Saul Alinsky e “San” Paolo VI: genesi della resa conciliare al mondo (seconda parte) – di Christopher A. Ferrara (traduzione di Marco Manfredini)

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ALINSKY E MONTINI La trentennale amicizia intima tra il “vecchio Jacques” e Alinsky diede origine ad un collegamento tra Alinsky e il discepolo più importante di Maritain, il futuro Papa Paolo VI. Montini era allora arcivescovo di Milano, dove era stato spedito senza essere nominato cardinale dopo che Pio XII aveva perso fiducia in lui a causa delle sue tendenze moderniste.

Nel suo studio “The Radical Vision of Saul Alinsky”, P. David Finks nota che “Per anni Jacques Maritain aveva parlato con approvazione a Montini delle organizzazioni di comunità democratiche costruite da Saul Alinsky.”[1] Di conseguenza, nel 1958 Maritain organizzò una serie di incontri tra Alinsky e l’arcivescovo Montini a Milano. Prima degli incontri, Maritain aveva scritto ad Alinsky per dirgli che, come racconta Finks: “Il nuovo cardinale stava leggendo i libri di Saul e lo avrebbe presto contattato.”[2]

Ci furono tre incontri tra Montini e Alinsky a Milano nella tarda estate del 1958.

Il 20 giugno 1958, Alinsky scrisse a Maritain: “Ho avuto tre meravigliosi incontri con Montini e sono certo che tu ne hai sentito parlare da allora.”[3] Tra gli argomenti discussi, secondo Nicholas Hoffman, c’era come contrastare l’aumentare dell’influenza comunista nel nord dell’Italia industriale senza “rafforzare gli elementi reazionari che avevano meno interesse per la democrazia che non per soffocare il lavoratore”.[4] In altre parole, il vecchio gioco liberale di usare la minaccia di una trappola politica per guidare la gente nelle fauci di un altro: opporsi al comunismo con un socialismo morbido, proprio come il socialismo era stato osteggiato dal Partito dell’ordine in Francia. E, in effetti, il socialismo morbido divenne la politica italiana sotto il governo Moro eletto in un’alleanza con i socialisti nel 1963.

Non sapremo mai cosa si siano detti esattamente Montini e Alinsky durante quei “tre meravigliosi incontri” a Milano, ma sappiamo che al suo ritorno a Chicago dall’Italia, Alinsky scrisse quanto segue a George Shuster, due giorni prima del conclave papale che elesse Giovanni XXIII: “No, non so chi sarà il prossimo Papa, ma se sarà Montini avrò da brindare per gli anni a venire.”[5]

Cosa sapeva Alinsky? Che cosa aveva appreso dai suoi “tre meravigliosi incontri” con l’uomo che presto sarebbe diventato il Primo Papa Moderno? Apprese ciò che Maritain sapeva già del suo discepolo: che se e quando Montini fosse diventato Papa, ci sarebbe stata una rivoluzione nella Chiesa.

E così accadde. Fu papa Montini a dichiarare dopo il Concilio sulle pagine de L’Osservatore Romano (3 luglio 1974):

Due termini lo hanno qualificato; rinnovamento, e aggiornamento […] [Novità/Aggiornamento] è parola che ci è stata data come un ordine, come un programma.[6]

Mai nella storia della Chiesa un Papa ha pronunciato tali assurdità in un discorso pubblico alla Chiesa universale.

 

CECITÀ VOLONTARIA Come osserva Doering: Ognuno dei successi del Concilio Vaticano II elencati da Maritain nella prima parte del Contadino della Garonna era stato proposto trent’anni prima nell’Umanesimo Integrale [come] prerequisito per una rivoluzione radicale e una trasformazione cristiana dell’ordine temporale.[7]

La Chiesa postconciliare però fu testimone non di una “trasformazione cristiana dell’ordine temporale”, ma piuttosto di ciò che lo stesso Maritain, scrivendo nel 1966, osservò con stupore come “una completa temporalizzazione [nel senso di ‘secolarizzazione’, ndt] del cristianesimo!”[8] – accompagnato da un rapido collasso di fede e disciplina cattolica senza precedenti nella storia della Chiesa. Sia Montini che Maritain si chiedevano il perché di tutto ciò.

