RU486: dalla ricerca alla applicazione clinica – di Prof. Giovanni Brigato

Ru486

di Prof. Giovanni Brigato, già primario della Divisione ostetrico-ginecologica dell’Ospedale di Padova

Ru486Il rispetto della vita umana imporrebbe sempre il rifiuto dell’aborto che, in ogni caso, rappresenta comunque un lutto, un fallimento, e la perdita di un figlio: desiderato o meno che sia.
In questo colloquio con il lettore, peraltro, vorrei fare astrazione da ogni riferimento ideologico, confessionale e/o morale, inserito nell’etica personale di ogni individuo. Vorrei invece impostare l’argomento esclusivamente  sotto il profilo medico, a salvaguardia della salute psico-fisica del soggetto, ponendo a confronto le due metodiche  di interruzione della gravidanza: quella chirurgica e quella farmacologica. Premetto subito che nell’intento del legislatore,  in Italia , c’è la convinzione precisa  di non entrare in collisione con la legge 194 del 1978.
E veniamo al dunque. Che cosa spinge la donna a scegliere l’alternativa farmacologica? I motivi sono essenzialmente due: il rifiuto di “ andare sotto i ferri” e l’idea, probabilmente errata, di realizzare l’interruzione in un  clima di maggiore privacy. Quest’ultima evenienza potrebbe essere veritiera se si arrivasse, come è possibile specie all’estero, alla pericolosa IVG farmacologica domiciliare. Peraltro, nella scelta di questa programmazione non si dovrebbe ascoltare certa stampa mediatica, talora disinformante o demagogica, che può inficiare la decisione della donna quando non supportata da corretta informazione scientifico-clinica. C’è bisogno quindi di adeguati chiarimenti che di seguito cercheremo di offrire, estrapolati da serie riviste scientifiche. La più accreditata  è senza dubbio quella della Società Medico-Scientifica interdisciplinare Promed Galileo, che ha costituito un gruppo per lo studio  dell’aborto medico ed è formata da esperti di diversi settori con lo scopo di effettuare una revisione della letteratura scientifica mondiale. Lo studio, per chi volesse approfondire l’argomento, viene riportato dall’Italian Journal of Gynaecology and Obstetrics (vol. 20, 2008, n. 1) che riferisce le opinioni e le esperienze di 161 ricercatori in ambito mondiale.
Riportiamo, molto succintamente, le conclusioni del loro lungo elaborato per chiarire le modalità di esecuzione dell’aborto farmacologico e favorire una maggiore comprensione del problema. Praticamente vengono usati due farmaci in successione: il mifepristone (RU486: il nome deriva dalle iniziali  dei laboratori francesi R-oussel U-claf, seguiti dal numero di serie 486 delle molecole studiate) alla dose di 400-600 mg. (due-tre compresse da 200 mg), che determina la morte dell’embrione per il suo distacco dall’utero materno e, successivamente, le prostaglandine (due compresse, somministrate 48 ore dopo) capaci di far contrarre l’utero (contrazioni dolorose) per facilitare l’espulsione del materiale abortivo. L’aborto si dovrebbe concludere nel giro di 3 giorni ma, alle volte, richiede anche una settimana. Tutto il procedimento abortivo, secondo l’AIFA e la legge italiana, deve essere espletato con ricovero ospedaliero ordinario (non più in day-surgery, come nell’aborto chirurgico) di tre giorni, con stretta sorveglianza medica.

Sotto il profilo medico debbono essere segnalate le seguenti considerazioni:

La sicurezza, dal punto di vista strettamente fisico, con la RU486 risulta inferiore rispetto al  metodo chirurgico, con una mortalità materna “almeno 10 volte maggiore a parità di età  gestazionale”. Infatti, molto oculatamente, la legge italiana prevede  l’accesso all’aborto farmacologico solo entro le prime sette settimane di gravidanza in quanto, dopo questa data, il pericolo di reazioni avverse  risulta molto maggiore.

