Una moratoria sulla CRISPR: le ragioni per non stappare lo spumante – di Martina Collotta

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La notizia ha fatto il giro del mondo: un gruppo di scienziati, tra cui un italiano, ha proposto una moratoria sulla bio-tecnologia CRISPR. La CRISPR, ricordiamo, è una tecnica di gene editing che permette di intervenire sul DNA per apportarvi delle modifiche (ad esempio inattivare un gene o inserirne uno nuovo), balzata agli onori della cronaca dopo che il cinese He, nel novembre scorso, aveva “fabbricato” in laboratorio gli embrioni editati di due gemelline perché fossero immuni al virus dell’HIV. È stato proprio questo il passo che ha mosso le coscienze degli scienziati…, ma neanche troppo, come vedremo.

Pubblicata su Nature, la proposta di moratoria ha avuto immediatamente una visibilità globale, e ha fatto nascere facili entusiasmi per una scienza che, in apparenza, sarebbe disposta ad auto-porsi un limite etico.

Stappiamo lo spumante!” sembrano dire i bioeticisti sedicenti cattolici. “Hanno chiesto una moratoria! Gli scienziati rifiutano di creare bambini-OGM, designer-babies fatti su misura per essere sani, forti e belli!”. La proposta, infatti, è quella di mettere uno stop agli interventi sulla linea germinale (ovuli e spermatozoi) e sugli embrioni per la produzione – passateci il termine, ma di questo si tratta, di prodotti ad uso e consumo della società dei perfetti – di bambini geneticamente editati.

Anche noi avremmo potuto lasciarci prendere da un facile entusiasmo, stappare una bottiglia e ringraziare Dio per la conversione di tante grandi menti della scienza ad una morale conforme alla Fede.

Peccato, però, che l’articolo “full-text”, che ci siamo presi la briga di leggere risalendo alla fonte invece di limitarci alle notizie riportate dalla stampa italiana, contenga elementi sufficienti per farci seriamente dubitare della bontà della iniziativa.

Già alla terza riga si dice che “Con una moratoria globale, non intendiamo un divieto permanente” (traduzione nostra). Ahia. Noi pensavamo che la scienza avesse finalmente scoperto l’indisponibilità della vita umana, oltre ai sistemi per violarla, distruggerla o crioconservarla. Se il divieto non è permanente, evidentemente, il principio che sottostà a tale divieto non è immutabile, non è un valore fondamentale e forse, a questo punto, non è nemmeno un valore morale. Ci eravamo illusi, mi sa. Mettiamo lo spumante da parte per un momento.

La moratoria alla CRISPR che ha come proprio fine quello di creare superbambini OGM durerà, secondo la proposta, per cinque anni, ovvero quel tanto che dovrebbe bastare alla scienza per perfezionare la tecnica: si tratta di controllare meglio i suoi effetti off-target perché, attraverso il taglia e cuci di un pezzo del genoma, non si finisca con il tagliare e cucire dove non si dovrebbe, andando a causare danni imprevisti (come tumori, per esempio!).

Insomma, il tempo in cui fermare la produzione di designer babies è funzionale a migliorare la qualità del prodotto finito, quello che noi – con linguaggio poco scientifico, lo ammettiamo – chiamiamo bambino, essere umano e, addirittura, persona umana. L’apparente moralità della moratoria (passateci il gioco di parole), si rivela, in realtà, inesistente: il problema è squisitamente tecnico: è la non perfetta efficienza della tecnica, non il fatto che si stia giocando con la vita umana. Non si tratta affatto, come ottimisticamente vorrebbe Avvenire, di un mea culpa della scienza in cui essa ammette la necessità di un limite etico a ciò che è ormai tecnicamente possibile, ma di una mera questione di ritardo tecnologico che richiede un po’ di tempo per essere risolta.

Va beh” dirà qualcuno “per lo meno vietano la ricerca sugli embrioni! È già qualcosa! Per cinque anni niente embrioni manipolati in laboratorio!”. Eh no. Anche noi, ingenuamente (e rimettendo mano allo spumante) ci eravamo illusi che almeno questo fosse un buon punto di partenza, sorto magari da qualche sussulto di coscienza per il riconoscimento dell’embrione come essere umano anziché come mero “grumo di cellule”.

Purtroppo ancora, siamo andati avanti con la lettura. La moratoria riguarda soltanto il trasferimento in utero degli embrioni geneticamente editati! Come a dire: in provetta fate quello che volete, ma per favore, per cinque anni, non metteteli nell’utero di una donna, non si sa mai venga fuori un mostro invece del bambino perfetto.

Questo particolare non lo ha colto nemmeno l’illuminato Avvenire: Assuntina Morresi, infatti, elogia la moratoria, riportando perfino il passo in cui si parla di trasferimento in utero, ma senza sottolineare che il prima – ovvero la manipolazione in vitro – non è soggetta a moratoria alcuna! Forse al quotidiano dei Vescovi è sfuggito il fatto che un embrione è persona umana anche se fuori dal grembo materno, anche se frutto della violenza manipolatoria delle tecniche di procreazione artificiale (alias produzione industriale di esseri umani su misura). A questo punto sembrerebbe che Avvenire abbia fatto tabula rasa non solo del concetto di persona umana, ma anche dello stesso Decalogo che, nel quinto comandamento, recita esplicitamente “non ammazzare” l’innocente indifeso, il bambino non nato.

