Magra soddisfazione aver messo in guardia in anticipo dalla deriva totalitaria dei padroni della tecnologia. Cassandra non fu creduta e la sua città, Troia, fu espugnata e distrutta dagli invasori greci. Timeo danaos et dona ferentes, temo i greci e i loro doni, gridò invano Laocoonte. I doni della tecnologia sono avvelenati, ma la maggioranza non sa o non vuol sapere. Ne abbiamo parlato in un libro, Tecnopolis (Effepi Edizioni), ma ci tocca ribadire il concetto. Tecnopolis è una prigione digitale le cui sbarre, per quanto invisibili, non sono meno reali di quelle di un carcere. Negli ultimi mesi la potenza dispiegata si è apertamente rovesciata in censura, proibizione, potere totalitario. Qualche voce comincia a levarsi. L’opinione pubblica non è più del tutto ignara: il morso del padrone, le briglie sempre più strette, il guinzaglio sempre più corto cominciano ad essere avvertiti da qualcuno. 

Porte girevoli negli incarichi di vertice, collusione sfacciata con una parte importante del potere politico e culturale, demonizzazione dei dissidenti, censura, sorveglianza. Questo stiamo sperimentando. Abbiamo scoperto in rete (finché sarà possibile, la repressione è crescente) autorevoli voci allarmate. Qualcuno, negli Stati Uniti, sede legale e centrale operativa di Bigtech, intraprende battaglie legali che segneranno un’epoca, dal cui esito dipenderanno gli spazi di libertà e la credibilità dello Stato di diritto. Vivek Ramaswamy, imprenditore, e Jed Rubenfeld , brillante costituzionalista, hanno intrapreso azioni legali contro Google e Facebook. In un fondamentale articolo-saggio pubblicato sul Wall Street Journal, Save the Constitution from Big Tech (Salviamo la Costituzione da Big Tech) denunciano l’ impunità delle gigantesche corporazioni che esercitano di fatto una forza d’urto che permette al potere americano di fare ciò che i padri fondatori non vollero permettere. 

Eccone alcuni stralci. “Si dice che le società tecnologiche siano libere di regolamentare i loro contenuti perché sono società private ​​e il Primo Emendamento (della costituzione americana, N.d.R.) protegge solo dalla censura del governo. Questa è un’idea sbagliata. Secondo la dottrina consolidata, Google, Facebook e Twitter devono essere trattati come attori pubblici. Attraverso una combinazione di disposizioni induttive e minacce normative, il Congresso Usa ha cooptato Silicon Valley perché facciano dietro le quinte ciò che, in base alla Costituzione, lo Stato non può fare direttamente”.

“I membri democratici del Congresso hanno ripetutamente minacciato esplicitamente i giganti dei social media affinché censurino i discorsi che essi disapprovano. Il deputato di New York Jerrold Nadler ha detto l’anno scorso: vediamo che cosa succede se facciamo pressione su di loro. Ha funzionato. Non è un caso che i giganti della tecnologia abbiano fatto i loro passi più aggressivi contro Trump proprio mentre i Democratici stanno prendendo il controllo della Casa Bianca e del Senato”.

“I fondatori che hanno redatto la costituzione americana avevano una profonda comprensione della necessità di un equilibrio dei poteri (controllo e bilanciamento, check and balance). Quello che non potevano prevedere era l’ascesa di un nuovo Leviatano con il potere incontrollato di emettere giudizi politici extracostituzionali dietro la protezione della proprietà privata. La democrazia americana è assediata dalla plutocrazia politica di Silicon Valley. Siamo passati da un sistema federale con tre poteri a un unico potere che ha uffici nella Silicon Valley. Ma Jack Dorsey (il creatore di Twitter) e Mark Zuckerberg non sono democraticamente responsabili. Gli americani comuni comprendono il Primo Emendamento meglio delle élite. Hanno ragione gli utenti di Facebook, Twitter e Google che affermano che i colossi Bigtech violano i loro diritti costituzionali. I danneggiati dovrebbero citarli in giudizio per proteggere la voce di tutti gli americani e la nostra democrazia costituzionale”. La speranza è che il potere giudiziario sia ancora indipendente.  

