L’editrice fiorentina Passaggio al Bosco ha meritoriamente ripubblicato La Rivoluzione Conservatrice, di Armin Mohler (pagine 830, euro 30), un classico del pensiero politico, dopo molti anni di sua assenza dalle librerie. Una scelta anche opportuna, in un momento in cui si parla molto di conservatorismo.

In Italia da qualche anno si tenta di introdurre nel dibattito politico non senza fatica il termine conservatore, che non è mai stato molto amato. Non si dicevano conservatori gli esponenti della Destra storica risorgimentale, figli di un movimento rivoluzionario che aveva portato alla conquista militare dei liberi Stati pre-unitari. Men che meno si definivano conservatori Mussolini e il movimento fascista, e con ragione, viste anche qui le origini rivoluzionarie, così come i programmi politici. Ovviamente si guardava bene dal definirsi partito conservatore la Democrazia Cristiana, “partito di Centro che guarda a Sinistra” secondo la celebre definizione di Alcide Degasperi. Infine, anche Berlusconi respinse la definizione di conservatore, e con ragione, visto che non lo era affatto, di nessun valore di questo tipo. Piuttosto usava la definizione di “moderati”, che faceva molto Anni Settanta e maggioranza silenziosa.
Dunque, il classico dello studioso svizzero Mohler è quantomai opportuno per comprendere cosa sia stato il conservatorismo autentico, continentale, visto che il Torysm britannico è qualcosa di molto diverso. La Rivoluzione Conservatrice di cui Mohler ricostruisce approfonditamente la storia e le idee, fu un movimento intellettuale complesso e affascinante, nato tra le macerie della Prima guerra mondiale e spentosi con l’avvento del Terzo Reich. La Rivoluzione Conservatrice non fu né semplice reazione né precursore del nazionalsocialismo: fu un intreccio di correnti e autori – da Jünger a Spengler, da Moeller van den Bruck a Niekisch, fino a Carl Schmitt – che tentarono di pensare un futuro oltre il liberalismo, l’individualismo e il materialismo della modernità.
In quest’opera monumentale, Armin Mohler ricostruisce genealogie, famiglie ideali, riviste e gruppi attivi durante la Repubblica di Weimar, offrendo un repertorio senza eguali di idee, figure e tensioni politiche. Lontana dall’essere un blocco monolitico, la Rivoluzione Conservatrice appare qui come una costellazione di voci accomunate dalla volontà di coniugare radici e rinnovamento, tradizione e rivolta.
Mohler era nato in Svizzera nel 1920. Non aveva vissuto direttamente il dramma della Prima Guerra Mondiale, sulle rovine delle quali spuntò il movimento. Mentre studiava all’Università di Basilea, scoprì gli scritti di Oswald Spengler, in particolare la sua opera fondamentale, Il Tramonto dell’Occidente, e in seguito trovò un autentico maestro in Ernst Jünger, per il quale cominciò a lavorare come stretto collaboratore dopo il 1943, mentre la Germania si avviava alla disfatta.
Le dittature del secolo XX avevano innescato un lungo e acceso dibattito sul “tradimento degli intellettuali”, dove si erano distinti Julien Benda e Johan Huizinga. Poi ci fu nel 1955 Raymond Aron con il suo L’oppio degli intellettuali, saggio molto critico verso gli intellettuali di sinistra. Nel 1950 uscì il testo di Mohler, il cui titolo originale era Die konservative Revolution in Deutschland 1918-1932.
Il conservatorismo cui guarda Mohler non è inteso, come lo era stato a lungo, solo come controrivoluzione, ma con una nuova dimensione, da una parte legata alla tradizione, dall’altra più dinamica. Un conservatorismo che respingevano le nozioni di individualismo, liberalismo, modernità e progresso sociale.Già Jünger aveva analizzato i cambiamenti epocali determinati dalla Grande Guerra, attraverso i quali il nazionalismo, fino ad allora limitato a un certo ceto istruito, diventò popolare e di massa.
Il termine “Konservative Revolution” venne utilizzato per la prima volta nel 1927 dallo scrittore austriaco di origine ebraica Hugo von Hofmannsthal a Monaco di Baviera durante una conferenza dal titolo “La letteratura come spazio spirituale della nazione”. Era un movimento che unì tutti gli intellettuali non di sinistra oppositori della Repubblica di Weimar.
Dopo il 1933, quando Adolf Hitler venne nominato cancelliere del Reich, solo alcuni esponenti della rivoluzione conservatrice aderirono al nazionalsocialismo, come Carl Schmitt: molti altri, infatti, ne presero le distanze, o ritirandosi a vita privata, come Ernst von Salomon, Gottfried Benn, e lo stesso Ernst Jünger, o divenendone oppositori, come Thomas Mann.
Questo aspetto è spesso trascurato dagli intellettuali progressisti che vedono nella rivoluzione conservatrice solo una forma di anticipazione del nazismo. Una banalizzazione che serve soprattutto a far distogliere l’attenzione da un fenomeno complesso che non fu solo politico e sociale, ma perfino letterario.
Il Novecento è stato davvero l’inizio del tramonto non dell’Occidente, come pensava Spengler, ma dell’Europa, sostituita da questo concetto ideologico, Occidente, utilizzato in particolare dai neo-conservatori, che sono diametralmente opposti a quanto nacque nella interessante stagione della Rivoluzione Conservatrice. Il libro di Mohler è fondamentale per comprendere correttamente le fratture del Novecento europeo e le sfide – ancora attuali – tra modernità, tecnica e identità.