Dopo aver compreso che la moratoria non limita per nulla la ricerca sugli embrioni e la loro manipolazione, ma ne vieta “solo” (!) il trasferimento in utero, la bottiglia di spumante possiamo anche metterla via. Quale fine faranno questi prodotti di laboratorio al termine dei cinque anni? Saranno difettosi, imperfetti, avranno ancora tutte le pecche di una CRISPR non ancora “matura” per essere usata per la produzione su scala industriale di superbambini-OGM. Che ne sarà di loro?

Questo, evidentemente, non interessa. Del destino di questi embrioni-esperimento, gli scienziati non si pongono nemmeno il problema. Piuttosto dedicano una cospicua parte della loro moratoria (ci vergogniamo perfino di chiamarla così, a questo punto), a rassicurarci del fatto che, fino a quando la CRISPR non sarà abbastanza efficiente e precisa, potremo sempre farci fabbricare il nostro bambino perfetto grazie alla diagnosi preimpianto e alla fecondazione assistita. Ovvero, gli scienziati ci dicono qualcosa tipo: “Ci dispiace, non possiamo ancora correggere con sufficiente precisione gli errori genetici di questo embrione ma, per non darvi il dispiacere di un figlio imperfetto, possiamo impiantare nell’utero solo gli embrioni senza difetti e scartare gli altri”. Miracoli della diagnosi preimpianto! Selezionare solo gli embrioni senza errori nel patrimonio genetico, lasciando gli altri in un freezer o distruggendoli senza troppi problemi. Noi, personalmente, non ci sentiamo per niente rassicurati da questo discorso.

Così come non ci rassicura l’auspicio degli scienziati che la questione venga discussa in ambito internazionale e che ogni nazione elabori poi le sue linee guida sull’uso della CRISPR per la produzione di esseri umani geneticamente editati. Le nazioni più “timorose”, probabilmente, stabiliranno che il gene editing su embrioni possa essere utilizzato solo per correggere malattie genetiche; le nazioni mosse dalla mira eugenetica (ops, ci è scappata la parola!) di migliorare l’uomo, permetteranno anche la CRISPR con finalità di enhancement, ovvero di potenziamento delle capacità fisiche o cognitive dell’essere umano; le nazioni ancora più aperte a soddisfare i desideri dei futuri genitori (omosessuali inclusi, ovviamente!) ne permetteranno l’uso anche per decidere il colore degli occhi o per avere un figlio con le antenne e capace di vedere al buio.

Meraviglie della democrazia! Meraviglie della morale laica, del compromesso confezionato a tavolino, del pensiero liquido e della “verità” relativista che manco sa cosa sia la Verità.

Eppure, questa sottospecie di “moratoria”, da tradurre in interventi nazionali e sopranazionali, merita, ancora una volta, l’elogio (e lo spumante) di Avvenire. Che bello che questo tema sia riconosciuto come sociale! Che bello che la scienza abbia capito che “consentire la nascita di bambini geneticamente modificati fa parte delle grandi questioni di interesse collettivo, che non possono essere confinate nelle ristrette cerchie degli addetti ai lavori, ma che debbono necessariamente far parte della discussione nella società” (citazione letterale della Morresi)! Che bello, davvero.

Eppure noi, ora, ci vergogniamo perfino di aver pensato di stappare lo spumante.

La vita umana è diventata un tema sociale, soggetto a valutazione secondo i criteri dell’etica sociale; soggetto, ancor più, a discussioni spensierate alla ricerca di quel minimo di overlapping consensus che permette il pacifico con-vivere civile fregandosene dei valori morali. Del resto, ridurre tutto al sociale, svuotando ogni ambito della vita umana di valore morale, è coerente alla visione del mondo bergogliana. “I governi si confronteranno con le opinioni dei cittadini” (parafrasiamo ancora la Morresi): che meraviglia! Affrontare sinodalmente (ehm, volevamo dire democraticamente, ma ci è di nuovo scappata la parola!) un tema sociale.

La questione antropologica è diventata sociale” così, ancora, ci illumina il quotidiano della CEI. E pensare che noi credevamo che la questione antropologica avesse a che fare con il fine ultimo dell’esistenza umana e con la causa prima che è Dio… invece pare abbia a che fare con i talk-show. Un po’ come l’immancabile tema dei migranti, anche se qualche gradino più sotto per questioni di share.

Una prospettiva interessante, nella quale vanno anche ripensate nuove forme di dibattito pubblico, considerando anche potenzialità e criticità della rete” (sempre da Avvenire): stanno forse pensando a un sondaggio via social per chiedere cosa ne pensa la gente del ridurre i bambini a prodotti artificiali fabbricati per soddisfare le esigenze del genitore-consumatore?

Ci lascia ancora più perplessi, infine, che Avvenire inquadri la vicenda in una questione “d’interesse collettivo”, utilitaristico concetto a cui è tragicamente sotteso quello del fine che giustifica i mezzi. Ma forse, qui, il riferimento di marxiana memoria è quello ai “figli della società” e, allora, possiamo ben capire il perché di tanto entusiasmo: la saldatura perfetta col Bergoglio-pensiero.

Fatto sta che noi, lo spumante, proprio non lo stappiamo.

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