Una terza riflessione pasquale, ispirata dalla Sacra Sindone e, ancora una volta, da un’opera d’arte  –  di Carla D’Agostino Ungaretti

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” … noli fieri incredulus, sed fidelis!” (Gv 20, 27)

“Dominus meus et Deus meus!” (Gv  20, 28).

di Carla D’Agostino Ungaretti

.

zzzzsindone_orizzontaleAnche quest’anno siamo quasi giunti alla fine del periodo pasquale e ringraziando il Signore per avercelo fatto vivere, sento di dover riservare una riflessione particolare a quella straordinaria icona della Passione di Cristo che è la Sacra Sindone in questi giorni esposta a Torino.

Per quanto mi riguarda io, cattolica “bambina“, non posso non pensare a quella misteriosa e commovente  reliquia mentre scrivo questa mia umile riflessione e non posso non gridare al mondo che essa non è altro che l’evidente dimostrazione dell’avvenuta Resurrezione di Cristo. Da più di un secolo gli scienziati si scervellano e si arrovellano nel tentativo di spiegare come si sia formata quella misteriosa immagine. Ovviamente io non so se un giorno riusciranno in questo loro intento e, sinceramente, neppure mi interessa saperlo, ma oso dire che, per chi ha fede, la risposta è semplicissima: al momento da Lui stabilito e tenendo fede a quanto Egli stesso aveva ispirato ai Profeti nei secoli precedenti, Dio ha innescato una forza, una sorta di energia sconosciuta ai presuntuosi scienziati del XXI secolo (che credono di poter spiegare tutto), una forza più potente di qualunque forma di energia nucleare, non distruttiva come quella, ma vivificante e non solo capace di riattivare le funzioni vitali di quella povera  e martoriata salma, ma di elevarle anche all’ennesima potenza, tali da ricostituire un corpo di carne e ossa, ma glorioso, ossia perfetto e immortale, come fu quello di Adamo ed Eva prima del loro peccato, un corpo non più soggetto alle leggi fisiche dello spazio e del tempo, ma vivo in uno status spaziale e temporale di eterno presente.

Se Il Deus absconditus non ha ritenuto di ammettere dei testimoni al Suo supremo miracolo, tuttavia ha consentito che il Suo supremo miracolo, incidendo così tangibilmente sulla materia, lasciasse un’impronta sul lino che avvolgeva il cadavere, visibile in tutti i millenni successivi. Mi rendo conto che la mia è una spiegazione proprio da cattolica “bambina” che farebbe sorridere di benevola condiscendenza gli scienziati ricolmi di sapienza umana, vasta ma pur sempre limitata; in realtà per me  nessuna spiegazione sarebbe necessaria dato che, per chi ha fede, l’autenticità o la falsità della Sindone sono problemi irrilevanti, mentre diventano problemi enormi (vere aporìe, come dicono i filosofi) per chi si dichiara ateo o agnostico, perché allora non può sfuggire a una scelta esistenziale di fondo[1]. Come dice Blaise Pascal, in tutte le Sue opere Dio lascia luce sufficiente per chi vuole credere e abbastanza ombra per chi non vuole credere.

Ma riflettendo sull’evento cardine della nostra fede il mio pensiero corre anche  alla grande arte europea e in particolare quella italiana, le quali sono sempre state uno straordinario strumento di riflessione sui grandi temi del Cristianesimo -almeno per i paesi che non furono raggiunti direttamente dalla Riforma protestante – perché si sono sempre nutrite della linfa proveniente dalle loro robuste  radici cristiane, anche se il cieco, ottuso e soprattutto stupido laicismo moderno tenta di negare l’evidenza. Dopo la Riforma, infatti, gli artisti dei paesi che avevano aderito ad essa trovarono altri spunti di ispirazione, artisticamente pregevolissimi anch’essi, certo, ma non più idonei a favorire quella riflessione e quella meditazione che, guidate dalla Grazia, possono condurre o ricondurre le anime sul sentiero tracciato da Dio.