Certo, questo disastro assoluto non avrebbe potuto avere nulla a che fare con ciò che Maritain e il suo discepolo avevano contribuito a scatenare al Concilio, nei cui documenti, in particolare Gaudium et Spes, Dignitatis Humanae e Apostolicam Actuositatem (sull’apostolato dei Laici), si respira Il modernismo “sottile” (contro quello “spesso”) di Maritain – quello stesso che Pio XI aveva riprovato in Ubi Arcano Dei, solo 14 anni prima della comparsa dell’Umanesimo integrale:

Molti sono, infatti, quelli che credono o dicono di tenere le dottrine cattoliche sull’autorità sociale, sul diritto di proprietà, sui rapporti fra capitale e lavoro, sui diritti degli operai, sulle relazioni fra Chiesa e Stato, fra religione e patria, fra classe e classe, fra nazione e nazione, sui diritti della Santa Sede e le prerogative del Romano Pontefice e dell’episcopato, sui diritti sociali di Gesù Cristo stesso, Creatore, Redentore, Signore degli individui e dei popoli. Ma poi parlano, scrivono e, quel che è peggio, operano come non fossero più da seguire, o non col rigore di prima, le dottrine e le prescrizioni solennemente ed invariabilmente richiamate ed inculcate in tanti documenti pontifici, nominatamente di Leone XIII, Pio X e Benedetto XV.

Contro questa specie di modernismo morale, giuridico, sociale, non meno condannevole del noto modernismo dogmatico, occorre pertanto richiamare quelle dottrine e quelle prescrizioni che abbiamo detto.[9]

 

Ne “Il contadino”, Maritain aveva esposto la delirante linea modernista sociale della nuova era di Cavour di “libera Chiesa in libero stato”, che significava una Chiesa soggiogata in uno stato tirannico. Al Concilio, si vantava Maritain nella sua inebriante prosa francese,

la Chiesa ha spezzato i legami che si credeva la proteggessero, e si è sbarazzata dei fardelli che la gente pensava fossero un aiuto per l’opera di salvezza. Libera da ora in poi da questi pesi e questi legami, rispecchia meglio il vero volto di Dio, che è l’Amore, e per se stessa chiede solo la libertà. Spalanca le sue ali di luce.”[10]

Da visionario auto-illuso quale era, Maritain non riconobbe la realtà storica che i Papi pre-conciliari avevano unanimemente deplorato. La Chiesa non era affatto stata liberata dai suoi cosiddetti pesi e legami dello stato confessionale cattolico nella cosiddetta età sacra; piuttosto, le erano stati strappati  con la forza e la violenza, lavati via in fiumi di sangue; e Papa dopo Papa vennero condannati i distruttori della civiltà cristiana e gli errori fatali su cui si basava il loro nuovo ordine. Ciò che Maritain salutava quindi, era la resa formale della Chiesa alla modernità politica.

Eppure, nello stesso libro, pubblicato solo un anno dopo la conclusione del Concilio, Maritain lamentava uno sviluppo della situazione ecclesiale che non aveva mai notato prima del Concilio. Sembrava che la Chiesa si fosse improvvisamente inginocchiata davanti al mondo:

La crisi attuale ha molti aspetti diversi. Uno degli spettacoli più curiosi che ci offre è una specie di inginocchiamento davanti al mondo, che si rivela in mille modi”.[11]

Maritain non si era accorto di tale inginocchiamento solo quattro anni prima, all’inizio del Concilio, ma fallì o rifiutò di collegare in qualche modo questa situazione emergente all’apertura concitata del Concilio al mondo, davanti al quale tanti ecclesiastici cattolici si stavano improvvisamente piegando il ginocchio. Al contrario, si affrettò a scagionare il Concilio stesso:

