Revisionismo illuminato: Viktor Suvorov

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Di Vardui Kalpakcian

Noi e la nostra storia

Viktor Suvorov e la ricostruzione degli eventi della Seconda Guerra Mondiale

Dal 1945 la data del 9 maggio viene ricordata ovunque, poiché è l’anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa – il più colossale conflitto militare mai avvenuto prima di allora nella storia conosciuta. Colossale per il numero delle nazioni coinvolte e per l’estensione dei territori implicati; per l’enormità dei mezzi materiali utilizzati, le devastazioni provocate e la quantità di vite umane distrutte. E, inoltre, per l’importanza dei valori spirituali per cui si è combattuto. L’esito e le conseguenze della Seconda guerra mondiale hanno determinato il destino di più di una generazione.

In molti paesi del mondo esistono da tempo delle istituzioni (scientifiche, accademiche, museali, ecc.) che si occupano della storia della Seconda Guerra Mondiale, documentata e analizzata nel dettaglio, scritta e ormai collocata nella storia globale dell’umanità.

Così è sembrato fino al 1985.

Nel 1985, il 16 maggio, il giornale “Russkaja Mysl” (Il Pensiero Russo, che esce in lingua Russa a Parigi dal 1947), pubblica, con il benestare dell’allora direttrice Irina Ilovajskaia,  il primo articolo di una serie di saggi dedicati ad alcuni fatti della Seconda Guerra Mondiale, firmati “Viktor Suvorov”. I titoli di quegli articoli sono sempre in forma interrogativa, ad esempio “Perché la linea di difesa sul confine dell’URSS fu eliminata alla vigilia della guerra con la Germania nazista?”,  o “Perché Stalin fece creare dieci corpi di paracadutisti d’assalto?”, o “Perché il compagno Stalin non fece fucilare il compagno Kudriavzev?”. E ogni volta la risposta che si deduceva nitidamente in base ai fatti esposti rivelava al lettore, senza lasciare alcun dubbio,  che la vera storia della Seconda guerra mondiale finora non è mai stata scritta. Una breve annotazione redazionale comunicava che «l’autore è un ex ufficiale dei servizi segreti sovietici, passato all’Occidente. Questo articolo è un capitolo del libro in preparazione, dove Viktor Suvorov prova che nel 1941 Stalin si preparava all’assalto dell’Europa e alla guerra offensiva».

L’autore ha rivelato pubblicamente per la prima volta il suo vero nome nel 1992 durante la presentazione dell’edizione polacca del suo libro più importante ( “Il rompighiaccio”) a Varsavia. All’epoca i libri di Viktor Suvorov erano già stati pubblicati non solo in tutte le principali lingue europee, ma anche, per esempio, in giapponese e in coreano. Viktor Suvorov è lo pseudonimo di Vladimir Bogdanovič Rezun.  Nato nel 1947 in una famiglia di militari di carriera, all’età di 11 anni  entra nel collegio militare, per passare poi alle scuole militari superiori, fare il servizio militare attivo mentre continua gli studi, fino ad essere ammesso all’Accademia dei servizi segreti dell’URSS.  Nel 1974 l’agente segreto Vladimir Rezun viene mandato a Ginevra in veste di diplomatico, e da lì – nel 1978 – sparisce, assieme alla moglie e a due bambini. La patria lo condanna alla pena capitale (in contumacia) per alto tradimento. Qualche anno dopo il tribunale sovietico condanna a morte, con la stessa accusa e sempre in contumacia, anche Viktor Suvorov – il misterioso autore dei libri “di carattere diffamatorio” (entrambe le condanne non sono tuttora annullate ufficialmente). Attualmente Vladimir Rezun (Viktor Suvorov) vive nel Regno Unito, dove insegna in un’accademia militare.

