Barare con il barile – Di Bruno Pampaloni

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petrolio

Di Bruno Pampaloni

Islam e isl-amici? Perché l’ “Occidente” non può fare a meno di loro. Viaggio d’affari tra petrolio, arabi moderati e non. Ma il concetto di reciprocità non è un optional.

petrolioNel 2008 l’Arabia Saudita manteneva saldamente la posizione di primo produttore al mondo di petrolio con circa dieci milioni e mezzo di barili al giorno. L’Iran era quarto con quasi quattro milioni e trecentomila, gli Emirati Arabi ottavi con oltre tre milioni e il Kuwait decimo con circa due milioni e mezzo di barili al giorno. In termini di riserve, ai primi quattro posti si trovavano Arabia Saudita, Iran, Iraq e Kuwait con oltre 621 miliardi di barili. Gli Emirati seguivano al sesto posto e la Libia all’ottavo. Vero è che da più parti si parla di ciclo del petrolio ormai prossimo alla fine, tesi tuttavia controversa e smentita da altri analisti, da nuovi ritrovamenti di giacimenti offshore o riserve custodite peraltro a enormi profondità. Alcuni dei maggiori depositi di petrolio o gas recentemente scoperti si trovano in Brasile, nel Golfo del Messico e nella provincia canadese dell’Alberta. Tutte regioni, fortunatamente, a basso rischio geopolitico. Solo l’Alberta avrebbe riserve economicamente recuperabili da sabbie bituminose per circa 170 miliardi di barili. Senza contare i giacimenti del cosiddetto “tight gas” intrappolato sotto i rilievi delle Montagne Rocciose dell’Alberta o della British Columbia e che varierebbero tra i 40 e i 70 trilioni americani di piedi cubici. Certo, si tratta per la maggior parte di riserve più complesse e più costose da estrarre o da lavorare e non vi è dubbio che anche questo fatto contribuirà a stimolare investimenti in nuove fonti energetiche come le rinnovabili o il nucleare. Tuttavia la fine del ciclo del petrolio non sarà, se accadrà, questione di pochi anni. E, comunque, soprattutto il sistema dei trasporti e – per paesi come l’Italia – anche quello industriale sono tuttora fortemente dipendenti dalle importazioni di greggio. L’Italia non ha ancora fatto investimenti significativi in fonti alternative a petrolio, gas o carbone, dai quali dipende attualmente circa l’83% del consumo di energia primaria nazionale. Tanto che molte nostre imprese pagano l’energia elettrica circa il 30%-35% in più rispetto ai concorrenti europei. Cosa dedurre da tutto ciò? Che molti governi occidentali continueranno a dover fare i conti con i paesi arabo-islamici  dotati, come abbiamo visto, di ingenti riserve di idrocarburi facilmente estraibili, di grandi capacità di spesa e di attrazione degli investimenti stranieri. Si pensi per esempio che nel 2008 l’Arabia Saudita ha registrato un surplus record di 200 miliardi di dollari e che, solo per la realizzazione di King Abdullah Economic City, nel 2009 il governo di Riad ha stimato un’espansione globale capace di generare una spesa di circa 475 miliardi di dollari in cinque anni. E che il piccolo ma ricchissimo Kuwait, cronicamente incapace di gestire adeguatamente le proprie infrastrutture, ha un estremo bisogno di formazione gestionale, tecnica e della fornitura di sistemi complessi. Di fatto, pur in presenza di alcuni servizi medico-ospedalieri giunti a discreti livelli di qualità, dopo la prima Guerra del Golfo nell’emirato non è stato più fatto alcun programma di risanamento ambientale. Non a caso uno dei settori più interessanti per le imprese straniere. Né va trascurato che gli stati arabi del Golfo Persico potrebbero spendere circa 180 miliardi di dollari nei prossimi tre anni in Information and Communication Technology (ICT) o che, nello stesso periodo, gli utilizzatori di internet arabofoni e residenti nell’area Mena dovrebbero aumentare di quasi il 47%, raggiungendo così la cifra di 82 milioni di navigatori. Si tenga poi conto che Nord Africa e Medio Oriente sommano 337 milioni di abitanti e che molti di quei mercati