Usa & (mal)costumi. L’ideocrazia imperiale americana spiegata da Costanzo Preve

Costanzo Preve non ha fatto in tempo a vedere come abbia preso forma il dissennato sogno americano di provare a distruggere la Russia per interposta guerra procurata e alimentata da stati europei in suicidaria dissoluzione psicosociale ed economica. Ma ci ha lasciato, ancora nel 2004, un prezioso pamphlet intitolato L’ideocrazia imperiale americana, in cui ha analizzato con la lucidità e l’acutezza consuete la realtà di un fenomeno, quello indicato appunto nel titolo, sempre attuale e gravido di conseguenze che ci investono da vicino ogni giorno di più.

L’ideocrazia, annota Preve, si ha quando uno Stato trae la propria soggettività dalla idea politica in cui si identifica. 

Furono stati ideocratici l’Urss, la Germania del nazionalsocialismo hitleriano, lo è il sionismo in cui la nazionalità è ricavata dalla adesione ad una ideologia di tipo biblico. Lo sono gli Stati Uniti d’America, i quali si sono autopercepiti fin dall’inizio come potenza morale a legittimazione religiosa, che non accetta limitazioni esterne e pretende di essere depositaria del mito della libertà e della proprietà individuale. A questo presupposto ideale vanno ricondotte conseguenze politiche molto rilevanti che dapprima hanno interessato lo stesso continente americano per poi estendersi in vari modi nello spazio esterno a seconda della forma assunta da un vero e proprio disegno imperialistico.

Il nostro autore avverte come, dando per scontato Tocqueville, già Hegel si fosse interessato agli Usa nascenti e vi vedesse una comunità di atomi individuali che avevano trovato un collante stabile nella religione e che, dal principio originario del libero esame luterano, traevano quell’elemento emotivo capace di trasformarsi “nella più selvaggia sfrenatezza dell’immaginazione”. E a proposito di questa sfrenatezza intuita da Hegel, Preve annota: “sembra di vedere Bush mentre parla del suo Cristo televisivo e del suo diritto di governare il mondo in nome del Bene contro il Male”

Hegel aveva anche presagito che, per determinare la propria specificità nazionale, l’America avrebbe dovuto saturare cioè popolare tutto uno spazio geografico secondo il mito, proprio anche della ideologia sionista, “della terra vuota senza popolo”.  Un mito che ha fornito all’epopea americana una base simbolica, ma che era in realtà infondato poiché, quello spazio, vuoto non lo era affatto, essendo abitato da popolazioni antichissime oltreché dai coloni messicani di lingua spagnola. D’altra parte, la matrice religiosa alimentò ben presto anche l’idea della missione civilizzatrice imposta ai bianchi in virtù di un “destino manifesto”.

Una immagine suggestiva che, dalla metà dell’800 fino all’intervento nella prima guerra mondiale, giustificherà, nella retorica giornalistica e presidenziale, ogni nuova iniziativa bellica ed espansionistica. Per Lincoln “gli Stati Uniti sono l’ultima, migliore speranza della terra”. Nel 1896 McKinley disse: “abbiamo bisogno delle Hawaii più di quanto avessimo bisogno della California. È il destino manifesto”. Per Wilson era destino manifesto degli Stati Uniti quello di guidare il tentativo di far prevalere il potere spirituale della democrazia. 

La locuzione, gravida di conseguenze, aveva cominciato a circolare intorno al 1840, quando la esigenza di rimuovere le tribù dei nativi americani si faceva più impellente perché andava aumentando il numero dei cercatori d’oro e di altri soggetti in cerca di fortuna, e si cominciava a costruire le ferrovie. Bisognava cacciare via gli indiani dalle terre da loro abitate da tempo immemorabile. La conquista territoriale intuita da Hegel come inesorabile, e guidata contro ogni ostacolo dalla giustificazione religiosa, trovava nella formula del “destino manifesto” quanto serviva per superare ogni remora, se una ce ne fosse, a ricacciare indietro gli indiani dalle terre in cui essi trovavano sostentamento con la caccia al bisonte che forniva loro la carne e le pelli. 