Infatti vorrei ora proseguire la mia riflessione, iniziata poche settimane fa, su ciò che provarono coloro che avevano amato, ascoltato e seguito Gesù quando ebbero la certezza che, dopo quella atroce morte sulla croce, Egli era resuscitato in quella stessa sostanza di cui ci nutriamo quando ci accostiamo all’Eucaristia e cioè in corpo, sangue, anima e divinità, come ci ha insegnato la bimillenaria dottrina della Chiesa. Per fare ciò ancora una volta mi lascerò guidare dal biblista P. Ugo Vanni S. J.[2]  e da un’opera d’arte che ha sempre avuto su di me uno straordinario effetto emotivo, a causa (oserei dire) della straordinaria materialità e quasi carnalità della sua ispirazione:  L’incredulità di Tommaso del  Caravaggio, conservata alla Bildergalerie di Potsdam.

zzzzincredulità-di-tommasoQuesto dipinto mi ha sempre colpito perché mi fa capire che la Parola di Dio non è una semplice e astratta dottrina consolatoria come ce ne sono tante, e la Resurrezione di Cristo – anche se non ha avuto testimoni diretti che abbiano visto con i loro occhi il cadavere rianimarsi – nondimeno non è una leggenda, frutto dell’esaltata emotività dei discepoli (come affermano i moderni “sapienti” di cui parlavo prima) ma è veramente avvenuta nella carne e nel sangue e, come tale, ci pone di fronte alla libera scelta esistenziale. Non si può tenere il piede in due scarpe, come vorrebbero fare oggi tanti pseudo cristiani che si professano tali ma poi – per compiacere il “mondo”,  dal quale si aspettano onori e prebende  – affermano di non crederci poi troppo a questa benedetta Resurrezione. Dobbiamo accettarlo invece, quel misterioso intervento di Dio nella vita umana, impegnandoci a vivere in costante coerenza con esso, oppure rifiutarlo in toto, non pretendendo più però di professarci cristiani e accettandone le conseguenze spirituali che noi stessi ci saremo procurati con la nostra libera decisione.

Il Caravaggio mostra il Risorto che si scopre il torace e, afferrata con gesto deciso la mano destra del suo apostolo, sconvolto e intimidito alla vista di quel Gesù che non si aspettava più di incontrare, lo induce a inserire tutta la prima falange del suo dito indice nella piaga ancora aperta del Suo costato. Tommaso è rappresentato come un uomo abbastanza avanti negli anni, il suo volto è sbalordito, la sua fronte rugosa è increspata a causa degli occhi sgranati nell’assistere al miracolo. Il pittore, nel suo spinto realismo, rappresenta perfino la manica sinistra della veste del poveretto che comincia a scucirsi o a strapparsi, come se anch’essa si senta coinvolta nella scena miracolosa cui stiamo assistendo, così come sono coinvolti gli altri due  stupefatti discepoli i quali, ansiosi di assistere anche loro al miracolo, premono alle spalle di quel loro diffidente  compagno che pochi giorni prima non aveva voluto prestar fede alle loro parole.

L’Evangelista Giovanni è l’unico a rivelare il nomignolo di Tommaso: Didymos (cioè “Gemello”) rivelando forse una particolare confidenza con lui e aspetti particolari del suo carattere; Tommaso è un uomo intelligente, ha un temperamento deciso ed è sinceramente interessato a comprendere bene l’insegnamento di Gesù fino al punto di rivolgerGli una domanda un po’provocatoria , come fanno molti allievi intelligenti ottenendo sempre dai loro bravi maestri risposte pertinenti ed esaurientI. Gesù aveva detto: “… E del luogo dove io vado voi conoscete la via. Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?” Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità, la vita …” (Gv 14, 5 – 6). Quando Gesù decide di tornare a Betania, dove aveva corso il rischio di essere lapidato, per “svegliare” Lazzaro (come disse Lui stesso)Tommaso è l’unico dei discepoli a dire: “Andiamo anche noi a morire con lui!” rivelando così il suo coraggio e la sua fedeltà al Maestro (Gv  11, 11 ss).

