San Gonzaga Gonza e martiri ugandesi

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Quanto abbiamo di più caro è Cristo stesso: questo è da 2.000 anni il nocciolo della fede cristiana. Questo è ciò che hanno testimoniato generazioni di fedeli, di confessori della fede, di martiri. È impressionante vedere come la testimonianza dei martiri sia sostanzialmente uguale, pur nelle differenze di Paesi e di circostanze storiche. Potremmo quasi dire che la testimonianza del Martirio è una delle conferme dell’universalità della Chiesa.

I martiri che ricordiamo il 27 maggio furono i primi cristiani originari dell’Africa sub-sahariana (l’Africa Nera, per intenderci) a essere elevati agli onori degli altari dalla Chiesa. Ciò avvenne durante il pontificato di Papa Benedetto XV. esattamente cento anni fa,nel 1920. La vicenda tragica e gloriosa di questi ventidue martiri ugandesi si era svolta nell’Ottocento, durante il periodo di colonizzazione dell’Africa.

A fianco della conquista militare c’era stata provvidenzialmente anche l’evangelizzazione, l’Annuncio salvifico di Cristo. A quei tempi non c’era la paura di “fare proselitismo” e i missionari si recavano in questi Paesi col desiderio di far conoscere il Vangelo a nuovi popoli. Accanto a quet’opera veniva poi la carità, la “promozione umana” come si sarebbe detto un secolo dopo, ma prima di tutto ciò che urgeva nell’animo dei missionari era il desiderio di portare Cristo ai pagani.

La vicenda del nostro santo Gonzaga Gonza e compagni si svolge sotto il regno di Mwanga, un giovane re che, pur avendo frequentato la scuola dei missionari (i cosiddetti “Padri Bianchi” del Cardinal Lavigerie) non aveva aderito di fatto alla Fede cristiana. Semmai era attirato da alcuni aspetti deteriori dell’Occidente: il consumo e abuso di alcool, il fumo di hascish,il libertinismo sessuale. In particolare era sfrenatamente attirato dalle pratiche omosessuali, tanto da costruirsi un fornitissimo harem costituito da paggi, servi e figli dei nobili della sua corte. Gli europei avevano portato in Africa le due facce della medaglia della loro civiltà: la fede cristiana ardente dei Missionari, e i vizi di una Europa già decadente.

Sostenuto all’inizio del suo regno dai cristiani (cattolici e anglicani), che lo vedevano come il “male minore”, in quanto possibile alternativa contro la tirannia del re musulmano Kalema, ben presto in realtà re Mwanga divenne il peggior persecutore dei cristiani. Quest’ultimi avevano decisamente fatto male i loro calcoli: il nemico principale della nostra religione non è infatti un’altra religione, come l’Islam, ma l’ateismo di fatto, che è nihilistico e idolatrico, ponendo come propri idoli il denaro, il potere, la lussuria.

Non per niente Mwanga era affascinato dall’idea di un ritorno all’antico paganesimo, e vedeva nel cristianesimo il maggior pericolo per le tradizioni tribali ed il maggior ostacolo per le sue dissolutezze. Ciò che avvenne in Africa 150 anni fa fu l’anticipazione di quello che vediamo accadere oggi in Occidente, con la sua pazza nostalgia di tribalismo e di paganesimo.

A sobillarlo contro i cristiani furono soprattutto gli stregoni che vedevano compromesso il loro ruolo e il loro potere. Una storia antica, anche se queste vicende si svolsero alla fine dell’Ottocento. Eppure era accaduto così ai tempi dei romani, presso le antiche tribù europee, asiatiche, amerinde. Ora toccava all’Africa. Così, nel 1885, ebbe inizio un’accesa persecuzione, che annoverò almeno 200 giovani cristiani uccisi per la fede.

Il 15 novembre 1885 il sovrano fece decapitare il maestro dei paggi e prefetto della sala reale. La sua colpa maggiore? Essere cattolico e per di più catechista, e soprattutto aver rimproverato al re le sue crudeltà, e aver difeso a più riprese i giovani paggi dalle “advances” sessuali del re. Giuseppe Mkasa Balikuddembè apparteneva al clan Kayozi ed aveva appena 25 anni.

Venne sostituito nel prestigioso incarico da Carlo Lwanga, del clan Ngabi, sul quale si concentrarono subito le attenzioni morbose del re. Anche Lwanga, però, aveva il “difetto” di essere cattolico; per di più, in quel periodo burrascoso in cui i missionari erano stati messi al bando, aveva assunto una funzione di guida della comunità cattolica, di sostegno della fede dei neoconvertiti.

Il 25 maggio 1886 venne condannato a morte insieme ad un gruppo di cristiani e quattro catecumeni, che nella notte riuscì a battezzare segretamente; il più giovane, Kizito, del clan Mmamba, aveva appena 14 anni. Il 26 maggio vennero uccisi Andrea Kaggwa, capo dei musici del re e suo familiare, che si era dimostrato particolarmente generoso e coraggioso durante un’epidemia, al tempo della quale non si era nascosto e chiuso né in casa né in sagrestia, ma era stato vicino alle persone della comunità, e Dionigi Ssebuggwawo.

Venne disposto il trasferimento degli altri cristiani da Munyonyo, dove c’era il palazzo reale in cui erano stati condannati, a Namugongo, luogo delle esecuzioni capitali: una “via crucis” di 27 miglia, percorsa in otto giorni, tra le pressioni dei parenti che li spingevano ad abiurare la fede e le violenze dei soldati. Qualcuno viene ucciso lungo la strada: il 26 maggio venne trafitto da un colpo di lancia Ponziano Ngondwe, del clan Nnyonyi Nnyange, paggio reale, che aveva ricevuto il battesimo mentre già infuriava la persecuzione e per questo era stato immediatamente arrestato; il paggio reale Atanasio Bazzekuketta, del clan Nkima, venne martirizzato il 27 maggio.

Alcune ore dopo avvenne l’ultima esecuzione, la più brutale e dolorosa, e che vide come testimone estremo della fede trafitto dalle lance dei soldati un giovane, di nome Gonzaga Gonga. Gonzaga era uno dei paggi del re. Il suo nome si ispirava a san Luigi Gonzaga, santo patrono della gioventù, e fiore di purezza. Anche il nostro Gonzaga aveva a cuore questa virtù bellissima, e si era rifiutato di cedere al lussurioso volere del re. Può dunque essere annoverato tra i martiri della purezza, come Maria Goretti e tante altre persone che nel corso dei secoli hanno dato la vita per testimoniare il proprio attaccamento alla Fede e alle sue virtù più belle.

Gonzaga venne torturato, e infine ucciso. Chi assistette all’esecuzione fu impressionato dal sentirlo pregare fino alla fine, senza un gemito. Fu un martirio che, insieme a quello delle altre vittime, diventò in Uganda seme di tantissime conversioni.

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