Risorgimento: Qualcosa da buttare

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Di Luciano Garibaldi

Un gesto provocatorio, ma di alto significato politico, compiuto di recente dal premier Silvio Berlusconi, è caduto nel vuoto, nel senso che nessuno lo ha raccolto. Mi riferisco a quando, presentatosi alla festa dei giovani del Popolo della Libertà, ha sventolato il libro di Angela Pelicciari «Risorgimento da riscrivere», edito dalla ARES, invitandoli a leggerlo. Vabbé che c’è tanta ignoranza in giro, e vabbé che la casa editrice ARES (che, tra parentesi, pubblica quasi tutti i miei libri) è tenuta ai margini dalla «grande critica letteraria» per evidenti ragioni di comodo: perché non è politicizzata, perché non è di sinistra, perché non mangia nella greppia dei furboni, perché è cattolica. Per chi quel libro non lo ha letto, dirò, in due parole, che è un atto d’accusa superdocumentato contro le violenze, le illegalità, diciamo pure i crimini compiuti negli anni in cui si fece l’unità d’Italia. Viloenze contro la Chiesa, ma anche violenze contro quella parte della penisola, cioè quella centro-meridionale, che di Enrico Cialdinisottomettersi al Piemonte non aveva la benché minima intenzione. Poiché è sempre meglio venire ai fatti e lasciare da parte le chiacchiere, vorrei qui riferire una notizia che nessun giornale ha pubblicato. Il Comune di Castelvetro di Modena ha sospeso una tavola rotonda che avrebbe dovuto svolgersi per commemorare la figura del generale Cialdini in occasione del 150° anniversario della fine del Ducato di Modena e dell’inizio dell’Unità d’Italia con i plebisciti. Questo in seguito alle proteste avanzate da varie associazioni storico-culturali del Meridione che rivolgono a Cialdini l’accusa di aver commesso crimini di guerra. Sicuramente l’evento rappresenta una piccola anticipazione di quanto potrà accadere tra poco più di un anno, quando avranno inizio le celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Prevedo polemiche e, forse per il nome che porto, ritengo di essere autorizzato a fare previsioni in materia. Ma veniamo a Enrico Cialdini, che proprio a Castelvetro, l’elegante ed antico paese in provincia di Modena dove volevano commemorarlo, era nato l’8 agosto 1811, in una famiglia di buon livello sociale, facente parte della comunità dei marchesi Rangoni, strettamente legati al Duca di Modena. Per niente diverso da centinaia di suoi simili che, in tutte le epoche, nati rivoluzionari, passeranno dalla parte opposta diventando protagonisti e corifei dell’ordine e della legalità (uno per tutti: Mussolini che, nel 1911, con il suo compagno Nenni, faceva deragliare i treni carichi di soldati diretti ad Ancona per imbarcarsi ed andare a combattere in Libia), anche Cialdini, da giovane, ce l’aveva con i padroni, con i latifondisti, con i ricchi, con i Signori. Studente di Medicina, fu infatti coinvolto, nel 1831, nella rivolta dei Ducati di Romagna, in contemporanea con i suoi coetanei della Giovine Italia di Mazzini che, a Genova, mettevano le bombe nei commissariati di polizia. Sottrattosi all’arresto, trovò asilo politico in Francia (non certo una cosa insolita: quanti lottacontinuisti e brigatisti rossi, negli Anni Settanta del Novecento, faranno la stessa cosa?), poi in Spagna, dove combatté contro i Carlisti guadagnandosi il grado di colonnello sul campo. Rientrato in Italia nel ’48, trova le porte aperte nell’esercito piemontese, si arruola in via definitiva, parte per la guerra di Crimea, dove raggiunge il grado di generale. Ormai è un militare tutto d’un pezzo. Ha sacrificato le idee libertarie di gioventù a favore di un Re decisamente più attivo ed espansionista dell’ormai declinante Duca di Modena. Prende parte alla seconda Guerra d’Indipendenza del 1859 distinguendosi nel corso della battaglia di Palestro e, nel 1860 – Garibaldi ormai