Alcune tribù nomadi furono addirittura costrette ad abbandonare la caccia e vendere le terre per diventare stanziali e dedicarsi all’agricoltura, in modo che non avessero grandi estensioni a disposizione mentre cominciava, da parte dei bianchi, lo sterminio sistematico dei bisonti che gli indiani avevano sempre cacciato soltanto nei limiti stretti delle proprie necessità di sopravvivenza. 

La intenzione dei bianchi angloamericani di liberarsi della presenza indiana si fondava anche sul convincimento della propria superiorità razziale. Superiorità sentita del resto anche verso gli abitanti del Messico e delle Filippine. La sottrazione di terra, quando non avveniva con le cattive, avveniva immancabilmente con la promessa di una assegnazione definitiva e sicura, garantita da un patto che veniva regolarmente disonorato, mentre ad ogni ribellione innescata dal tradimento della parola data seguiva una sanguinosa rappresaglia. 

La politica adottata dal governo nei confronti degli indiani è ben rappresentata dalle parole di Sherman: “se cinquanta indiani possono immobilizzare tremila soldati, meglio buttarli fuori al più presto possibile, e non fa differenza se questo avverrà con l’imbroglio o uccidendoli tutti”. Quello dell’imbroglio e della infedeltà, del tutto estranei alla cultura dei nativi fondata sull’onore e sulla lealtà, è del resto un ingrediente che ricorre di continuo nella storia dell’espansionismo americano e non ha cessato di comparirvi fino alla provetta di Colin Powell, e oltre. 

Ma tornando alla base ideocratica della conquista, il passo successivo fu quello di produrre anche la spinta imperiale. L’idea della missione civilizzatrice, una volta annientate moralmente e fisicamente le nazioni indiane, si sposta fuori dalle coste degli oceani a beneficio di tutto il mondo esterno e soprattutto investe l’Europa. 

Questo espansionismo imperialista sembra ambire a nobilitarsi nel confronto attraverso i secoli con il modello romano, e a trarre da esso la opportuna ispirazione. Basti considerare la produzione letteraria di esperti militari alla Luttwak, tutta imperniata sullo studio del simulacro imperiale romano, senz’altro preso a modello. Un po’ come è accaduto in architettura quando, osservava Bruno Zevi, le Banche americane sono state costruite a imitazione degli antichi edifici pubblici romani per trasmettere un adeguato senso di potenza ed incutere nel passante come nel cliente il dovuto rispetto.

In questa ansia di emulazione si è nascosta forse anche la coscienza inconfessata, al di là di ogni presunzione razziale ed identitaria, di un terreno culturale perduto e della difficoltà di crearne in tempi brevi uno provvisto di quello spessore che viene garantito soltanto da una sedimentazione secolare. 

Una adeguata similitudine poteva essere fornita dal fondamento religioso che era stato proprio anche dell’impero romano, ovvero in quella sua raffigurazione provvidenziale messa in luce, osserva Preve, da Polibio, ma già decantata dai poeti latini. Anche loro avevano colto il “destino manifesto” di Roma che giustificava ogni espansionismo perché lo Stato si era sviluppato sotto la protezione della divinità e la divinazione del principe era la conseguenza del legame primigenio tra la politica e la religione. Anche se la retorica della natura sacrale del potere valeva in realtà come espediente demagogico ed era per lo più mal tollerata dagli intellettuali agnostici e disincantati. 