Il giorno della Resurrezione il coraggioso Didimo era stato l’unico a non avere avuto “timore dei Giudei” ed era uscito per le sue faccende. Nel ricevere, al ritorno, lo stupefacente annuncio della Resurrezione, egli reagisce coerentemente con il suo carattere ponendo alcune precise condizioni per credere: ” Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò” (Gv  20, 25).

Non credo che questa drastica affermazione di principio denoti scetticismo o mancanza di fiducia verso i suoi compagni e, tanto meno, verso il loro comune Maestro: per Tommaso quelle condizioni sono irrinunciabili. Egli vuole vedere confermato nel Risorto tutto quanto era stato detto, fatto e anche subìto dal Gesù della Passione. Quindi sono due,  per lui, i punti di riferimento essenziali, oserei dire i valori non negoziabili,  che egli deve vedere confermati per raggiungere la fede pasquale: la crocifissione, che ha portato Gesù alla morte, con i chiodi conficcati nelle mani; il sangue e l’acqua, simboli della vita donata e dello Spirito che, dopo la morte di Gesù, sgorgano dal Suo costato, per raggiungere l’uomo. Sia la crocifissione che il sangue e l’acqua, per diventare efficaci, devono venire pienamente in contatto con l’uomo.

E Gesù lo accontenta, perché ama questo Suo discepolo di cui rispetta il carattere e la sensibilità, anche se (come riferiscono i Vangeli sinottici) in altre occasioni Egli aveva ribadito la priorità della fede in Lui prima di qualunque Suo intervento (Mc 10, 12; Lc 17, 19; 18, 42). Otto giorni dopo Gesù “sta in piedi” di nuovo come Risorto in mezzo ai suoi discepoli e dopo averli salutati col suo saluto di pace, si rivolge subito a Tommaso per il quale è appositamente venuto. “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato e non essere più incredulo ma credente!” (Gv 20, 27). Ma Tommaso non è un incredulo, tutta la sua vita precedente al seguito di Gesù lo dimostra, Lo ha amato e Lo ha seguito sempre; forse è stato il suo carattere un po’ troppo rigoroso e assolutista a indurlo a dare ai suoi fratelli quella drastica e un po’ ruvida risposta. La sua fede  tormentata , come quella di tanti uomini e donne di viva intelligenza, non vuole essere cieca e lui ha bisogno di un aiuto in più da parte di Dio per giungere alla fede pasquale. Dio, come è andato incontro a Maria di Màgdala e ai discepoli di Emmaus, non gli nega il Suo aiuto e va incontro anche a lui.

Il Risorto lo invita a toccarlo con le sue mani per verificare di persona che Colui che gli parla è veramente il Gesù del Golgota, quello dei chiodi conficcati nelle mani e del costato aperto. Allora il cuore e l’intelligenza di Tommaso si sciolgono, la sua fede si sblocca e raggiunge il vertice: “Mio Signore e mio Dio!”. In questo grido c’è una coinvolgente dimensione di reciprocità emotiva e affettiva: Tommaso capisce quanto sia grande l’amore che Gesù nutre per lui e la grande premura  che  usa nei suoi confronti: vuole anche lui dimostrargli e testimoniargli il suo amore, come aveva fatto quando aveva invitato i discepoli ad andare a morire con Lui (Gv 11, 11 ss) perciò ripete due volte, e con forza, l’aggettivo “mio”.

Posso dire che questo episodio mi mette i brividi, mi commuove , mi sconvolge? E che, mentre scrivo queste mie povere note, prego il Signore perché mandi anche a me solo una briciola di quella fede che in quel momento invase l’anima di Tommaso per non abbandonarla più?