Le complicazioni, a seguito dell’aborto medico, sono “tre volte maggiori rispetto a quello chirurgico”. Esse possono comparire anche a distanza di tempo dalla procedura, insorgendo subdolamente con  rapida progressione verso l’exitus. La morte spesso è determinata dalla insorgenza di una grave sepsi dovuta al germe Clostridium Sordelli (un batterio della famiglia del Clostridium Tetani) il quale si sviluppa prevalentemente su materiale necrotico (l’embrione morto o frammenti di esso ritenuti nell’utero), sviluppando tossine e gas che gonfiano l’utero con lo stesso meccanismo del clostridio della gangrena gassosa. Nel nostro caso si determina il Fisomètra, un’infezione dell’utero (metrite) con all’interno materiale necrotico in disfacimento e gas. Altra complicazione è rappresentata dall’emorragia la quale, se profusa, può indurre lo stato di shock anemico ipovolemico.
La nausea , il vomito, la diarrea, la febbre, le vertigini etc., sono sintomi meno significativi, così come i fenomeni allergici. I dolori, quasi sempre presenti, sono legati alle contrazioni uterine indotte dalle prostaglandine e hanno lo scopo di favorire l’espulsione del materiale abortivo. Sono quindi legati al meccanismo d’azione del farmaco somministrato ( debbono esserci).

  • L’efficacia è “ significativamente inferiore rispetto al metodo chirurgico”. Si attesta su risultati positivi del 95%, contro il 98-99%.
  • La durata della procedura è superiore con il metodo farmacologico: tre giorni rispetto al solo giorno  del day-surgery. Ciò comporta l’interazione con il procedimento chirurgico nel 5% dei casi.
  • Anche se non viene chiaramente segnalato dalla letteratura, si può pensare, sotto il profilo clinico, che la permanenza di residui coriali ancora attivi in utero possa degenerare in forme tumorali (mola vescicolare e coriocarcinoma).
  • Dal punto di vista psicologico l’impegno è decisamente maggiore con la RU486 per la più lunga attesa dell’evento abortivo ed il timore di fenomeni avversi tardivi (“i giorni di veglia”).
  • Nel caso di fallimento  della metodica medica potrebbe diventare imponibile la procedura chirurgica ( anche in caso di ripensamento), perché l’abbinamento del farmaci usati si è dimostrato teratogeno.

In Italia il prof. Luigi Frigerio, presidente della Società Lombarda di Ostetricia e Ginecologia, interpretando la voce dei 500 ginecologi iscritti, si dice preoccupato, oltre che per le  pericolose complicazioni, anche perché, con la degenza dei tre giorni prescritti, si sottraggono posti letto alla già  precaria gestione normale dei reparti.
A conclusione di questo elaborato, desideriamo esprimere anche una preoccupazione personale. Sussiste veramente il pericolo che l’uso codificato della RU486 possa degenerare, eludendo le norme della legislazione, nel cosiddetto “aborto a domicilio” il quale, ovviamente, diventerebbe molto pericoloso. Condizioni di pericolo simili si verificheranno quando la paziente rifiuterà i tre giorni di ricovero e firmerà la dimissione volontaria, eludendo pericolosamente i controlli medici. Quindi, a mio avviso, se la gravida ha deciso di abortire scelga, senza remore, la metodica chirurgica.
Da segnalare ancora l’attuale accertato incremento delle IVG ( misurato come rapporto di abortività), dopo introduzione della pratica medica abortiva, nei seguenti paesi: Inghilterra, Galles, Scozia, Francia e Svezia. A quando in Italia ed in altri Stati?
Non siamo in grado di dare informazioni precise  sul risvolto economico in quanto non ci sono riferimenti attendibili, in letteratura, che pongano a confronto il costo della degenza dei tre giorni con le spese della sala chirurgica, anche per le diverse operatività nei vari paesi.

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