sono considerati ancora vergini. E dunque, ça va sans dire, con grandi potenzialità di sviluppo. Il Golfo Persico è un importante area di sbocco  per le merci italiane. Secondo i dati rilasciati dall’Istituto nazionale per il Commercio Estero, nel 2008 gli Emirati Arabi Uniti hanno assorbito l’1,4% dell’intero export italiano piazzandosi al 16° posto nel mondo e prima del Giappone. I rilevamenti del primo semestre 2009 confermano la leadership degli Emirati tra i paesi arabi importatori di prodotti italiani, seguiti da Algeria, Arabia Saudita e Egitto. In conseguenza della recente crisi economica e finanziaria mondiale, le ultime statistiche mostrano peraltro una consistente diminuzione delle nostre esportazioni. Nei primi sei mesi del 2009 in Arabia Saudita si è registrato un calo generalizzato dell’intero export italiano (-21,8%).Tuttavia nel Golfo i grandi gruppi italiani continuano ad essere tra i protagonisti per la realizzazione di progetti infrastrutturali o legati all’oil & gas. Un solo esempio recente: nell’estate 2009 Tecnimont – in joint venture con la giapponese Japan Gas Corporation – si è aggiudicata ad Abu Dhabi un appalto da 4,7 miliardi di dollari per uno dei più grandi progetti chiavi in mano al mondo volto allo sviluppo di gas. Come è emerso in un recente convegno organizzato dalla Camera di Commercio di Milano “l’andamento economico dei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, dal Marocco alla Turchia, è in controtendenza rispetto a quello europeo. Tali Paesi, infatti, hanno avuto una crescita economica del 4/5% l’anno, tra il 2000 e il 2007, contro il 2% dell’Unione Europea e gli investimenti esteri in quei Paesi sono sestuplicati negli ultimi sette anni. A questo incremento si è accompagnato un significativo aumento dell’interscambio commerciale di beni e servizi… la Lombardia da sola realizza 1/3 di tutti gli scambi commerciali italiani col Mediterraneo.” Il mercato resta in definitiva l’ultimo (o unico) giudice sul tipo di relazioni che è lecito intrattenere in quelle aree del mondo ricche di petrolio e di gas. Regioni dove – in materia di diritti umani e di libertà personali – la quasi totalità degli stati adotta parametri abbastanza contrastanti con quelli democratici. E, spesso, addirittura incompatibili. D’altra parte il fatto che molti paesi islamici navighino su un mare di greggio e abbiano confermato investimenti colossali per modernizzare le proprie economie costringe le democrazie occidentali a un bagno di realpolitik. Scandalizzarsi sarebbe puerile prima che ridicolo. Senza peraltro dimenticare come sia un errore, politico e culturale insieme, considerare gli stati islamici un “Moloch” indifferenziato e resistente a ogni istanza sociale o refrattario ad aperture sui diritti umani. Vi sono pochi dubbi, per esempio, che fra l’Arabia Saudita e l’Oman le differenze restano enormi. In Arabia Saudita, infatti, ogni forma pubblica di pratica religiosa diversa dalla professione della fede islamica è severamente proibita e viene applicata una rigorosa interpretazione della legge coranica. Gli unici cui è consentito celebrare il proprio culto in forma riservata sono i residenti stranieri appartenenti al corpo diplomatico o i dipendenti di società occidentali. L’Oman ammette invece la libera professione dei credi religiosi e ha un sistema legislativo basato sul modello egiziano (che recepisce il codice napoleonico) sulla common law inglese e sulla legge islamica. E’ prevista poi la possibilità di appello al Sultano, un regnante noto per la sua formazione e i suoi orientamenti apertamente filo-occidentali. Anche Kuwait e Bahrein hanno elementi di Common Law britannica, con significativi apporti, certo, di norme islamiche. Che limitano sensibilmente molti diritti personali. Dopo essere succeduto al padre,  Hanad bin Isa Al Khalifa, sovrano del Bahrein, ha promosso notevoli riforme politiche tra le quali il rilascio di tutti i prigionieri politici, il diritto