Ma perché il Risorto lo invita a “non essere incredulo“? Ce lo spiega esaurientemente P. Ugo Vanni: il verbo greco usato dall’Evangelista, come traduce correttamente la Neo Volgata (“noli fieri”), non è un semplice sinonimo del verbo “essere ” (anche se così traduce in italiano la Conferenza Episcopale Italiana) ma implica un’idea di movimento, uno sviluppo. La traduzione esatta sarebbe “divenire” e Gesù spiega a Tommaso il pericolo che corre se si ostina ad arroccarsi sulle sue condizioni non credendo alla testimonianza degli altri discepoli: diventare incredulo. Se lo facesse (mi permetto di aggiungere io, da semplice cattolica “bambina”) forse cadrebbe nel peccato di superbia.

Ma Tommaso, come non è incredulo, non è neppure superbo: l’esortazione di Gesù: “Non diventare incredulo, ma diventa credente” lo mette di fronte alla scelta suprema che ci riguarda tutti. Tommaso fa la scelta giusta, sotto la sua responsabilità, e il suo grido: “Mio Signore e mio Dio!” non è una semplice esclamazione, è una testimonianza, un’affermazione, una meravigliosa  professione di fede nella divinità di Gesù Cristo, la più bella, completa e commovente di tutto il Nuovo Testamento; è la giaculatoria che noi cristiani ripetiamo come atto di fede  nella presenza reale di Gesù Cristo nella Santa Eucaristia.

Gesù fa un’ulteriore osservazione: “Perché mi hai veduto hai creduto”. Come In passato Egli aveva risposto con chiarezza e benevolenza alla domanda un po’ provocatoria del suo discepolo, ora asseconda con altrettanta chiarezza e benevolenza l’ansia di lui di vedere e toccare per poter credere e lo aiuta nel suo cammino personale di fede. A me sembra che Gesù, in un certo senso, approvi l’aspirazione di Tommaso a una metànoia vera, matura e sicura, a una fede non più infantile e terrena come quella di coloro che avevano sperato nell’avvento di un Messia trionfatore. Ma Gesù aggiunge anche : “Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno!”. C’è forse un velato rimprovero in queste parole? Forse, ma a me piace pensare che Egli abbia aggiunto questa nuova beatitudine alle molte espresse nel Discorso della Montagna (Mt 5, 3 ss) pensando a tutti noi, nati nei millenni successivi, per confortarci e incoraggiarci  nel credere che Dio non ci farà mai mancare il suo sostegno nel nostro personale cammino alla ricerca di Lui.

Mi sono spesso domandata come mi sarei comportata io al posto di Tommaso. Da cattolica “bambina” quale io sono ed essendo di natura fiduciosa, credo che in un primo momento avrei creduto subito e ciecamente alla testimonianza resa dagli altri discepoli (“Abbiamo visto il Signore!”) ma poi mi sarei arrabbiata con me stessa per la mia assenza e avrei pregato ardentemente Gesù Risorto perché rendesse in qualche modo anche me partecipe della Grazia, che Egli aveva concesso agli altri discepoli, di vederLo, toccarLo, abbracciarLo, prima di cadere ai Suoi piedi per lodarLo e adorarLo. Quindi, tutto sommato, forse avrei finito per agire proprio come Tommaso dando, come sempre, ragione a Gesù (“Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno!”).

S. Tommaso Apostolo mi è molto simpatico, perché lo vedo profondamente umano: molti di noi si comportano esattamente come lui. Non per nulla egli è diventato, nell’immaginario collettivo popolare, il prototipo di coloro che esigono prove materiali per credere a una qualunque testimonianza altrui. Il XX secolo ci ha talmente infarcito la testa di relativismo, secolarismo, nichilismo, scientismo e di tanti altri “ismi” che non hanno nulla a che fare con la Parola di Dio, che a volte è difficile scuoterseli dalla mente per tornare “bambini”, come ci ha esortato Gesù. Tutti noi, oggi molto di più che in passato, abbiamo bisogno di un notevole supplemento di aiuto da parte dello Spirito Santo ma Gesù ci ha insegnato che non è difficile ottenerlo: basta che non ci stanchiamo di bussare e sicuramente la porta ci sarà aperta.