 

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Il volume intitolato “Il Rompighiaccio” esce per la prima volta in Gran Bretagna, nel 1986, quindi anche nel 1990 (ma l’intera tiratura di quella edizione fu acquistata da ignoti e sparì senza lasciare traccia). In questo libro fatti storici noti a tutti, comprovati da documenti accessibili a tutti, sono esposti per la prima volta nella loro giusta sequenza e sotto l’ottica di un analista militare professionista, che non solo spiega tutti gli enigmi degli eventi succedutisi dal giugno del 1941, ma, soprattutto, non lascia dubbi circa il fatto che era Stalin a preparare la nuova, seconda guerra mondiale e l’occupazione dell’Europa.  Prima di lui era già stato Karl Marx a scrivere che “le guerre sono le locomotive della storia” e Lenin a dire che il regime comunista, dopo essersi consolidato in un singolo paese, si sarebbe diffuso in tutto il mondo. Stalin passò direttamente ai fatti. Il titolo del libro di Viktor Suvorov riconduce a una frase di Stalin:  “Hitler è il rompighiaccio della Rivoluzione mondiale”.

Per tutti gli abitanti e gli ex-abitanti del territorio dell’ex Unione Sovietica  – e non solo per i veterani di quella guerra, ma anche per i loro discendenti – questa verità si è presentata come una tragedia non facile da superare, e per molti – inaccettabile. Come si fa ad accettare l’evidenza che l’unica motivazione degli enormi sacrifici imposti al popolo sovietico (prebellici, bellici e postbellici) – la liberazione del mondo dalla “peste marrone”, il nazismo – altro non era se non un conglomerato di inganni? La vittoria in quella guerra è stata l’unica giustificazione morale della vita di più generazioni e la base dell’autostima dell’uomo sovietico. Come si fa ad accettare che la vita dei cittadini sovietici dell’epoca staliniana di giustificazione morale non ne ha invece alcuna e che non resta loro niente altro se non pentirsene, come si pentono i tedeschi dei 14 anni del regime hitleriano? Accettare questa verità è stato molto più difficile e doloroso che abbandonare in sé l’ideologia comunista.

Nel 1993 “Il Rompighiaccio” è uscito in lingua russa, in Russia. Nella prefazione l’autore si rivolge ai compatrioti con queste parole: «Perdonatemi… se ho osato scrivere su ciò che di più sacro ha il nostro popolo e cioè la memoria della guerra, che io smaschero perché nulla ha di grande e di patriottico.  ..Questo libro DOVEVA  COMUNQUE ESSERE  SCRITTO … anche se per farlo ho dovuto abbandonare il mio paese… Parlate male di me – ma leggete e cercate di capire. Perdonatemi – e mettiamoci a cercare altri valori».

Della prima edizione di questo libro in lingua russa  sono state vendute più di un milione di copie in pochi mesi. Viktor Suvorov si è conquistato una grande platea di lettori – ma anche attirato l’ira e l’odio degli storici ufficiali sovietici, custodi del mito, che anche l’epoca della “perestroika” ha continuato a coltivare.

E non solo di quelli sovietici. Alla ricostruzione della storia della Seconda Guerra Mondiale presentata da Viktor Suvorov il mondo accademico occidentale ha risposto in un primo momento con il silenzio. «La maggioranza degli studiosi occidentali della guerra e dell’epoca staliniana, – scrive il professor Richard  Raak (Università Statale di California, Hayward, USA) nel “World Affaires” (v.158, N°4, 1996) – ha serbato il silenzio riguardo alle problematiche storiche, messe a punto da Suvorov. Il silenzio dei critici al cospetto delle sue stupefacenti idee è una brutta favola che parla di un volontario voto del silenzio, diventato censura, orripilante ma efficace.  Molti storici in Occidente che hanno scritto per molti anni della guerra in conformità con la versione ufficiale propagandista sovietica, spesso non si sono resi conto del reale significato del proprio operato. Gli archivi dell’Europa dell’Est sono rimasti chiusi per gli studiosi per molti anni. Dopo la loro apertura, molti autori con una quantità impressionante di pubblicazioni alle spalle, non sono stati in grado di usufruire di quelle nuove grandi possibilità.   …Sono rimasti intrappolati dalle proprie pubblicazioni precedenti, sulle quali hanno costruito le loro carriere accademiche… C’era da perdere troppo: dagli onorari per i testi scolastici-bestsellers alla reputazione».