al voto per le donne e lo svolgimento di elezioni parlamentari. Anche in seguito a tali aperture la signora Houda Nonoo, appartenente alla minuscola comunità ebraica locale (stimata fra i 35 e i 50 individui) è diventata, nel maggio del 2008, ambasciatrice del Bahrein negli Stati Uniti. Aperture che, certo, sfatano alcuni pregiudizi sul mondo arabo, ma che, lungi dall’essersi consolidate come pratiche consuetudinarie, si segnalano per la loro eccezionalità. Perché affidate più che altro al volere dei regnanti o delle mutevoli élite al potere. Il fatto che l’Islam sia ormai “maturo” per un rapporto di rispetto (o di “tolleranza”) nei confronti del Cristianesimo e di altre confessioni religiose non può essere insomma spiegato con la  generalizzazione (spesso pretestuosa) di apprezzabili ma pur sempre isolati episodi. Nella sua maggioranza l’Islam resta sostanzialmente alieno dal concetto di reciprocità così come viene recepito nei Paesi occidentali. Per Alberto Rosselli “la reciprocità affonda le sue radici nella cultura ebraico-cristiana e trae ulteriore forza dall’evoluzione filosofica illuminista. Essa rappresenta essenzialmente una relazione fondata sul reciproco rispetto e sulla mutua assistenza tra gli uomini di diverso credo. La reciprocità deve pertanto rappresentare un concetto condiviso al di là delle differenze religiose. Per questo occorre combattere per fare sì che essa venga riconosciuta, senza ma e senza se, dai Governi dei Paesi Islamici”. Purtroppo non esiste alcun organo internazionale in grado di imporre il rispetto del concetto di reciprocità. Occorre tuttavia che gli Stati che si riconoscono in un’autentica cultura laica (ma non laicista) si battano perché ai propri concittadini residenti in tutti i Paesi musulmani venga riservato lo stesso trattamento goduto in Europa o negli Stati Uniti dai credenti di ogni confessione religiosa. E’ una lotta che andrebbe combattuta con grande fermezza e dispiego di mezzi anche se, nel merito, è tuttavia lecito nutrire qualche dubbio. Perché in Europa la secolarizzazione, la modernizzazione relativistica (talvolta perfino grottesca), la deriva scientista, la scristianizzazione filosofica della società capitalista hanno provocato  nel corso di questo ultimo secolo non solo un considerevole declino della fede e delle Chiesa in quanto istituzione ma anche un’alienazione dalle proprie radici greco-giudaico-cristiane. L’Europa non  è più un’ “autorità morale e ideale” capace di vincolare i popoli che la abitano a radici identitarie comuni a causa di un’opulenza materiale e spirituale per certi versi scandalosa. Una colpevole miopia ha spinto poi alcuni intellettuali militanti nel “campo occidentale” a non capire come quelle comuni radici dovessero comprendere anche la Russia. Una banalizzazione grave che – seppur spiegabile storicamente con una confrontation Est-Ovest proseguita anche dopo il crollo del Muro di Berlino – ha finito per alienare agli Stati accomunati dalle radici greco-giudaico-cristiane un potente alleato nella battaglia identitaria e confermare a Mosca il senso della sua eccezionalità in seno al Continente europeo. Né parte dell’Europa né fuori di essa. Mai stata (o non ancora) territorio dell’Occidente, mai stata (o non ancora) veramente Oriente.  Eppure anche a Mosca esiste la separazione fra il potere religioso e quello politico. Ed è in Russia che si è affermata “la Terza Roma” e anche presso i popoli slavi l’unità ideale dell’Impero Romano si è trasmessa grazie alla cultura greco-bizantina. In questa crisi dell’ “Occidente” è soprattutto l’Europa a brancolare nel buio. Meno gli Stati Uniti, che di quel patrimonio spirituale greco-giudaico-cristiano si sentono i veri depositari. Gli europei sembrano invece sempre più sbrindellati da un punto di vista morale perché incapaci di affrontare adeguatamente le complesse sfide che giungono dalla globalizzazione. Così, quando si oppone la “civiltà occidentale” a quella islamica si