sbarcato a Marsala con i Mille – riceve l’ordine di congiungersi con essi attraversando lo stivale. Giunto ai confini dello Stato della Chiesa, non chiede certo il permesso al Papa, ma vi penetra alla testa di ottomila bersaglieri, baionette in canna, sconfiggendo l’esercito pontificio a Castelfidardo. A Napoli arriva il 12 ottobre 1860. Accoglienza trionfale, marcia dei bersaglieri, tutti sull’attenti di fronte all’eroe dei Due Mondi. Poi torna sui suoi passi per chiudere la partita con Gaeta, che, durante l’avanzata, non era riuscito ad occupare perché vi si era rifugiato il Re Francesco II («Franceschiello») con la consorte, la Regina Sofia e i fedelissimi. La città è assediata ma resiste. Crollerà solo nel febbraio 1861, dopo essere stata praticamente distrutta da 160 mila bombe, ed avere contato oltre 500 morti. Da quel momento, addio alla sua tradizione cantieristica, marinara e produttiva (prima della guerra poteva contare su 300 navi, cantieri navali con più di duemila addetti, 300 frantoi). Dopo la resa della guarnigione borbonica, la resa dei conti. I filoborbonici furono fucilati a migliaia. Ancora nel 1960, squadre di operai incaricati di costruire una scuola pubblica in via Napoli, scoprirono una fossa profonda 12 metri e con 20 metri di diametro, piena di scheletri: almeno duemila. I medici dissero che erano soldati borbonici caduti circa un secolo prima: in combattimento o fucilati? Il primo agosto 1861, Enrico Cialdini fu nominato Luogotenente dell’ex Regno delle Due Sicilie con pieni poteri per stroncare ogni atto di ribellione armata. Giustizia sommaria per i "briganti"Iniziava la lotta al «brigantaggio», descritta con dovizia di particolari nel libro di Angela Pellicciari. Mi limiterò dunque a sintetizzare il primo episodio della saga. 3 agosto 1861: partigiani borbonici distruggono i fili del telegrafo sulle Mainarde. In contemporanea, esplode una rivolta contadina a Pontelandolfo e a Casalduni, dove alcuni soldati piemontesi vengono uccisi e, per un gesto di inutile, stupida e feroce crudeltà, decapitati. Cialdini ordina al maggiore Melegari, comandante del 18° Battaglione, e al generale De Sonnaz, di radere al suolo i due paesi e massacrarne gli abitanti. Gli ordini vengono eseguiti. A Casalduni, avvertiti per tempo, il grosso degli abitanti fugge nelle montagne. A Pontelandolfo, i morti sono più di 500. Non è che l’inizio. Cialdini dispone, al momento, di 50 mila uomini che, soltanto l’anno seguente, il 1862, saliranno a 150 mila. Continuerà la sua opera fino al 1867, affiancato da Alfonso La Marmora. Nel suo libro «Erinnerungen» («Ricordi»), mai tradotto in Italiano, Ludwig Zimmermann, volontario borbonico, scriverà che, nei soli primi nove mesi del 1861, in tutto l’ex Regno delle Due Sicilie, furono uccisi 19.540 «briganti» e loro fiancheggiatori, dei quali 10.572 in combattimento, 1841 fucilati sul luogo dell’arresto e 7127 poche ore dopo la cattura. Queste cose i nostri studenti delle scuole medie le studiano? O no? E se no, perché no? Qualcuno vuole rispondere?

Luciano Garibaldi, giornalista e storico, nato a Roma, inviato speciale, poi caporedattore e vicedirettore di quotidiani (tra cui «La Notte») e settimanali (tra cui «Tempo» e «Gente»), si è dedicato alla ricostruzione di eventi storici, con particolare riguardo alla Seconda guerra mondiale, al Fascismo e alla Resistenza. Ha scritto una trentina di libri tra cui «Un secolo di guerre» (White Star), tradotto in otto lingue, compreso il cinese, «Mussolini e il Professore» (Mursia), «Edgardo Sogno, l’altro italiano» (Ares), «La pista inglese: chi uccise Mussolini e la Petacci?» (Ares), «I Giusti del 25 Aprile» (Ares). Il suo libro più recente è «Operazione Walchiria. Hitler deve morire» (Ares). Numerosi i libri dedicati agli anni di piombo e al terrorismo.

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