Il rifiuto di accettare la nuova lettura degli eventi della Seconda guerra mondiale non è meno passionale del rifiuto, secoli fa, della ammissione del fatto che la Terra è sferica, e per di più si muove. Fa venire in mente i roghi dell’Inquisizione, perché, quando nascondersi nel silenzio non fu più possibile, le prime riunioni accademiche nazionali ed internazionali (alla quali Viktor Suvorov non è mai stato invitato), hanno dichiarato la sua teoria infondata, inaccettabile ecc.  perché costui: 1)”giustifica Hitler”. Invece V.Suvorov ha detto e scritto in più occasioni, che il fatto che Stalin risulta aggressore non fa di Hitler un vegetariano; 2) “V.Suvorov è “un traditore” perciò non può avere voce in capitolo”. Ricordiamo qui che noi tutti siamo immensamente fortunati perché una volta un traditore sovietico è stato ascoltato – e questo salvò il mondo da un disastro nucleare di dimensioni inimmaginabili. Si tratta del “Caso Penkovskij”, Oleg Penkovskij, e si era in epoca krusčeviana. La patria ha eseguito la condanna a morte – ma il mondo si è salvato; 3) “Viktor Suvorov  non è uno storico di professione”. Invece, Viktor Suvorov è molto di più di uno storico – è un analista militare, di massimo livello, per di più – insegnante della materia. Proprio le lezioni di strategia all’Accademia militare dell’URSS gli hanno aperto gli occhi e fatto capire i motivi degli enigmi principali della storia ufficiale della “Grande Guerra Patriottica”. Durante una lezione di storia raccontarono che nel maggio-giugno del 1941 lo Stato Maggiore sovietico fece approntare aeroporti, munizioni, truppe ecc., esattamente sul confine con la Germania. Alla lezione successiva – di strategia militare – l’insegnante spiegò che quando ci si prepara a un assalto oltre i propri confini, gli aeroporti, le munizioni, le truppe ecc. vanno dislocati il più vicino possibile ai limiti del proprio territorio.

Viktor Suvorov ha presentato risposte dettagliate e documentate a tutte le critiche e a tutte le obiezioni opposte alla sua teoria – e nessuno di suoi antagonisti ha mai saputo finora rispondere ai suoi postulati: l’ultima parola resta sempre quella di Viktor Suvorov.  E nessuno di loro è mai riuscito finora a presentare una teoria contrapposta di pari serietà. E’ chiaro ormai che il vecchio modo di trattare i fatti non è più credibile – ma nessuno dei molti, moltissimi, critici del ragionamento di Viktor Suvorov ha ancora proposto una valida versione nuova, opponibile alla sua.

Nemmeno parzialmente: solo Suvorov è riuscito finora ad elaborare una convincente spiegazione degli enigmi e delle contraddizioni della storia ufficiale della Seconda Guerra Mondiale, come, per esempio, la inspiegabile credulità di Stalin nei confronti di Hitler, o il fatto che Stalin “non era pronto alla guerra”, ma riuscì a finirla a Berlino. La spiegazione, proposta dai critici di Suvorov, che la vittoria fu determinata dall’aiuto dei paesi alleati non è valida: chi, allora è stato più preparato a fare la guerra – colui che si è scelto degli alleati giusti o colui che ne ha avuto inutili e deboli?  Un’altra tesi, molto popolare, quella che “Hitler credeva di conquistare l’Unione Sovietica in pochi mesi con la Blitzkrieg (guerra lampo), perciò non ha provveduto ai bisogni invernali della sua armata”, suona come una barzelletta. Hitler , anche se pensava di conquistare la capitale sovietica prima dell’autunno, non poteva pensare di andarsene via dai territori occupati: si doveva provvedere, come minimo, all’abbigliamento invernale per le guardie e le sentinelle.

Nella sua postfazione a “Il Rompighiaccio” Vladimir Bukovskij chiama questo libro un “monumento alla cecità umana”.