dimentica spesso che l’argomento migliore per dimostrare la sostanziale disparità fra le due culture deve basarsi, lo ribadiamo, sul concetto di reciprocità. Una spiegazione in punta di diritto capace di fronteggiare l’urto di alcune intelligenti, dotte seppur capziose obiezioni mosse da chi – negando all’Europa ogni unità linguistica, etnica, religiosa e geografica  – vuole sminuire la validità di un’identità europea e ogni virtù morale e intellettuale che deriverebbe dall’autorità di quelle radici comuni. Ma soprattutto una spiegazione “forte” di cui servirsi per frenare le rivendicazioni di quei musulmani residenti in Europa poco propensi a cedere alle legislazioni dei paesi che li ospitano la sovranità su alcune importanti questioni riguardanti i diritti personali. Di fatto, finché tutti gli stati islamici non rispetteranno il concetto di reciprocità in campo religioso non dovrebbe essere possibile con loro alcun dialogo costruttivo che riguardi, per esempio, la possibilità di edificare moschee o luoghi di culto sul territorio italiano. Senza per questo arroccarsi in una comprensibile ma irrazionale chiusura basata sulla paura della diversità religiosa o etnica. Paure inevitabili per ogni comunità minacciata dalla globalizzazione. Siano esse composte anche da Baschi o da Székely. E’ il relativismo che ci impedisce di avere un  rapporto “franco” con il mondo musulmano nel suo insieme o le troppo estese relazioni economiche con quel mondo hanno aperto una “falla identitaria” in quella che una volta si chiamava “cultura occidentale”? Di certo le crepe del “fronte democratico” (e nelle stesse istituzioni internazionali) sono note da tempo. Per esempio a partire dal 2003, quando la presidenza della Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani è stata affidata alla Libia. Nulla di cui stupirsi, in fondo. Non siamo tra quelli che spiegano le recenti crisi globali e perfino le politiche internazionali esclusivamente come conseguenze della lotta per il predominio energetico. Tuttavia è vero che l’invasione sovietica dell’Afganistan, la Prima e Seconda Guerra del Golfo, la lotta ai talebani e al terrorismo, il conflitto fra Georgia e Russia, la questione iraniana, il presidio americano della Penisola Arabica, le problematiche relazioni intra-islamiche sono in buona parte segnate da un “peccato originale” che si chiama energia. Che è alla base della conquista degli oleodotti nell’area del Caucaso, o dei Poli ricchi di materie prime sepolte sotto i ghiacci, che governa le guerre tutte ideologiche legate alle fonti alternative, ai biocarburanti o agli investimenti sul  nucleare. Perfino l’attuale fase recessiva è stata generata e drogata, almeno in parte, da una “bolla energetica, agricola e alimentare” senza precedenti.. Un “peccato originale” che è alla base di comportamenti quantomeno schizofrenici attuati da paesi produttori di petrolio (ma non solo) islamici e accettati senza troppo scandalo dai quelli democratici. Di fatto l’Europa e l’America del Nord non sono Paesi cristiani nel senso in cui molti paesi del Medio-Oriente, dell’Africa del Nord e dell’Asia centrale e meridionale risultano musulmani. Così, in una melassa relativista, lo scandalo è la norma. Normale è per esempio, come ci ricorda ancora Alberto Rosselli, che in “Iran, organismi e istituti cristiani siano stati chiusi per ordine del governo e sia stata proibita la vendita di Bibbie in persiano.” O, ancora, che “in Sudan si sia  tentato di imporre la legge della Shari’a e l’uso dell’arabo ai cristiani del sud del paese e in Malesia siano sono proibite le traduzioni della Bibbia”. Infine il Pakistan. Dove è stata introdotta “una legge che punisce con la morte la diffamazione del Profeta, una legge usata da alcuni musulmani per regolamenti di conti personali nei confronti di molti cristiani tanto da rendere estremamente pericolosa ogni affermazione pubblica di cristianità”.

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