Se ci sono profeti delle avanguardie o della retroguardia che immaginano che i nostri doveri verso il mondo, come sono stati portati alla luce sotto la grazia dello Spirito Santo dal Concilio Vaticano II, cancellano ciò che il Signore Gesù stesso e i suoi apostoli hanno detto del mondo (Il mondo mi odia, il mondo non può ricevere lo Spirito di verità, se qualcuno ama il mondo l’amore del Padre non è in lui, e tutti gli altri testi che ho ricordato prima), so bene che cosa si deve dire di tali profeti… essi stanno infilando il dito di Dio nei loro occhi.[12]

Non si può ragionevolmente evitare la conclusione che sia Maritain che il suo discepolo papa Montini si resero volontariamente ciechi al fatto innegabile che questa posizione improvvisa di inginocchiamento dinanzi al “mondo moderno” era collegata al Concilio stesso, il cui inesplicabile ottimismo riguardo a quello stesso mondo […] escludeva severamente ogni ammissione che il mondo odiasse Cristo più che mai; che più che mai il mondo respinse la Sua parola; che più che mai l’amore per il mondo escludeva l’amore del Padre.

Nonostante la sua insistenza nell’assolvere il Concilio da qualsiasi complicità nell’improvvisa “secolarizzazione del cristianesimo”, Maritain aveva ammesso in precedenza, anche durante il Concilio, che c’era qualcosa di seriamente sbagliato nei suoi processi. Scrivendo all’inizio del 1964 ad un altro dei suoi intimi amici, Julien Green, il romanziere omosessuale franco-americano, Maritain confidava quanto segue su ciò che stava accadendo nella sala del Concilio:

Il ‘gettare le redini sulle spalle del cavallo’ da parte di Giovanni XXIII era assolutamente necessario, ma quale rischio allo stesso tempo. Tutto ciò che è professionalmente intellettuale (professori, università, seminari), mi sembra sia viziato o in una posizione molto pericolosa. Una certa esegesi è impazzita e procede sulla via della stoltezza.

C’è un nuovo modernismo pieno di orgoglio e di ostilità che mi sembra più pericoloso di quello del tempo di Pio X. (É stato dopotutto uno spettacolo piuttosto strano vedere tutti i vescovi del Concilio – la Chiesa docente – ognuno affiancato dai suoi esperti, professori, studiosi e pedanti della Chiesa discente, di cui un buon numero era fuori dai binari intellettuali, e dei quali quasi nessuno ha avuto saggezza). Quindi, è nel mezzo di tutto questo tumulto che si svolge l’opera dello Spirito Santo.[13]

Il “caos” che Maritain descrisse, questo “nuovo modernismo” improvvisamente emergente, fu una catastrofe ecclesiale iniziata proprio nel mezzo del Concilio. Lui, come l’allievo Montini, si rifiutarono semplicemente di vederlo.

Forse fu giusto che proprio il duo Maritain e Montini si precipitasse a salvare l’eredità del loro prezioso Concilio attraverso il Credo del Popolo di Dio di Paolo VI. Come Sandro Magister rivelò in un importante saggio, durante l’anno precedente, appena dopo la pubblicazione del “Contadino”, l’allora ottantacinquenne Maritain apprese dal Cardinale Journet che stava per incontrare il Papa riguardo al già caotico stato post-conciliare di la Chiesa, tra cui spiccava la pubblicazione del catechismo olandese, radicalmente eretico. Maritain disse a tal proposito di avere un’idea:

Il Sommo Pontefice dovrebbe redigere una professione di fede completa e dettagliata, in cui tutto il contenuto nel Simbolo di Nicea venga ribadito esplicitamente. Questa sarà, nella storia della Chiesa, la professione di fede di Paolo VI .[14]

Journet propose il suggerimento di Maritain al papa durante il loro incontro nel gennaio 1968, nel quale gli disse anche che lo stato della Chiesa era “tragico”, con gli olandesi che addirittura osavano “sostituire un’ortodossia per un altra nella Chiesa, un’ortodossia moderna per l’ortodossia tradizionale” come lo avvertiva la commissione del Papa sull’argomento. Nel mezzo di quella che era già un’emergenza dottrinale, il primo Sinodo dei Vescovi, riunitosi a Roma nel settembre del 1967, aveva già presentato a Paolo “una dichiarazione sui punti essenziali della fede”, che sarebbe stato opportuno ribadire. Paolo VI si incontrò di nuovo con il Cardinale Journet, dicendogli che lui e Maritain [!] avrebbero dovuto “preparare per me uno schema su ciò che pensate  occorra fare”.