Dal 1945 fino alla fine dell’Unione Sovietica l’Istituto della Storia Militare dell’URSS non è riuscito a completare la pubblicazione della storia della “Grande Guerra Patriottica” – né quella progettata in 6 volumi all’epoca di Krusčev, né quella iniziata successivamente durante l’epoca di Brežnev, in 12 volumi: dopo i primi 2-3 volumi, il progetto si è sempre arenato perché non si riusciva mai a stendere una sequenza logica degli eventi.  Il popolo sovietico non si è posto mai alcun interrogativo, gli è bastato sapere che quella guerra “l’abbiamo vinta noi”: tutto ciò che era ufficiale era obbligatorio e non implicava la comprensione, non essendo altro che un conglomerato di frasi rituali.

 

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A partire dalla fine degli anni Ottanta sono usciti anche altri libri di Viktor Suvorov, tradotti in decine di lingue, sia europee che orientali. Sono gli studi analitici come “Il giorno М” e “L’Ultima repubblica” (le continuazioni de “Il Rompighiaccio”),  “La purificazione” (sulle purghe nell’Armata Rossa negli anni 1930), “Il suicidio” (sulla Germania alla vigilia dell’invasione dell’URSS), e altri, compresi due volumi basati su materiale autobiografico (“I racconti del liberatore”, sull’esercito sovietico e “L’Acquario”, sui servizi segreti sovietici). Viktor Suvorov ha scritto anche due romanzi storici (“Il Controllo” e “La Scelta”), con dei personaggi di fantasia ma ispirati a figure storiche  dell’epoca staliniana, dove Suvorov lascia piena libertà al proprio intuito di storico: i particolari “calcolati” dall’analista non sono fatti confermati – ma possono dare utili suggerimenti.

Parallelamente cominciano a uscire, sempre più numerose, alcune pubblicazioni analitiche, firmate sia da studiosi russi che internazionali, che non solo confermano le conclusioni di Viktor Suvorov, ma le sviluppano e le approfondiscono. Basti nominare il libro “Il meccanismo del potere e la costruzione del socialismo staliniano” di I. Pavlova e “L’Armata Rossa nel giugno del 1941” di Feskov, Chmykhalo e  Kalanikov (entrambi in russo, diversi edizioni). Continua la pubblicazione delle raccolte di saggi di studiosi internazionali (fino al 2009 ne sono usciti 6, con 70 articoli) a cura di Dmitrij Khmelnizkij. Dal 2006 escono in lingua russa antologie periodiche di saggi di storici internazionali “La verità di Viktor Suvorov. La ricostruzione della storia della seconda guerra mondiale” (sempre  a cura di D.Khmelnizkij ). Segnaliamo anche una delle ultime antologie di saggi sull’argomento: «Angriff auf Europa» /Invasione dell’Europa/, Verlag Pour le Merite, Germany 2009.

Viktor Suvorov riceve, nel corso di vent’anni ormai, una quantità enorme di lettere dai suoi lettori. Scrivono da tutto il mondo – non solo i veterani della Seconda guerra mondiale, ma anche i loro discendenti. I fatti che raccontano rappresentano in complesso una preziosa testimonianza che merita di essere resa pubblica – e speriamo che Viktor Suvorov riuscirà in questo intento.

Tra il 1994 e il 1995 è stato girato in Russia un film per la televisione (di Vladimir Sinelnikov), in 18 puntate, intitolato “L’ultimo mito” e dedicato a Viktor Suvorov: vi sono incluse interviste a lui e a storici militari sovietici, a politici e a veterani – con abbondanza di filmati d’archivio che illustrano senza equivoci che l’URSS da sempre ha vissuto nei preparativi alla guerra – a una guerra d’assalto. Il film, la cui proiezione alla fine è stata vietata in Russia,  ha conquistato una grande platea, e da quindici anni viene distribuito in tutto il mondo.

 

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«La tesi di Viktor Suvorov  “Stalin stava preparando la Seconda guerra mondiale e l’assalto all’Europa” ha chiarito in un lampo il quadro storico, -scrive Dmitrij Khmelnizkij. – Questa tesi ha reso unito il quadro a mosaico dell’epoca, la vita dello stato staliniano in tutti i suoi aspetti compreso quello culturale. Questa versione della storia della Seconda Guerra Mondiale, e più ancora – del suo prologo, ha cambiato per sempre le nostre idee sul passato, perché spiega, senza alcuna contraddizione, praticamente tutto: non solo la catastrofe militare del giugno del 1941 (lo sterminio del primo scaglione d’assalto dell’Armata Rossa), ma anche le politiche della “collettivizzazione” e dell’”industrializzazione”, con tutte le loro atrocità  e milioni di vittime, le repressioni, le riforme culturali, la politica interna e quella estera dell’URSS».

