UNA RIFLESSIONE SUL GAY PRIDE DI PALERMO – di Carla D’Agostino Ungaretti

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di Carla D’Agostino Ungaretti

 

 

Devo proprio descrivere i sentimenti che ho provato nel leggere la cronaca del GAY PRIDE tenutosi a Palermo e terminato pochi giorni fa. Se qualcuno, dopo avermi letto, mi accuserà di intolleranza vetero – cattolica, di omofobia, di supponenza, di atteggiamento inquisitoriale, di crudeltà, di stupidità e anche di essere una “parruccona” (era molto tempo che non mi imbattevo in questo attributo e mi sono divertita) poco importa: queste gentilezze, corredate anche da qualche insulto, me le hanno già rivolte su vari net – work solo perché mi sono permessa di esprimere pareri politically uncorrect. Non me la sono certo presa! Chi insulta gli altri ottiene lo stesso effetto di chi sputa per aria: lo sputo gli ricade in testa. A questi “signori” rispondo: “Ebbene sì! Se essere profondamente convinta che l’omosessualità praticata e istituzionalizzata col matrimonio sia un’aberrazione antropologica, sociale, etica (non dico morale perché questo aggettivo potrebbe far storcere il naso a qualcuno che lo ritenesse troppo confessionale) significa essere intollerante, crudele, stupida e “parruccona”, allora io sono tutto questo e anche di più”.

vmMa attenzione, però: io sono prima di tutto una cattolica “bambina” e chi, come me, ha una visione cristiana dell’esistenza non propone affatto di mandare al rogo o di emarginare socialmente o politicamente gli omosessuali (ecco l’errore di chi accusa di omofobia chi la pensa come me) perché li ritiene figli di Dio e fratelli a pieno titolo: anzi, riconosce loro il sacrosanto diritto a una vita privata soddisfacente ed è convinto che certe tendenze estreme possano anche favorire o sviluppare sensibilità artistiche e poetiche che non sono certo da tutti. E’ inutile ricordare quanti grandi artisti e poeti abbiamo conosciuto che provavano attrazione per il loro stesso sesso! I primi che mi vengono in mente sono due scrittori che ho sempre ammirato: Marcel Proust e Virginia Woolf e il grande musicista inglese Benjamin Britten. Pare che anche Michelangelo avesse quella tendenza. Ma da quì a ritenere naturale la pratica omosessuale e addirittura a riconoscere la legittimità del matrimonio gay, ce ne corre, perché la pratica omosessuale è di per sé contraria alla natura e rappresenta una forzatura (purtroppo riuscita) delle sue leggi. Forse, di questo passo, un giorno (se ci farà comodo) riusciremo a far sì che la corrente dei fiumi, anziché scendere verso la foce, risalga verso la sorgente, ma quali saranno le conseguenze a carico del pianeta Terra e della stessa vita umana?

asPer tornare al GAY PRIDE di Palermo – cui hanno partecipato anche note personalità della politica e della cultura e ricordando quello del 2000 a Roma celebrato per fare un dispetto al Papa nell’anno del grande Giubileo – mi domando che senso abbiano i camuffamenti, le pagliacciate, le carnevalate varie che, a quanto pare, accompagnano sempre questo tipo di manifestazioni. Un clima più serio e dignitoso non gioverebbe molto di più alla loro causa? E soprattutto mi domando che cosa si proponessero quei genitori che hanno portato i loro figli ad ammirare e a fotografare la performance. Avranno messo in salotto al posto d’onore la foto del loro pargolo in braccio a qualche variopinto personaggio di cui non interessava loro indovinare il sesso? Che cosa avranno risposto, poi, alle probabili domande dei bambini sull’identità e sulle intenzioni di quei buffi personaggi? Che l’omosessualità è cosa giusta e naturale? Che si tratta di un’esperienza come un’altra, da provare (perché no?) appena raggiunta la pubertà, come iniziazione all’età adulta, tanto per capire a quale sesso si appartiene? Mi sembra di sentire l’esultanza dei sostenitori della teoria del gender.

L’uomo dipende ormai solo da sé stesso, senza punti di riferimento terreni o trascendenti. “O si è felici o si è complici” è stato lo slogan inventato per questa occasione e denota tutto un programma. Se non si è “felici” che i gay possano sposarsi tra di loro, adottare figli e addirittura procreare, con l’aiuto perverso della tecnologia, scegliendo l’embrione più sano di cui non importa il sesso (perché si farà di tutto per cancellarlo) e buttando via quelli malati, vuol dire che si è “complici” di una mentalità retriva, oscurantista, disumana, crudele, in una parola: “omofoba” e, come tale, meritevole di disprezzo sociale e, forse, in un futuro non troppo lontano di sanzione penale.

Ebbene, io, cattolica “bambina“, sono “complice” e lo dichiaro al mondo.  Dovrò trovare rifugio nelle catacombe, come i cristiani dei primi secoli? Poco male: a Roma ne abbiamo tante e ci sarà posto per tutti; infatti mi conforta sapere che saremo in molti ad essere “complici”.

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