Da anni la scuola italiana si vanta di essere inclusiva, e si dice che per questo essa sia addirittura invidiata all’estero. Forse altrove sarebbero meno tentati dal vizio se conoscessero la profonda confusione in cui versano i nostri istituti. Questa ha le sue radici più profonde nel rifiuto della pedagogia moderna di riconoscere l’essenza della scuola: da quando ha accettato che Émile, nutrito con l’odio per la civiltà[1] e per i libri[2], avrebbe imparato a leggere e a scrivere a dieci anni[3], alla pedagogia non è più stato evidente che il compito della scuola è l’alfabetizzazione e la conoscenza.

Divenuta puerocentrica, essa ha concepito l’insegnante non più come guida del lavoro degli alunni, ma come assistente di un loro presunto protagonismo cognitivo. Poiché ha già trasformato in cuor suo l’insegnante in assistente, la pedagogia moderna non può evitare che il principio dell’inclusività si traduca in una concezione assistenziale della scuola, per cui il suo compito si risolve nell’accogliere tutti, chi è alfabetizzabile e chi non lo è. ‘Inclusione’ è una parola vibrante di buone intenzioni; ma, «per fare il bene bisogna conoscerlo»[4], e una scuola che sulla scorta della pedagogia moderna rifiuta intimamente la civiltà, nel farsi inclusiva non si fa scrupolo di sacrificare il suo compito primario, quello dell’alfabetizzazione e della conoscenza, così da ledere il diritto allo studio di tutti gli alunni che include.

L’attuale scuola deve dunque gestire i ragazzi non alfabetizzabili, a volte privi dell’uso della parola, sui quali non ha alcuna competenza. È dubbio che questa inclusione faccia il loro bene; forse ci sono istituti più idonei, più attrezzati, dei nostri edifici scolastici fatiscenti, privi di infermerie, a volte a corto persino di toilette e di carta igienica.

Non solo il principio di inclusione promuove una frequenza scolastica che spesso non giova ai portatori di bisogni educativi speciali; ci sono anche casi in cui essi non riescono a tenersi calmi e silenziosi, così che risulta leso il diritto allo studio dei loro compagni. In questo modo il principio di inclusione si traduce nella tendenza un po’ cinica a scaricare i problemi sul primo arrivato, e comporta la conseguenza un po’ autolesionistica di deprimere l’efficacia della scuola che va in emergenza e diventa la babele:

1. di assistenti che non hanno competenze didattiche, tuttavia sono spesso usati per sorvegliare le classi,

2. di docenti di sostegno che non sono assistenti ma docenti specializzati nella didattica per gli alunni con problemi cognitivi, che tuttavia risultano spesso non specializzati e si riducono a prestare assistenza a chi dovrebbero sostenere; e come se non bastasse,

3. i docenti ordinari devono provvedere, oltre che ai normodotati, anche a chi presenta DSA (disturbi specifici di apprendimento), ma, nella cornice della didattica progressiva che fa da sfondo alla scuola inclusiva e li inquadra come assistenti, lo fanno dispensando più che compensando, vale a dire con un alleggerimento degli obiettivi cognitivi pericoloso per tutta la scuola.

Il numero dei portatori di bisogni educativi speciali è in aumento[5] e questo sembra richiedere più inclusione. Ma affinché “più inclusione” non sia “più confusione”, occorre distinguere i casi. Se ad aumentare sono quelli gravi, che hanno bisogno di assistenza, bisogna valutare se essi traggano giovamento dalla frequenza scolastica o se siano meglio assistiti in altre strutture, e se la loro frequenza sia compatibile con il diritto allo studio di tutti gli alunni. Se ad aumentare sono invece i portatori di DSA, allora reagirvi con la semplice inclusione sarebbe un vero tradimento nei loro confronti. L’inclusione non previene e non cura, ma si limita a cronicizzare e a nascondere.

C’è un’ampia letteratura scientifica che riconduce il dilagare dei disturbi cognitivi e affettivi dei ragazzi e dei giovani all’uso degli strumenti digitali – proprio quelli che nella sua cinica irresponsabilità la UE vorrebbe imporre nelle nostre scuole con il Piano Scuola 4.0; ed è altrettanto evidente che nei disturbi legati alla scrittura ha una parte non trascurabile il degrado inflitto alla scuola primaria, per cui essa non insegna più a tenere la penna in mano. Rispetto a questi problemi la scuola inclusiva significherebbe la rinuncia alla profilassi e alla terapia. Essa non potrebbe che muoversi in un circolo vizioso: quanto più disattenta alla scrittura perché ansiosa di includere e di sostenere, tanto più generatrice di disturbi che richiederanno sostegno.

Il principio dell’inclusione scolastica deve dunque essere determinato con attenzione alla luce di una riscoperta della funzione propria della scuola, quella della conoscenza. In caso contrario si abbandona la civiltà, non per planare sullo stato di natura rousseauiano, ma per arrendersi a interessi brutali. Come il principio dell’accoglienza dei migranti che lede il principio dell’inviolabilità dei confini si è imposto su impulso del business dell’accoglienza, così esiste un interesse alla digitalizzazione della didattica che lede la salute fisica e mentale dei nostri giovani ed esiste un business dell’assistenza che caldeggia il principio dell’inclusività e lede il principio della conoscenza[6].

NOTE


[1] «Tutto è bene quando esce dalle mani dell’Autore delle cose, tutto degenera nelle mani dell’uomo.»

[2] «La lettura è il flagello dell’infanzia… Appena a dodici anni Emilio saprà cos’è un libro.»

[3] «Sono quasi sicuro che Emilio saprà perfettamente leggere e scrivere all’età di dieci anni, proprio perché mi importa assai poco che lo sappia prima di quindici…»

[4] I promessi sposi, Cap. XXV.

[5] La Verità, 2 gennaio 2023, art. a firma di Laura Della Pasqua.

[6] Ibidem.

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