Viktor Suvorov ha palesato quello che poteva essere capito da tempo, che è la sola spiegazione logica possibile degli eventi, che finora non è stata mai cercata: il regime totalitario “sovietico” non poteva sopravvivere se destinato alla coesistenza con altri paesi (ricordiamo il proverbio proibito nell’URSS «Per il comunismo si vota con le gambe»). Mirare alla “totale rivoluzione mondiale” era per il regime non tanto lo scopo, quanto l’unica possibile politica per la sopravvivenza.  I comunisti, preso il potere, non hanno MAI vissuto senza una guerra: contro il proprio popolo e contro tutti i paesi, vicini e no (ricordiamo le invasioni degli anni 1918-1920: Germania, Polonia, Ungheria e Finlandia, nord di Persia e nord di Afganistan, Azerbajdjan, nel 1925 – assassinio del re Boris di Bulgaria, negli anni 1920 – 1930 – Cina, Mongolia e Manciuria, nel 1939 – battaglia di Khalkhin-Gol contro il Giappone,  1940-1941 – Iran, repubbliche Baltiche).

Meglio di Lenin, di Trozkij e altri, lo comprese e mise a fuoco Stalin, che volle concentrare nelle proprie mani tutto il potere scatenando il terrore in tutti i livelli della società. Questo rese possibile il sistema del lavoro schiavista (il GULAG) e la militarizzazione totale dell’industria, anche alle spese della produzione del cibo. Tre, quattro o più generazioni di sovietici sono state destinate, condannate, a sacrificare le proprie vite per la “rivoluzione mondiale”.

E siccome i comunisti dei paesi europei non avrebbero mai potuto arrivare al potere per la via legale delle elezioni democratiche, non restava che conquistare l’Europa con la guerra. Ma non direttamente: si programmava di arrivare in veste di liberatori dal tiranno, il quale doveva prima essere allevato, armato ed istruito a dovere. Questo tiranno, “il rompighiaccio della rivoluzione mondiale”, non si poteva cercare, dopo la Prima guerra mondiale, che in Germania. Colpito poi alle spalle, questo sarebbe uscito di scena, e i popoli dell’ ”Europa liberata” non solo non avrebbero opposto resistenza,  ma avrebbero attivamente partecipato al proprio auto-soggiogamento.

Stalin provvide a eliminare l’istituzione dell’“Internazionale Comunista” e diede il via alla preparazione clandestina dei futuri “governi popolari”, organizzando contemporaneamente la produzione sul territorio dell’URSS degli armamenti per la Germania e le scuole per i piloti, carristi ecc. tedeschi (ne scrivono Ju.Djakov e T.Bushueva nel loro libro “La spada nazista è stata forgiata nell’URSS: Armata Rossa e Reichswehr. La collaborazione segreta. 1922-1933. Documenti inediti”, in lingua russa. Mosca, 1992).

Il popolo sovietico, ridotto alla schiavitù e alla fame (fino al cannibalismo), nel regime del terrore, produsse armamenti di ogni genere, in quantità che superavano l’insieme degli armamenti di tutti i paesi europei. Viktor Suvorov  dimostra l’altissimo livello tecnologico dei carri armati (tra cui i carri volanti e i carri natanti), degli aerei, delle navi, dei cannoni e degli altri armamenti costruiti nell’URSS negli anni 1930. Per il 1940 nell’URSS era già pronto anche un ”esercito” di donne-lavoratrici, capaci di guidare i trattori, di lavorare nelle fabbriche e nelle miniere. E per il 1941 l’URSS si assicurò anche il confine comune con il Terzo Reich, occupando territori abitati da una popolazione di 23 milioni di persone.

