Scriptorium – Recensioni – rubrica del sabato di Cristina Siccardi

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Recensioni  –  rubrica del sabato di Cristina Siccardi

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I Gesuiti e la rivoluzione italiana nel 1848  di Giuseppe Brienza . La Compagnia di Gesù: una delle realtà più rigogliose in termini sia di vocazioni che di apostolato missionario. Difensori agguerriti della retta Dottrina in una Chiesa che già ammiccava sempre più forte nei confronti delle trasformazioni del mondo moderno, e perciò inevitabilmente perseguitati. Ieri i Gesuiti, oggi i Francescani dell’Immacolata

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zzbrnzDall’arrivo di sant’Ignazio di Loyola (1491-1556) a Roma nel 1538 e dalla successiva approvazione pontificia nel 1540, la Compagnia di Gesù è stata una delle realtà più rigogliose in termini sia di vocazioni che di apostolato missionario. Molte vittorie ottenute in Italia contro gli eretici e le loro dottrine nella seconda metà del XVI secolo sono dovute proprio al loro intervento, come accadde, per esempio, in Calabria e in Puglia, dove si erano stanziati gruppi valdesi, i quali vennero contrastati grazie alla collaborazione fra i Gesuiti e il Sant’Uffizio, oggi Congregazione della Dottrina della Fede.

Durante l’Ancien régime, i Gesuiti raggiunsero una grande influenza all’interno della Chiesa e, contemporaneamente, ottennero la leadership nella pedagogia e nella formazione dei quadri dirigenziali della società. Dopo la soppressione nel 1773 della Compagnia da parte di papa Clemente XIV (1769-1774), una decisione presa a causa di una spietata campagna liberale delle potenze e diplomazie europee liberali, protestanti e massoniche, l’Ordine ripresa vita. I Gesuiti, scrive nel bel libro di carattere storico Giuseppe Brienza, I Gesuiti e la rivoluzione italiana nel 1848 (Solfanelli), «ristabiliti nel 1814, divennero nuovamente i più attivi difensori del Papa, una vera e propria élite militante in favore dell’ortodossia e dei diritti della Chiesa» (p. 6). Per tale ragione liberali, protestanti e logge massoniche diffondevano «un’immagine particolarmente pericolosa e ultramontana, in cui i Gesuiti erano figure oscure, chiuse, sostenitrici dell’ipocrisia, avide, ambigue e senza patria. L’aggettivo “gesuitico” finì per divenire sinonimo di un insulto…» (p. 6). Tutto questo perché, nel momento in cui tornarono ad essere vitali, i Gesuiti furono considerati un vero e proprio pericolo e non soltanto dal mondo laico, ma anche da quegli ecclesiastici dalle simpatie liberali: «Quale combattiva punta di diamante controriformistica e anti illuministica della Chiesa cattolica, l’ordine fu quindi causa di scandalo e si procurò un largo numero di nemici» (p. 7). In particolare i cattolici liberali temevano i Gesuiti poiché sapevano che essi avrebbero avviato, come infatti fu, una critica ferma e costruttiva dei loro principi, mettendo in evidenza gli aspetti incompatibili con la dottrina cattolica; tale apostolato e tale carità di carattere filosofico, teologico, giuridico e culturale avrebbe esercitato, come scrive l’autore citando G. Martina S.J., «un influsso positivo su quei cattolici che, presi dall’entusiasmo per la libertà e succubi di un ingiustificato complesso d’inferiorità, dimentichi dell’intrinseca validità del cristianesimo, non si accorgevano più dei pericoli e delle antinomie del liberalismo» (p. 8). Oggi, purtroppo, molti Gesuiti non si accorgono più dell’incongruenza fra il Credo di sempre e le istanze di un pensiero moderno anticristiano.

