Riqualificare il valore e il senso del cinema – di Dionisio di Francescantonio

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di Dionisio di Francescantonio

Cos’è che ci fa dire, dopo la visione di un film, che valeva la pena d’esser visto o che, invece, abbiamo solo sprecato due ore di tempo? Rispondere a questa domanda aiuta a svolgere quel compito di educazione al gusto per la qualità e l’utilità del prodotto cinematografico (e quindi, da parte del pubblico che ne fruisce, a pretendere quella qualità e quell’utilità) che dovrebbe essere uno degli impegni di chi ha a cuore le sorti della cultura nel nostro paese. Se uso il verbo “riqualificare” il valore e il senso vuol dire che do per scontato che il cinema, come quasi tutte le forme d’espressione artistica, accusi oggi un calo di qualità (soprattutto, va da sé, in Italia, ma non solo in Italia) su quel terreno, almeno, che ci interessa: cioè sulla realizzazione del prodotto cinematografico che chiamiamo opera d’arte (diversamente da quello che si suole definire d’intrattenimento o meglio di consumo).
Provo a chiarire cosa voglio dire perché oggi c’è una grande confusione su questo terreno, e lo faccio usando un’esperienza personale. Io, piuttosto precocemente, sapevo che cos’era l’arte perché avevo scoperto molto presto di saper disegnare e dipingere e quando (diciamo allo scoccare dei miei dieci anni)  mi chiedevano: “Cosa farai da grande?”, rispondevo invariabilmente e ultraconvinto: “Il pittore”, vale a dire uno di quei mestieri destinati per definizione a produrre arte, cioè quell’oggetto magico che ci incanta e ci fa sorridere o indignare o commuovere, come dire battere il cuore un po’ più forte del solito. Però, fino a tredici anni, di cinema avevo frequentato solo i generi popolari, ossia western, cappa e spada, polizieschi, sandaloni etc. (quella roba che definiamo di consumo, insomma) e non avevo messo in conto, se non molto vagamente, che quello che rappresentava il passatempo della domenica pomeriggio (mio come d’altri coetanei e anche di tanti adulti assieme ai quali mi infilavo in un salone buio dove si compiva, su un telone bianco, lo straordinario effetto d’una visione altra della vita, molto più fantastica e avventurosa della nostra), che quel passatempo, insomma, potesse produrre poesia, cioè la sensazione d’essere in presenza del sublime e del pathos che ti comunica l’opera d’arte. Poi, a quattordici anni, vidi Il settimo sigillo di Ingmar Bergman e, di colpo, capii che il cinema poteva essere un efficacissimo mezzo di produzione di quella magia che chiamiamo arte.Ho fatto un nome importante proprio perché voglio arrivare immediatamente al dunque. settimo sigilloIl settimo sigillo è un’opera difficile, specie per un ragazzino di quattrodici anni, un film che costringe l’uomo a interrogarsi (nientemeno) sul senso della sua presenza nel mondo, e tale interrogativo investe la questione della fede in una vita ultraterrena e quella del valore della vita dell’ uomo rispetto ai suoi simili. Il cavaliere – il protagonista del film –  torna da una crociata che lo ha profondamente deluso e dice di sé: “Il mio cuore è vuoto come uno specchio che sono costretto a fissare. Mi ci vedo riflesso e provo soltanto disgusto e timore. Per la mia indifferenza verso i miei simili mi sono isolato dalla loro compagnia e non riconosco più né loro né me stesso”. E aggiunge: “Io voglio la conoscenza, non la fede, non supposizioni. Voglio che Dio tenda la sua mano verso di me, che si riveli e mi parli”. Ma, dopo aver attraversato e osservato nel suo itinerario i segni dei drammi e delle tragedie degli uomini (la guerra, la pestilenza, la collera, l’adulterio, la superstizione che induce a mettere al rogo una strega presunta), si riscatta sottraendo alla morte la famigliola felice del saltimbanco che ha il dono della visione (salva cioè gli artefici di quella magia suprema che rappresenta il teatro, primo linguaggio della creazione artistica e antesignano del cinema) e in tale buona azione riconosce il volto del prossimo e nel prossimo il suo stesso volto. Può quindi accettare serenamente la morte, che ha tenuto a freno sfidandola a giocare a scacchi con lui, poiché ha trovato nell’atto d’amore compiuto verso alcuni suoi simili un riflesso di quel Dio dal quale chiedeva invano un segno di riconoscimento.
Questo, più o meno, il succo che in filigrana si coglie dal film. Ma, più che dal suo significato, è attraverso la grande emozione visiva che l’opera di Bergman trasmette, dalla potenza drammatica delle sue sequenze e dalle suggestioni evocative delle sue immagini che essa riceve il sigillo dell’arte. Bergman rivela in questo film di essere un vero e proprio stregone del linguaggio cinematografico, giocando con la luce in modo da produrre uno smagliante contrasto di bianchi e neri (a cominciare dalla scacchiera su cui il cavaliere si gioca con la morte la possibilità di ottenere qualche ora di vita in più)  e riuscendo a coniugare il gioco intellettuale dell’allegoria, dei richiami simbolici ai segni dell’Apocalisse e del dubbio esistenziale con una raffinata poesia delle immagini destinate a illustrare i sigilli apocalittici: la peste, la violenza, la carestia, la fame, il potere.
Ecco, mi pare di poter dire che, con questo esempio, ho fornito un’idea, grosso modo, di quello che distingue il film d’arte dal film di consumo, cioè della differenza che passa tra il film che vale la pena d’esser visto e quello alla fine del quale, se siamo palati fini, se siamo educati al bello ed esigiamo di nutrirci di esso, ci lascia l’impressione d’aver buttato via due ore.

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