In ogni caso, osserva Preve, il confronto tra le due realtà imperiali, quella romana e quella americana, non regge per decisive differenze sostanziali. Mentre il dominio romano offriva una reale compartecipazione egualitaria a tutte le classi della terra abitata conosciuta, il dominio americano non è compatibile con i veri interessi delle stesse classi capitalistiche europee e cinesi. E questo appare quanto mai evidente oggi, di fronte allo sfacciato ricatto energetico ed economico imposto all’Europa, ormai ridotta a concorrente scomodo da eliminare. Un ricatto con cui l’impero, all’ombra minacciosa delle sue basi militari, gettata la maschera con cui non pensa più neppure di doversi riparare, in vista della inevitabile distruzione economica europea, comincia già a convogliare su di sé le residue forze produttive di Stati i cui imbelli governi senza batter ciglio si dispongono a sacrificare vigliaccamente i popoli per portarli al macello, ora economico, domani chissà.

Ma c’è ancora un altro aspetto che dimostra la pochezza, ovvero la miseria, come voleva Hegel, del disegno politico americano, “A fronte del bilinguismo culturale del latino e del greco di cui il dominio romano fu portatore, l’impero americano è bestialmente monolinguistico”. E il “monolinguismo non avviene solo per esigenze di semplificazione commerciale, ma per la consapevole svalutazione delle altre culture mondiali ridotte a folklore regionale”. Culture cui da decenni cerca di imporre, non senza successo, il demenziale e disgustoso rovesciamento di ogni legge, naturale prima ancora che morale e religiosa. Roma, anche tra innegabili soprusi e peccati, lasciò al mondo il monumento insuperabile della sua cultura giuridica e la sua sapiente capacità di valorizzare e tesaurizzare tutte le ricchezze morali e materiali proprie dei popoli assoggettati. 

Ma ciò che dà la connotazione propria all’impero americano, pur sempre sulla base ideocratica, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, osserva Preve, è un fatto specifico: l’impiego della bomba atomica. Abbiamo visto come la aprioristica legittimazione religiosa fosse già in grado di escludere l’autocritica e garantisse già quella autoassoluzione che diventerà una costante della politica americana. Ma quella propensione a sottrarsi ad ogni giudizio morale ha assunto proporzioni mostruose con la copertura che è stata data e continua ad essere data all’impiego di due bombe atomiche contro una popolazione inerme. Qui si innesta il duplice problema. Da un lato quello della autoassoluzione dell’impero che non ha mai ammesso il proprio crimine e lo ha declassato a necessario atto di guerra. Con la conseguenza che, se Norimberga ha sancito l’impossibilità che Auschwitz si ripeta, osserva Preve, la possibilità che Hiroshima e Nagasaki si ripetano non è stata affatto esclusa. 

Dall’altro, neppure i sudditi dell’impero si sono rappresentati mai, in tanti anni di celebrate giornate della memoria, la necessità di istituire un tribunale internazionale come quello di Norimberga, o almeno come quello che la affaccendata signora di Bruxelles esperta di contratti miliardari inaccessibili, vuole istituire per processare l’odiatissimo presidente russo. Ecco perché, osserva Preve, il bombardamento atomico impunito è il simbolo dell’impero ideocratico americano di oggi. Ma è anche, bisogna aggiungere, il simbolo della miseria morale in cui si è dissolta la pur tormentata ma anche lussureggiante storia di un’Europa che ora riceve dall’America anche la mappa delle proprie obbligate coordinate assiologiche. Questo occidente europeo, cinicamente impermeabile di fronte ad ogni autentico imperativo morale, ha rinunciato anche alla dignità della ragione naturale.

Ai sudditi dell’impero viene oggi offerta solo la miseria di sempre nuove perversioni morali introdotte sotto gli abiti di scena dei diritti e delle libertà. Diritti e libertà erano anche quelli sventolati sulla testa dei nativi per quasi un secolo tra eccidi e tradimenti, fino a quell’ultimo atto di una tragedia apocalittica, quando uomini disarmati insieme a donne e bambini furono circondati e quindi trucidati con le mitragliatrici a Wounded Knee il 29 dicembre 1890 da due squadroni di cavalleria che, essendosi disposti a cerchio intorno alle vittime perché nessuno trovasse scampo, riuscirono a spararsi fra loro e ad avere 25 morti per mano propria. I pochi superstiti raccolti ancora in vita sulla neve il giorno dopo furono ammassati in una chiesa che ostentava la scritta natalizia “Pace in terra agli uomini di buona volontà”.