Basandosi sulle memorie dei veterani di guerra pubblicate in Unione Sovietica Viktor Suvorov porta dati dimostrativi convincenti a mettere a fuoco le dimensioni dell’enorme esercito (comprese 10 divisioni di truppe da sbarco e paracadutisti)  che fin dal 1940 era stato messo – segretamente – in movimento, con tanto di mezzi di trasporto, e indirizzato verso il confine occidentale dell’URSS.  Suvorov afferma che il 13 giugno del 1941 fu tolto il filo spinato dagli sbarramenti sui confini occidentali, e che le guardie di frontiera sovietiche abbandonarono le loro postazioni. Al momento dell’invasione tedesca, al confine occidentale dell’URSS furono abbandonati sui binari dei convogli contenenti le carte topografiche delle più svariate regioni d’Europa (4 milioni di casse) con i frasari russo-tedesco, russo-francese, russo-rumeno, russo-ungherese ecc. Nelle memorie di guerra dei comandanti militari sovietici si testimonia più volte che uno dei motivi della disastrosa sconfitta e dell’impossibilità della ritirata fu, nel giugno del 1941, non la mancanza – ma l’assenza delle carte topografiche del territorio sovietico.

Alcuni di questi fatti potrebbero, volendo, essere considerati “i mezzi e le azioni preventive”, “difensive”. Però mentre l’enorme massa del Primo squadrone d’assalto dell’Armata Rossa si avvicinava al confine occidentale dell’URSS, dietro gli Urali si stava preparando alla partenza il Secondo squadrone.  «Ho indicato chiaramente ai miei futuri critici, – scrive Viktor Suvorov, – qual è la domanda principale, e ho pregato di non evitarla, ma di rispondermi chiaramente: “A cosa serve il Secondo squadrone, se la guerra era una guerra difensiva?” Al giorno d’oggi sono stati pubblicati 32 libri, centinaia di articoli e 47 dissertazioni di miei avversari, senza parlare di trasmissioni radio e televisive. E nemmeno uno di loro ha risposto alla domanda che avevo posto loro».

Gli archivi contenenti i documenti riguardanti la Seconda Guerra Mondiale sono chiusi nella Russia odierna come ai tempi dell’URSS. In quanto ex allievo dell’Accademia Viktor Suvorov ha potuto vedere alcuni materiali non accessibili al pubblico (comprese certe memorie segrete dei comandanti sovietici), ma ha scelto di basare le sue conclusioni solo sulle pubblicazioni sovietiche, largamente diffuse e raccomandate per le scuole:  «I Marescialli-Capo dell’esercito sovietico sono stati 40, e 32 di loro hanno pubblicato delle memorie. Io ne cito 32, mentre le memorie dei generali sovietici  sono state 400».

 

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«La storia è una scienza molto semplice, – dice lo storico russo-americano Jurij Felshtinskij, – in essa tutto coincide, come nelle parole crociate». Dopo le pubblicazioni di Viktor Suvorov, un qualsiasi documento o testimonianza, riguardanti il periodo in questione, diventa una prova a suo favore.

Per dare un esempio, riportiamo alcuni episodi dall’autobiografia del grande filologo russo Jurij Lotman.  Nel 1940, all’età di 18 anni, studente di primo anno all’Università di Leningrado, fu richiamato sotto le armi. Fu mandato in Georgia, dove si addestravano gli artiglieri  per  i combattimenti in montagna. Se l’Unione Sovietica si preparava a difendersi dall’invasione nazista – come poteva essere utilizzato, in Russia e nelle steppe di Ucraina, l’artiglieria da montagna?  Ma non è tutto: nella PRIMAVERA del 1941 la divisione di Lotman viene mandata verso il confine OCCIDENTALE, in Ucraina. Durante una sosta in una stazioncina ferroviaria, i soldati sentono alla radio un notiziario nel quale viene denunciata «la calunnia della stampa capitalista inglese che racconta che nell’Unione Sovietica avviene lo spostamento in massa dell’esercito in direzione dei confini occidentali». Il 19 giugno (TRE GIORNI PRIMA dell’invasione tedesca) il reggimento di Lotman fu svegliato, con l’allarme da combattimento, e con SPOSTAMENTI NOTTURNI, in GRAN SEGRETEZZA («fucilazione immediata per l’eventuale violazione del divieto di fumare al buio») trasportato nella zona di Moghilev-Podolsk, al confine “vecchio”, cioè del 1939. Da allora, «il viaggio divenne sempre più veloce, ci muovevamo di giorno e di notte».