Maritain quindi redasse una professione di fede basata sul Credo di Nicea, inviandola a Journet che la consegnò a Montini. Il progetto di Maritain, quasi senza correzioni, divenne il Credo del Popolo di Dio, proclamato solennemente da Papa Paolo il 30 giugno 1968.

Maritain si accorse, leggendo il testo del Credo sul giornale, che Paolo VI aveva essenzialmente usato la sua bozza.

Considerate le sconcertanti implicazioni: meno di tre anni dopo la chiusura del grande Concilio Vaticano II, celebrato senza posa per aver evitato qualsiasi semplice riaffermazione della dottrina e del dogma cattolici in favore di una nuova e vitale formulazione della Fede che potesse attirare le orecchie pruriginose di “uomo contemporaneo”, Montini dovette pubblicare un testo d’emergenza che era appunto una riformulazione della dottrina cattolica e del dogma, redatto dal suo mentore laico!

Usiamo le parole immortali dell’arcivescovo Marcel Lefebvre, che dopo aver visto una dimostrazione della nuova messa inventata dal Consilium di Bugnini disse: “È tutto vero?

 

L’AMARO RACCOLTO DI UN’AMICIZIA RIVOLUZIONARIA Il rapporto tra Maritain, Montini e Alinsky fu un primo riflesso della fusione de facto dell’elemento umano della Chiesa con il mondo (quella “secolarizzazione del cristianesimo” che Maritain fu costretto a riconoscere) che da allora ha caratterizzato la crisi postconciliare nel suo complesso. Fu così che il New York Times fu in grado di osservare all’inizio del pontificato bergogliano nientemeno che

[Barack Obama] si inseriva perfettamente in un panorama cattolico degli anni ’80 forgiato dallo spirito del Vaticano II, influenzato dalla teologia della liberazione e dal progressismo del cardinale Joseph L. Bernardin, l’arcivescovo di Chicago, che invocava una “coerente etica della vita” che tesseva la vita con la giustizia sociale in un “abito senza cuciture”.[15]

Il Times nota che Obama, il giovane organizzatore di comunità nell’ambiente cattolico progressista di Chicago, che Saul Alinsky contribuì a creare, ebbe come mentore tale Gregory Galluzzo, “un ex sacerdote gesuita e discepolo dell’organizzatore Saul Alinsky.” Obama “aveva un piccolo ufficio con due vetrate nuvolose al pianterreno del Santo Rosario, una bella parrocchia di mattoni rossi sul lato sud, dove scendeva per il corridoio fino all’ufficio del reverendo William Stenzel, portava una sigaretta alle labbra e chiedeva: ‘Usciamo a pranzo?’ “.

Come osserva ancora il Times, operando su una concessione dell’Arcidiocesi di Chicago,

Obama divenne un volto familiare nelle parrocchie nere del South Side. Alla Holy Angels Church, considerata un centro di vita per i cattolici di colore, parlò con il parroco e il suo figlio adottivo dell’esigenza di trovare famiglie disposte ad adottare bambini in difficoltà. Alla Nostra Signora dei Giardini, partecipò a messe sulla pace e sulla storia nera conferendo con il reverendo Dominic Carmon su programmi per combattere la disoccupazione e la violenza. Alla neo-gotica Santa Sabina, strinse un’amicizia con il reverendo Michael L. Pfleger, il parroco bianco agitatore (cioè ultra-modernista dissidente da dottrina e dogma) di una delle più grandi parrocchie nere della città.