Va da sé, ovviamente, che oggi l’espansionismo americano si declina in termini di dominio economico e militare quale sostituzione virtuale, ma non per questo meno perniciosa e oppressiva, di una vera e propria conquista territoriale. Si tratta di una pulsione espansionistica ossessiva e paranoide, che trova il proprio volano nell’industria bellica, perché capace di assicurare da sola la sorte prosperosa dell’economia. Lezione imparata bene con la prima guerra mondiale e replicata ottimamente con la seconda. Senza che il paradosso per cui il benessere economico dei superstiti vale il sangue e le immani sofferenze prodotte delle guerre moderne divenute per di più imparagonabili a quelle del passato. Ma il paradosso non scalfisce i dogmi della unica vera religione monoteista della economia riconosciuta dalla cosmopoli occidentale, quella dell’utile economico in senso lato, anzi latissimo.

Se poi, come si dice, la stessa politica americana è tutta tenuta in mano dall’industria bellica e quindi dalla classe dei militari, il nulla di senso che essa porta con sé può solo rappresentare una forza distruttrice fine a se stessa. Una forza cieca, moralmente ottusa per la quale qualunque mezzo può giustificare qualunque fine e viceversa, a seconda delle circostanze. Che sia la messinscena delle torri gemelle, con i loro morti veri e gli assassini finti, la frode degli accordi di Minsk, la organizzazione mediatica delle pulizie etniche ad uso dello spettatore e quelle reali allestite in proprio, le guerre umanitarie propagandate dai fantocci politici di turno, le guerre e i bombardamenti umanitari per i quali nessuno ha proposto sanzioni di qualunque tipo. 

D’altra parte, a proposito di quella che sarebbe presto diventata la spinta imperiale americana, Preve ricorda come Kant avvertisse che, se stati vicini e indipendenti rischiano sempre di entrare in conflitto fra loro, questo stato di cose è sempre migliore della fusione degli stessi per opera di una potenza che si sovrapponga come monarchia universale, ovvero di un dispotismo senz’anima che degenera da ultimo nella anarchia.

“L’ideocrazia imperiale americana è nella sua più profonda natura livellatrice e annientatrice delle differenze dei popoli e delle nazioni”. Non è casuale il suo odio dissennato e paranoide nei confronti della cultura e della spiritualità russa di fronte alla quale può opporre soltanto l’arroganza, la menzogna e la truffa mediaticamente costruita. Ma in realtà è un odio che investe tutta l’Europa, o almeno la investirà fino ad assimilazione completa avvenuta, o avvenuta distruzione. Un odio ben rappresentato dalle parole impresse nella vergognosa lapide posta alla base della statua della libertà, all’imbocco del porto di New York, non in una bettola dei bassifondi, e che Preve traduce così: “tenetevi, vecchi paesi, la vostra pompa storica, urlatela con le labbra silenti. Mandatemi le vostre masse stanche, povere e ammucchiate, anelanti a respirare libere, gli infelici rifiuti del vostro formicaio. Speditemi questi brulicanti senza casa. Io innalzo la mia fiaccola accanto alla porta dorata”. 

In conclusione, dice Preve, la resistenza da opporre a questo dispotismo ideocratico, di cosi basso conio, è doverosa. Ma la resistenza parte sempre e comunque dai singoli e dalla libera individualità, per arrivare alla aggregazione progressiva di individui che progressivamente prendono coscienza della sfida mortale che la ideocrazia imperiale porta alla loro identità. 

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