Viktor Suvorov pone anche un’altra questione: chi, dunque, ha vinto la Seconda Guerra mondiale? Secondo lui, Stalin l’aveva persa: ha ricevuto sotto il proprio dominio “solo” una parte d’Europa, il che ha reso impossibile l’assalto al resto del mondo “non sovietico”. Il mondo democratico sopravisse, e questo è stato la causa della fine inevitabile dell’Unione Sovietica.

 

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In Italia dei libri di Viktor Suvorov si è parlato per la prima volta, a quanto mi risulta, nel 1997:  l’autrice di queste righe ha tenuto, su iniziativa propria, al circolo letterario di Padova “Casa di Cristallo” una conferenza dal titolo “Chi ha vinto la Seconda guerra mondiale? Viktor Suvorov e la nuova versione della storia del 1939-1945”. Stranamente, nell’annuncio della conferenza sul giornale locale “Il Gazzettino” questo titolo perse la sua seconda parte.

Successivamente, ormai nel 2000, è uscito in italiano un primo testo: il grande volume edito da “Spirali” intitolato “Stalin, Hitler e la rivoluzione bolscevica mondiale”. Su “Il Giornale” uscì per l’occasione (il 6 novembre del 2000, a p. 22) un’intervista con l’autore a cura di Massimo Carrara.

Il giorno dopo, sul “Corriere della sera” del 7 novembre 2000 (a p.41) appare una pubblicazione – a mio parere, molto significativa.  La rubrica “La stanza di Montanelli” è occupata dalla «risposta» del maitre del giornalismo a un «lettore perplesso», che ha letto il libro di Suvorov  e ha deciso di rivolgersi a Montanelli in cerca di delucidazioni. Montanelli parte con l’ammissione che non è riuscito a finire la lettura di questo libro, ma quello che dice dopo fa capire che non l’ha letto affatto. Scrive Montanelli: «L’/autore/ laureato in non so cosa a Mosca… si presenta come un rappresentante di quella ristretta “Nomenklatura” che aveva in custodia i più riposti segreti del regime» – mentre nel libro, fin dal primissimo inizio, si dichiara (in grassetto nell’originale) che: «La mia fonte sono le pubblicazioni sovietiche di larga diffusione. …I miei testimoni più importanti sono Marx, Engels, Lenin, Trozkij, Stalin, tutti i Marescialli-Capo sovietici del periodo bellico e molti generali, le cui memorie sono state ufficialmente pubblicate ancora nei tempi di Kruščev e di Brežnev. I comunisti  ammettono da soli di aver scatenato la guerra in Europa  per mezzo di Hitler e che si stavano preparando a colpire Hitler stesso per poi occupare l’Europa da lui distrutta.  Il valore delle mie fonti sta nel fatto che i criminali stessi confessano i propri crimini».

Montanelli rifiuta categoricamente di conoscere i fatti perché «dire che Stalin ha visto in lui /Hitler/ lo strumento con cui scardinare l’Occidente è un passo che va oltre le mie gambe, cioè del comune buon senso». “Il comune buon senso” di Montanelli del 2000 qui non è che la politica dello struzzo: invece di affrontare il collega-storico con le proprie argomentazioni, che provino il contrario, il nostro maitre crede che sia sufficiente ricordare ai lettori che la Terra è piatta e si posa su tre balene.  Dalla cima del proprio, alias comune, buon senso Montanelli fa una conclusione abbastanza imprudente per l’autore della “Storia d’Italia” in più volumi (la punteggiatura è dell’originale):  «Va bene: i libri si sa, si scrivono per venderli: e per vendere quelli di Storia, bisogna raccontarla in modo diverso dagli altri. Ma c’è chi ne abusa».

E’ un grande peccato che la vitalità del mito staliniano, allora già cinquantenario, della “Grande guerra patriottica del popolo sovietico”,  ci ha lasciato senza il parere di Montanelli – testimone di tanti eventi-chiave della storia recente, come, per esempio, la rivolta ungherese del 1956.