In un libro durissimo, America’s new corporate tyranny, la nuova tirannia corporativa americana, il docente universitario texano Michael Lind, già autore de la nuova guerra di classe: salvare la democrazia dall’oligarchia manageriale , accusa le grandi imprese – in particolare quelle tecnologiche – di privare i cittadini dei loro diritti e libertà e di distruggere la nazione americana , assoggetta a due costituzioni, quella formale dei fondatori e quella materiale della banda di “fonditori “ della repubblica, regno “anarchico di una tirannia incontrollata”.

“Se alle aziende è vietato pubblicizzare i propri prodotti e servizi su piattaforme elettroniche; se agli autori di libri controversi può essere posto il veto dai grandi distributori fisici e virtuali; se alle organizzazioni politiche viene impedito di svolgere transazioni elettroniche o di avere conti bancari; se coloro che hanno opinioni sbagliate possono essere privati ​​della loro assicurazione sanitaria; se la persona che ha votato male nelle ultime elezioni può essere privata della carta di credito o di pubblicare sui media sociali, allora l’America è una tirannia, non importa quanto i tribunali lavorino e le elezioni siano libere.”

É tragicamente vero. Ci sembra tuttavia che nessuno si ponga la domanda cruciale, ossia se l’avvento dell’era BigTech orientata politicamente, tesa alla censura e al dominio dell’umanità, sia la deriva di un sistema- quello del mercato privatizzato misura di tutte le cose- i cui germi velenosi erano presenti dall’inizio nella società e nella mentalità americana, da cui hanno tracimato nell’intero Occidente. 

Altri confermano che è giurisprudenza consolidata sin dal 1876 che negli Stati Uniti la proprietà privata, “quando è utilizzata per il servizio pubblico, è soggetta a regolamentazione pubblica”, il che impedisce alle compagnie ferroviarie, telefoniche, alberghiere, finanziarie, pubblicitarie di escludere persone e prodotti dal loro servizio. Ecco perché chiedono che il principio sia applicato al mondo dell’impero digitale. La soluzione è chiara, ma il liberalismo, pur con tutti i suoi limiti, è finito, ha perso due lettere ed è diventato liberismo, ossia privatizzazione incontrastata del mondo, quindi anche delle norme giuridiche.  

Joy Pullman, redattore della rivista liberal-conservatrice The Federalist avverte senza mezzi termini che BigTech ha un piano per stabilire un sistema di sorveglianza sociale simile a quello della Cina; “è la ragione della caccia alle streghe anti-destra, tesa a creare un clima di delazione all’interno di aziende, università ed istituzioni pubbliche e private, nuova terra  desolata di guerriglieri rossi, BLM neri e fanatici di un mondo orwelliano”.  

Di tendenza libertaria è il libro di Allum Bokhari #Cancellato (Deleted): la battaglia di Big Tech per cancellare il movimento di Trump e truccare le elezioni, uscito due mesi prima del voto presidenziale, di cui ha dato conto lo stesso Federalist : “fino a poco tempo fa, la preoccupazione per il potere delle grandi compagnie private era prerogativa della sinistra. Logico: tradizionalmente, i conservatori sono stati sostenitori del mercato e le grandi società hanno avuto la tendenza a rimanere fuori dalle guerre culturali. Hanno riflesso la cultura americana invece di plasmarla. L’eccesso di governo è sempre stato la più grande minaccia alla nostra libertà. Ora che Twitter mette fuorilegge l’account del presidente degli Stati Uniti e cancella persino i tweet di Potus, un account di proprietà governativa, si è costretti a chiedersi: chi ha più potere, Washington o Silicon Valley?”. Risposta elementare: Silicon Valley in quanto espressione e luogo d’incontro del livello più elevato della cupola finanziaria ed industriale e degli apparati riservati (Cia, Nsa eccetera). 