Quando l’Ordine tornò a rivivere nel 1814 il numero dei Gesuiti italiani crebbe fin da subito in maniera esponenziale: da circa 200 (su 600 circa in tutto il mondo) si giunse a 316 nel 1820, 525 nel 1825, 700 nel 1831… il pericolo, per i liberali, riappariva con grande preoccupazione: i Gesuiti, con la loro tradizione di preparazione e di ascesi, erano di ostacolo ai loro disegni rivoluzionari che, con l’unificazione d’Italia, intendevano cancellare lo Stato Pontificio e il profilo cattolico dell’Italia. Riprese, dunque, una nuova persecuzione ai danni della Compagnia per arrestare la reazione alla rivoluzione, e i risultati non si fecero attendere.

Fra i più importanti censori e calunniatori dei Gesuiti (molti dei quali venivano esiliati) ci fu l’Abate Vincenzo Gioberti (1801-1852). Egli scrisse e parlò in maniera feroce contro la Compagnia: fu la miccia che diede fuoco alle polveri della polemica denigratoria generalizzata.

Pubblicò due opere assai ostili verso la Compagnia di Gesù: i Prolegomeni al Primato del 1845 e, in particolare, cinque prolissi volumi, Il gesuita moderno, usciti nel 1847. Il progetto era atto a replicare soprattutto due membri della Congregazione di Sant’Ignazio, i Padri Francesco Pellico (fratello minore di Silvio) e Carlo Maria Curci. Nel rappresentare il gesuitismo come il principale e più subdolo nemico del Risorgimento, Gioberti prendeva anche in considerazione, in un’appendice al quinto volume, le tesi enunciate dal geniale Padre Luigi Taparelli d’Azeglio (1793-1862) nel saggio Della nazionalità (1846), dove si affermava non essere l’indipendenza politica un attributo necessario della nazionalità, e veniva definito inammissibile il perseguimento di uno Stato nazionale se in conflitto con i diritti dei sovrani; mentre Gioberti contrapponeva un’idea di nazionalità come «creatrice di diritti», fattore sostanziale di identità di un popolo. Da rilevare che il Gesuita moderno suscitò non poche critiche anche da parte di cattolici liberali come Balbo, Rosmini e Tommaseo, ma assicurarono all’autore udienza, popolarità e un’ampia circolazione.

I prodromi sostanziali e concreti del tentativo di raccordare coscienza civile, modernità filosofica e Rivelazione sono proprio da far risalire nella persecuzione contro i Gesuiti e, dunque, contro il pensiero della Tradizione della Chiesa; quella lotta ebbe ripercussioni in tutta Europa nel corso dell’Ottocento e di una parte del Novecento e portò la Chiesa ad un atteggiamento di ammiccamento sempre più forte nei confronti delle trasformazioni del mondo moderno, fino ad arrivare al Concilio Vaticano II. La storia insegna. Ieri i Gesuiti, oggi i Francescani dell’Immacolata.

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2 commenti su “Scriptorium – Recensioni – rubrica del sabato di Cristina Siccardi”

  1. Sono alquanto perplesso. La situazione attuale mi insegna che la evidente persecuzione dei FFI avviene proprio o per mezzo o con l’appoglio dei Gesuiti. Forse che il Santo Padre, che sicuramente è il motore di questa situazione, non è un Gesuita? Ed il defunto Cardinale Carlo Maria Martini, , autorevole esponente della Compagnia, non è sempre stato un fautore del nuoco corso modernista della Chiesa e sostenitore della Teologia della Liberazione?

    1. È chiaro che si intende che nella Chiesa c’erano anche i Gesuiti ad ammiccare: “…quella lotta ebbe ripercussioni in tutta Europa nel corso dell’Ottocento e di una parte del Novecento e portò la Chiesa ad un atteggiamento di ammiccamento sempre più forte nei confronti delle trasformazioni del mondo moderno”, tale atteggiamento fu adottato anche da moltissimi membri della Compagnia, fra i nomi di spicco, oltre al Cardinale Martini, ricordiamo anche Padre Bartolomeo Sorge

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