di un nuovo partito d’opposizione chiamato National League for Democracy (NLD), venendo però incarcerata nel 1989. Ciononostante, nel corso delle elezioni del 1990, la NLD ottenne l’82% dei seggi, i suoi alleati il 16% e lo SLORC soltanto il due. La giunta, comunque, non soltanto non volle riconoscere l’esito delle votazioni, ma fece incarcerare: gli eletti e la stessa Aung San Suu Kyi che restò in prigione fino al 1995. La coraggiosa attivista ha così trascorso 11 degli ultimi 17 anni in galera o agli arresti domiciliari. Eliminati i rivali, lo SLORC attuò allora una svolta di marca fortemente nazionalista cambiando addirittura il nome del paese in Myanmar Naing-Ngan (in idioma birmano è l’appellativo dato all’antico regno sviluppatosi nelle pianure centrali) e quello della capitale Rangoon in Yangon, riprendendo nel contempo la politica delle persecuzioni. Il tutto mentre il Partito comunista birmano implodeva a causa della scissione del gruppo militare etnico Wa, ostile al ruolo predominante della leadership cinese. Una scissione di cui cercò approfittare lo SLORC negoziando una tregua con i Wa e con altri gruppi, promettendo loro l’appoggio dell’esercito regolare a supporto del traffico di oppio e eroina (una pratica che quei movimenti utilizzavano da diverso tempo per finanziare le proprie lotte). Questa attività fa, ancora oggi, di Myanmar uno dei massimi produttori a livello mondiale di droga. Come detto, nel 1997, attuando un grossolano tentativo di “maquillage”, la giunta trasformò il proprio nome in State Peace and Development Council  (SPDC), rafforzando in sostanza la precedente politica dei ‘Quattro Tagli’ fatta di lavori forzati, deportazioni, torture, eliminazione di civili sospettati di connivenza con la guerriglia. Oltre a ciò, per guadagnare l’appoggio di un potente alleato, la giunta favorì l’influenza della Cina, oggi maggior partner economico del regime. Tale dipendenza risulta ormai di vitale importanza per i militari di Yangon, tanto che Pechino non si è fatta scrupolo di distruggere una delle foreste più rigogliose e ad alta biodiversità al mondo – quella dello stato del Kachin, al confine con la Cina – pur di finanziare il proprio colossale sviluppo. Infatti, secondo la denuncia fatta nel 2005 da Global Witness, un’organizzazione ambientalista con sede a Londra, “ogni  sette minuti, per 365 giorno all’anno, quindici tonnellate di legname attraversano illegalmente il confine tra il Myanmar e la Cina”. Senza contare la percentuale di legname che regolarmente transita invece lungo la frontiera. Le cause di queste pratiche risalgono a dieci anni fa, quando Pechino si accorse che le sue foreste stavano scomparendo. Bandì pertanto il disboscamento e proclamò diverse aree quali ‘riserve naturali’. Ma la Cina non si fece alcuno scrupolo di trovare altrove la materia prima. Decise così di importarla illegalmente a scapito dell’ambiente birmano. Come denunciato da Susanne Kempel, uno dei redattori del rapporto di Global Witness, “a causa del disboscamento molti contadini sono costretti a lasciare le loro case.” Il motivo? Il selvaggio sfruttamento delle risorse non produce alcun vantaggio per i locali e conduce alla morte della foresta, dalla quale essi traggono il loro sostentamento. Di fatto le aziende di Pechino impiegano solo lavoratori cinesi e le guardie di frontiera impediscono ai birmani di passare il confine per cercare lavoro. In questa situazione le popolazioni migrano di villaggio in villaggio, alla ricerca di una qualche forma di solidarietà..

Quale sia il livello di paranoico isolamento raggiunto dalla giunta militare è testimoniato dalla costruzione di una nuova capitale nella giungla, Pyinmana, dotata di piste aeree, ospedali, hotel a cinque stelle, campi da golf e bunker nel centro montagnoso del paese, a 400 chilometri dalla vecchia Yangon. Secondo quanto riportato il 20 gennaio 2006 dall’organizzazione umanitaria Peace Now “i generali della giunta hanno creato una rete spionistica in grado di controllare ogni forma di dissenso. Nella visiona allucinata dei militari, che vedono complotti ovunque, la stessa Yangon sembrava facilmente espugnabile. Pyinmana sarebbe infatti costruita con una fitta rete di tunnel sotterranei, capaci di nascondere i militari in caso di invasione dal mare. La costruzione della nuova capitale ha pure una valenza strategica nella lotta contro Shan, Kayah, Chin e Karen. La città è infatti vicina agli stati dove risiedono quelle minoranze etniche” E in effetti il bollettino di guerra si annuncia ogni giorno sempre più drammatico. Secondo quanto riferito il 23 febbraio 2007 dal sito del Karen Human Rights Group, la vita nello stato Karen di Dooplaya è di fatto insostenibile a causa delle continue restrizioni e delle persecuzioni attuate dai militari,  che hanno costretto i contadini a sfollare in Tailandia. L’8 marzo 2007 lo SPDC ha sfruttato le lotte interne all’etnia Karen: infatti, operando con una divisione insieme a due battaglioni del Democratic Karen Buddhist Army (DKBA), lo SPDC ha attaccato con mortai il villaggio di Kler Law Kyeh, base di  alcune unità del Karen National Liberation Army (KNLA), l’esercito tribale che si oppone al regime di Yangon.

Una soluzione che veda un cambio di potere e la caduta della giunta militare appare ancora lontana. Anche perché lo SPDC sfrutta i numerosi conflitti interetnici e interreligiosi. Myanmar è infatti un paese dove il razzismo permea la vita quotidiana: i Karen detestano i  Birmani, gli Shan gli Wa, i Wa gli Shan, i Mon i Birmani, i Rakhine i Rohingyas, i Birmani hanno il complesso di superiorità nei confronti di chiunque e non sopportano i cinesi, i cristiani odiano i buddisti e tutti i musulmani.

 

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