Come senatore dello Stato dell’Illinois, Obama, il guerriero della giustizia sociale (SJW) nella Chicago di Alinsky e nell’arcidiocesi corrotta e infestata da omosessuali di Bernardin, si sarebbe rifiutato di sostenere il Born Alive Protection Act (legge per la protezione dei sopravvissuti ad aborto, ndt), presentato alla legislatura di stato quando fu rivelato che i sopravvissuti degli aborti a lungo termine indotti negli ospedali di Chicago venivano lasciati morire dopo il parto[16]. Come presidente degli Stati Uniti avrebbe difeso “l’aborto a nascita parziale”, il sussidio obbligatorio per la contraccezione da parte delle suore cattoliche e le “linee guida” federali per i “bagni transgender” nelle scuole pubbliche. E oggi i vescovi cattolici d’America, molti dei quali hanno probabilmente votato per Obama, sono uniti nella convinzione che Donald Trump, usurpatore del Nuovo Ordine Mondiale, debba essere fermato.

Questo è solo l’ultimo e amaro raccolto di un’amicizia rivoluzionaria tra gli ecclesiastici cattolici e il mondo, esemplificato all’inizio dal legame tra Jacques Maritain, Saul Alinsky e “il primo Papa moderno”.

 


[1]  P. David Finks, The Radical Vision of Saul Alinsky (New York: Paulist Press, 1984), p. 114.

[2]  Ibid., p. 115.

[3]  Bernard Doering, The Philosopher and the Provacateur: The Correspondence of Jacques Maritain and Saul Alinsky (Notre Dame: University of Notre Dame Press, 1994), p.79.

[4]  Nicholas von Hoffman, Radical: A Portrait of Saul Alinsky (New York: Nation Books, 2010), 186.

[5]  Finks, op. cit., p. 115.

[6]  Amerio, op. cit., p. 112.

[7]  Doering, op. cit. xiii

[8]  Ibid., p. 56.

[9]  Ubi Arcano Dei (1922), nn. 60-61 [aggiunte interruzioni]

[10] Il contadino della Garonna, p. 4.

[11] Ibid., p. 53.

[12] Ibid., p. 63.

[13] Maritain to Green, February 13, 1964 in The Story of Two Souls: the Correspondence of Jacques Maritain and Julien Green (New York: Fordham University Press, 1988), 201-202.

[14] Sandro Magister, The Credo of Paul VI, who wrote it and why,” June 6, 2008 http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/204969bdc4.html?eng=y; accessed on June 26, 2018.

[15] Jason Horowitz, “The Catholic Roots of Obama’s Social Activism,” March 22, 2014 @www.nytimes.com/2014/03 /23/us/the-catholic-roots-of-obamas-activism.html; accessed on July 22, 2018.

[16] “Former Nurse on Obama’s Controversial Abortion Vote,” Fox News, August 21, 2008 @ www.foxnews. com/ story/2008/08/21/former-nurse-on-obama-controversial-abortion-vote.htmlo

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1 commento su “Saul Alinsky e “San” Paolo VI: genesi della resa conciliare al mondo (seconda parte) – di Christopher A. Ferrara (traduzione di Marco Manfredini)”

  1. Poverini, i due “ si chiedevano il perché del rapido collasso di fede e disciplina cattolica senza precedenti nella storia della Chiesa”!!!… Se vogliamo essere buoni con questi due, diremo che erano dei poveri tarati nella mente e nella psiche: i priromani che si chiedono stupiti il perchè del rapido collasso del palazzo cui hanno appiccato il fuoco! Per fortuna nostra, quel palazzo che crollava così in fretta era quella falsa chiesa di paglia che si diceva cattolica, senza esserlo veramente. Un fuoco che doveva servire a purificare la fede dei veri credenti! E al diavolo i Montini i Maritini e gli Alinskini e loro antecedenti ed epigoni (per esempio il goffo Elefante che era servito ad aprire la breccia…)

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