.

[1] Quest’anno le mie condizioni di salute non mi consentono di andare a Torino per venerare la Sacra Sindone, ma ci andai per l’Ostensione del 1998 della quale serbo un ricordo indelebile. Uscendo dal Duomo, mi trovai accanto due coppie di visitatori americani che si dichiararono l’una ebrea e l’altra protestante episcopale e con le quali feci un po’ di conversazione.  Il pellegrinaggio aveva lasciato tutti noi profondamente  scossi, ma la mia commozione fu enorme quando sentii le due signore dire tra le lacrime: “Come si può non credere alla Resurrezione!” Istintivamente dissi una preghiera speciale per la coppia ebrea, perché lo Spirito la illuminasse definitivamente.

[2] Cfr. P. Ugo Vanni S. J. Dalla fede al contatto con Gesù risorto, in La Civiltà Cattolica, n.3932 del 14.4.2014

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6 commenti su “Una terza riflessione pasquale, ispirata dalla Sacra Sindone e, ancora una volta, da un’opera d’arte  –  di Carla D’Agostino Ungaretti”

  1. Una riflessione, cara Signora Carla, a commento della quale non si trovano le parole di elogio adatte per quanto è sentita e profonda e piena di concetti alti espressi con una chiarezza e con un nitore impressionanti. Stupenda la descrizione della Risurrezione su cui concordo e che condivido in pieno. Spesso le parole giuste nascono dal cuore buono di chi le dice e leggendoLa ormai da diverso tempo mi sono convinta che una “bambina” come Lei è sul serio una di quei bambini a cui il Signore si riferisce esortando tutti a diventare come loro per poter entrare nel regno dei Cieli. E veramente beati coloro che pur non avendo visto hanno creduto e credendo fanno del tutto perché tutti credano. Che Dio La benedica per il bene che con i suoi scritti fa e le conceda la salute che in questo momento le difetta un po’. La aggiungerò nelle mie umilissime preghiere.

    1. Carissima Carla, la ringrazio di tutto cuore per quanto ha donato di nuovo a me e a tutti
      i lettori di Riscossa Cristiana.
      I suoi scritti fanno raggiungere vette vertiginose, fanno VIVERE nel presente le vicende
      di quanti vissero in quel tempo Santo.
      E concordo pienamente anche con tutto quanto scrive Tonietta, specialmente sul significato
      di “bambina”.
      Non c’è ricompensa umana per quanto ho ricevuto stasera: posso solo pregare che vi
      ricompensi il Signore.
      Stasera pregherò per questo, e anche per la sua salute, carissima “bambina” Carla!!!!

        1. Ne sia certa!!
          Tutta questa pagina fa capire quanto e come possiamo sentirci UNITI anche se non ci
          conosciamo personalmente, SOLO perché siamo UNITI IN LUI E CON LUI!!!
          RingraziamoLo di cuore per questo bellissimo DONO!!!!!!
          Sia benedetto ora e sempre!!!!

  2. Carla D'Agostino Ungaretti

    Grazie, gentilissime Signore Tonietta, Paola B. e Claudia! Siete talmente amichevoli e affettuose che non posso fare a meno di rispondervi con altrettanta amicizia e altrettanto affetto. E’ bello sapere che ci sono delle persone con le quali si vive in totale sintonia di fede come gli amici di Riscossa Cristiana! E grazie anche per le vostre preghiere. Tra circa un’ora accenderò la TV per seguire il S. Rosario da Lourdes e anche io raccomanderò alla Madonna le mie amiche Tonietta, Paola e Claudia.

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