Via via che Big Tech è cresciuta fino a diventare monopolio, ha abbandonato ogni neutralità e ora è in grado di determinare i risultati delle elezioni. Il libro di Bokhari descrive gli stretti rapporti tra i leader tecnologici e l’ala globalista del Partito Democratico, a partire dallo scambio al vertice: 55 alti funzionari di Google fecero parte dell’amministrazione Obama e 197 dirigenti di Stato sono passati a Google.

I nemici ideologici sono isolati utilizzando attivisti di sinistra per identificare “disinformatori seriali e attivisti di destra”, come ammesso in un’informativa interna. I controllori della rete sono scelti tra coloro che condividono il progressismo più estremo. Se i soggetti “bannati” si uniscono e fondano un network, come è capitato a Gab, concorrente di Twitter, il sistema lancia una campagna di demonizzazione, bolla la nuova rete come un covo di razzisti e il gioco continua. Conclude il Federalist: “in passato, quando temevamo lo schiacciamento della libertà di espressione, temevamo solo il governo. Nessun altro aveva il potere di farlo. Abbiamo vinto la battaglia contro la censura statale, ma le nuove corporazioni sono diventate così potenti che sono in grado di mettere a tacere le voci meglio di qualunque governo. È un problema nuovo che richiede nuove soluzioni, prima che gli oligarchi tecnologici controllino l’intero flusso informativo nazionale”.

Allo stesso modo in cui Enel non può negare i servizi agli utenti per ragioni politiche, deve essere impedito che ciò sia permesso ai provveditori di servizi informatici. Il grande pubblico è immerso in un profondo sonno narcotico: non sa e non vuole sapere. Non resta che ripetere un’ennesima volta la lezioncina, pur consapevoli che a lavar la testa all’asino, si perdono il ranno e il sapone. Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft sanno quando ci svegliamo, che cosa mangiamo, se siamo stressati e che cosa compreremo oggi. La tecnologia è diventata la più grande spia del mondo. 

Molti usano il cellulare per svegliarsi. Questo è il primo dato che hanno su di noi: il momento in cui possono iniziare a vampirizzare i dati. Da lì tutta la nostra vita diventa un’emorragia di informazioni. Dopo il risveglio, pensiamo alla colazione. Anche in questo sono coinvolti: un amico ci ha inviato, sorpreso, un annuncio pubblicitario sui luoghi prossimi a casa sua dove avrebbe potuto godersi un brunch: ne aveva appena parlato alla moglie. Il telefono e il microfono erano nei pressi. Molte applicazioni installate su Android o iOS non funzionano se non permettiamo l’accesso al microfono del computer. Mentre facciamo colazione controlliamo le notizie. É una miniera d’oro per BigTech. Google mostra pubblicità relativa a ciò su cui facciamo clic. Se passiamo attraverso il nostro profilo Facebook, è lo stesso. Ci sono utenti che ricevono consigli sull’acquisto di cappelli quando caricano foto con in testa quell’accessorio; c’è chi ha ricevuto pubblicità di parrucche o impianto di capelli se le fotografie mostrano che è calvo. 

Non basta: le offerte sono tarate sul nostro portafogli. Instagram sa quanto possiamo spendere, valutando il valore dell’abbigliamento che indossiamo nelle foto. Conoscono bene anche i prezzi del ristorante da cui abbiamo postato il piatto che mostriamo, chissà perché,  all’universo. Ogni nostra immagine è una preziosa fonte di informazioni che svela gusti, idee, propensioni, potere d’acquisto. Per tacere delle informazioni attinte direttamente dalle carte di credito, giacché molti circuiti appartengono ai soliti giganti o ne sono azionisti. 