 

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Cristoforo Colombo, si sa, non è stato il primo uomo bianco ad arrivare in America. Però i primi viaggiatori non sono capitati, con i loro racconti, nei tempi e nei luoghi giusti.  Anche ai fatti storici capita di attendere la propria ora, e lo stato adeguato della coscienza pubblica.

Alla vigilia del 65° anniversario dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, che sarà festeggiato e ricordato in vario modo in tanti paesi ovunque, non è ancora nemmeno possibile ipotizzare che da qualche parte la questione della rivalutazione degli eventi della storia recente possa essere esaminata a un livello istituzionale. E questo non per il timore di globali riconsiderazioni giuridiche (i piani di Stalin, dal punto di vista del diritto, tali sono rimasti, e il primo ad avviare le azioni belliche fu Hitler, e fu lui ad invadere l’URSS e non vice versa). Ma adesso, dopo la scoperta delle vere intenzioni di Stalin, bisogna dare il giusto significato a certi fatti storici, tra cui quello che l’Armata Rossa entrò in Polonia 16 giorni dopo l’esercito nazista, il 17 settembre del 1939, perché i patti prevedevano l’invasione congiunta, o quello che il 22 giugno del 1941 l’Unione Sovietica era già aggressore di Polonia, Paesi Baltici, Finlandia, Bessarabia. Sarebbe giusto di ricordare pubblicamente anche il testo dell’Allegato Segreto al patto Ribbentrop-Molotov e il testo del Memorandum consegnato dal ministro Joachim von Ribbentrop all’ambasciatore sovietico a Berlino, Vladimir Dekanozov, assieme alla dichiarazione di guerra, alle 4 del mattino del 22 giugno del 1941, dove erano elencati tutti i motivi dell’invasione dell’URSS. Questo Memorandum fu scoperto dallo storico Jurij Felshtinskij e da lui pubblicato ancora nel 1983. E, infine, di analizzare attentamente la regia e la lista degli imputati al processo di Norimberga.

Le prime pubblicazioni di Viktor Suvorov sono apparse 25 anni fa, ma la battaglia resta tuttora molto accesa.  «Gli storici indipendenti dal potere sovietico – A.Avtorkhanov, B.Bažanov, R. Conquest, А.Solženizyn – hanno chiarito molti aspetti della storia sovietica, – scrive Dmitrij Khmelnizkij, – ma alla domanda sullo scopo principale di Stalin, del perché del suo regime assolutamente disumano e del massacro di milioni di vite umane ha risposto per primo Viktor Suvorov, e soltanto lui. A dire il vero, è stato proprio lui a porla, per la prima volta nella nostra storia». E Viktor Suvorov non è rimasto un solitario che si sarebbe contrapposto a tutto il mondo scientifico. Ha saputo essere molto convincente nel dimostrare la vastità degli obiettivi e delle azioni di Stalin nell’organizzazione della guerra totale, e a proporre i nuovi punti di vista e una nuova scala per la valutazione di eventi ben noti a tutti, applicando le sue conoscenze di analista militare. Conoscenze molto vaste e profonde.

Winston Churchill ha chiamato il regime nazista «una tirannia mostruosa, mai superata nell’oscuro, vergognoso catalogo dei crimini umani». La scrittrice russa Lilianna Lunghina testimonia sul regime sovietico: «Uno degli aspetti più catastrofici del nostro regime era  la deformazione della personalità di tutti e di ciascuno. La vita fu talmente piena di tranelli, il pericolo di perire fu sempre talmente presente che nell’anima si coltivavano solo i lati peggiori. E sopravvivevano solo i peggiori. Per rimanere un essere umano bisognava essere un eroe, 24 ore su 24».

Le conseguenze del regime totalitario sono molto longeve e resistenti – ed i loro effetti non sono meno devastanti per la psiche, personale e collettiva, che quelli dell’inquinamento atomico per il mondo fisico. Viktor Suvorov ha posto la prima pietra nella costruzione della vera storia del nostro passato, senza la quale non è più possibile affrontare il futuro.

 

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