Lo spionaggio non si ferma quando lavoriamo. Appena accendiamo il computer apriamo una finestra (Windows…) e Microsoft immagazzina altri dati. Cortana, l’assistente virtuale, può sentire la nostra voce, le nostre conversazioni con un collega, un fornitore o un’altra azienda. I sistemi sono in grado di riconoscere esattamente quello che diciamo, punto per punto e in tempo reale: Alexa, Google Home, Siri. I GAFA hanno anche la tecnologia per monitorare il modo in cui premiamo la tastiera. Questo fa sapere chi c’è dall’altra parte – nel caso di computer utilizzati da più persone – il loro stato di stress o affaticamento e una miriade di altri dati oltre al contenuto letterale scritto nella digitazione. Il sistema Apple non è diverso. Esistono televisori e telefonini in grado di filmarci. Credere ancora che non esista il Grande Fratello? 

È un’emorragia basata sul consenso. Tutte le tecnologie consentono di selezionare i dati che si desidera condividere o l’hardware che è possibile controllare, ma attivarle è lungo, noioso e complesso. In più, molte funzioni non sarebbero più operative.  L’apparato perderebbe la sua ragion d’essere, come avere un’automobile con il volante bloccato. A questo va aggiunto che, purtroppo, non vediamo il problema o il pericolo della condivisione dei nostri dati. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che, per procura, i giganti tecnologici possono persino conoscere il ritmo del nostro russare o la quantità e l’intensità dei rapporti sessuali, a seconda del nostro respiro o gemito. 

Amico, se sei preoccupato, ne hai tutti i motivi, spegni il telefono prima di appoggiarlo sul comodino, anche se questo non ti garantisce del tutto. Anche da lontano può trasmettere dati che, processati dagli algoritmi,  diventeranno metadati e costituiranno il tuo profilo, il microfilm della tua vita in mano al Grande Fratello Caino. La chiamano trasparenza, e tu ne sei entusiasta. Non pensi che in tutto ciò che è gratis tu sei il prodotto venduto. Per motivi commerciali, politici, per qualsiasi altro interesse di dominio di lorsignori. Spiace dirlo, ma speriamo di cuore di averti inquietato.  

1 commento su “Tecnopolis, la prigione digitale”

  1. Grazie Sig. Roberto per questo suo intervento a ricordarci di quanti pericoli in meno offriva la dimenticata e obsoleta vita da “analogici”.
    Purtroppo, oggi, il digitale è una strada obbligata un po’ per tutti: esiste chi la enfatizza, e chi come il sottoscritto, ne fa un uso sobrio e oculato, legato allo stretto necessario e niente più.
    In casa mia, non è entrata (per ora!) la sig.na Alexa, tuttavia, quando, in famiglia i discorsi si fanno seri, i cellulari (anche spenti), finiscono nel forno a microonde. Parrebbe sia l’unico modo, forse un po’ mafioso, per non essere ascoltati dal “grande fratello”.
    No! Questo Suo articolo non ha generato in me inquietudine; sono tutte cose delle quali ero, e resto ben conscio.
    In ogni caso, personalmente, nutro ancora una speranza!
    La speranza concreta in una salutare tempesta solare, simile a quanto accaduto alla fine del 1800, tale rendere inutilizzabili questi strumenti diabolici per lungo tempo.
    Sarebbe la fine della schiavitù; l’uomo per sopravvivere dovrà ritornare ad usare il cervello, abbandonare il virtuale, riabbracciare il concreto, e forse riscoprirebbe anche la sua vera funzione nell’adoperare l’intelligenza offerta da madre natura o non da quella artificiale.
    Il sole, come sappiamo entrambi, sorge su belli e brutti, su buoni e cattivi. Chissà?!
    La possibilità che si metta a fare capricci, non è da escludere, e neppure remota.
    Qualora succeda, proviamo ad immaginare la faccia di Gates, Besoz e Zuckerberg!
    Ritornare a comunicare a distanza con penna e carta, non è del tutto scontato.
    Dovremo imparare a fare a meno della scrittura facilitata e del correttore; ma le abitudini, é risaputo, si possono superare anche senza particolari drammi.

    Sempre con la massima stima e ammirazione per i suoi articoli!

    claudio servalli

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