Rilevanza della fede nella costruzione della vita etica e sociale – Di Emilio Artiglieri

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enciclica caritas in veritate

Di Emilio Artiglieri

enciclica caritas in veritateNon ogni fede produce gli stessi effetti nella vita etica e sociale.
Su questo punto è stato molto esplicito Benedetto XVI nell’Enciclica Caritas in Veritate, dove ha, tra l’altro, messo in evidenza che, mentre, ad esempio, “la Rivelazione cristiana sull’unità del genere umano presuppone una interpretazione metafisica dell’humanum in cui la relazionalità è un elemento essenziale”, non mancano “atteggiamenti religiosi e culturali in cui non si assume pienamente il principio dell’amore e della verità e si finisce così per frenare il vero sviluppo umano o addirittura per impedirlo. Il mondo di oggi – continua il Papa – è attraversato da alcune culture a sfondo religioso, che non impegnano l’uomo alla comunione, ma lo isolano nella ricerca del benessere individuale, limitandosi a gratificarne le attese psicologiche. Anche una certa proliferazione di percorsi religiosi di piccoli gruppi o addirittura di singole persone, e il sincretismo religioso possono essere fattori di dispersione e di disimpegno…….Contemporaneamente – continua il Papa –  permangono talora retaggi culturali e religiosi  che ingessano la società in caste sociali statiche, in credenze magiche  irrispettose della dignità della persona, in atteggiamenti di soggezione a forze occulte. In questi contesti, l’amore e la verità trovano difficoltà ad affermarsi, con danno per l’autentico sviluppo. Per questo motivo, se è vero, da un lato che lo sviluppo ha bisogno delle religioni e delle culture di diversi popoli, resta pur vero, dall’altro, che è necessario un adeguato discernimento. La libertà religiosa non significa indifferentismo religioso e non comporta che tutte le religioni siano uguali. Il discernimento circa il contributo delle culture e delle religioni si rende necessario per la costruzione della comunità sociale nel rispetto del bene comune soprattutto per chi esercita il potere politico. Tale discernimento dovrà basarsi sul criterio della carità e della verità” (n. 55).
Sono due i criteri che, in qualche modo, ci aiutano a distinguere la Fede cattolica dalle altre fedi o credenze, con riferimento all’influsso sulla vita etica e sociale.
Il primo criterio è quello dell’apertura alla razionalità.
E’ questo un tema particolarmente caro a Benedetto XVI e che caratterizza il suo Magistero, a partire dal celebre discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006, in cui ricordava il dialogo tra Manuele II Paleologo, imperatore bizantino, e un persiano colto.
Spiegava l’Imperatore: “non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio”.
Tale principio è alla base dell’incontro tra la fede biblica e il pensiero greco, incontro che rappresenta proprio quell’equilibrio cattolico che, avvalendosi anche del patrimonio di Roma, ha creato l’Europa e – notava il Papa – “rimane il fondamento di ciò che, con ragione, si può chiamare Europa”.
Il Papa, riprendendo l’insegnamento di Manuele II Paleologo, aveva evidentemente di mira l’Islam, in cui la figura di Dio appare sganciata da qualsiasi limite, anche intrinseco, e quindi pure dalla categoria della ragionevolezza.
Secondo la teologia islamica, “Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l’uomo dovrebbe praticare anche l’idolatria”.
Questo rifiuto del criterio di ragionevolezza a favore di una volontà pura, assoluta non è proprio solo dell’Islam, ma in qualche misura si è introdotto anche nel pensiero cristiano, ad esempio in certe correnti volontaristiche medievali
Con la riforma protestante iniziava poi la prima tappa della cosiddetta richiesta di deellenizzazione del Cristianesimo (spogliare il Cristianesimo della veste del pensiero greco).
La seconda tappa si aveva con la teologia liberale del XIX e del XX secolo, mentre la terza tappa è quella attualmente diffusa, e che vorrebbe una nuova inculturazione nei diversi contesti ambientali.
Il Papa ci ricorda invece come nella stessa formazione del Nuovo Testamento sia imprescindibile l’apporto della cultura, o per meglio dire, dello spirito greco.
Il rapporto equilibrato tra Fede e ragione umana porta ad evitare gli scogli di un duplice estremismo, del fondamentalismo da una parte e del laicismo dall’altra.
Riprendendo ancora dalla Caritas in Veritate, troviamo affermato che “nel laicismo e nel fondamentalismo si perde la possibilità di un dialogo fecondo e di una proficua collaborazione tra la ragione e la Fede religiosa. La ragione ha sempre bisogno di essere purificata dalla Fede, e questo vale anche per la ragione politica, che non deve credersi onnipotente. A sua volta, la religione ha sempre bisogno di venire purificata dalla ragione per mostrare il suo autentico volto umano. La rottura di questo dialogo comporta un costo molto gravoso per lo sviluppo dell’umanità” (n. 56).
Una ragione che non sia illuminata dalla Fede è una ragione ridotta, impoverita, immiserita, così come una religione senza il controllo della ragione porta alla violenza ed al fanatismo.
Uno dei racconti più noti “La croce azzurra” si conclude con un dialogo interessante tra il ladro Flambeau e Padre Brown.
Alla domanda del primo, su come avesse potuto riconoscere che, nonostante il travestimento, non era un vero sacerdote, ma appunto un ladro, Padre Brown rispose: “ha attaccato la ragione. E questa è cattiva teologia”.
Ricordiamo sempre, cari amici, che chi attacca la ragione fa una cattiva teologia.
E comunque fa una teologia non cattolica.
Qualche anno fa è uscito un libro di un noto sociologo Rodney Stark, intitolato: “La vittoria della ragione”, con il sottotitolo “Come il Cristianesimo ha prodotto libertà, progresso e ricchezza”.
Nonostante una certa semplificazione, è assolutamente condivisibile la tesi fondamentale del libro secondo cui “se il successo dell’Occidente si fonda sulle vittorie della ragione, allora l’ascesa del Cristianesimo fu senza dubbio l’evento più importante della storia europea. Fu infatti la Chiesa a dare costante testimonianza del potere della ragione e della possibilità di progresso, secondo il principio che ‘potremo un giorno’……” (p. 62).
Questa espressione: “lo potremo un giorno” è tratta da una più ampia citazione agostiniana: Sant’Agostino osservava che, nonostante ci fossero “verità concernenti la dottrina della salvezza che non possiamo ancora comprendere con la ragione…… lo potremo un giorno” (p. 31).
Con ciò egli sottolineava la possibilità del progresso teologico, ma Sant’Agostino riconosceva anche la possibilità del progresso terreno e materiale: “le grandiose e innumerevoli arti scoperte e utilizzate dall’ingegno umano, in parte per le sue necessità, in parte per mero piacere sono tutte testimonianze della straordinaria capacità e della bontà naturale della mente fornita di ragione” (La città di Dio,  libro 22, cap. 24).
Rodney Stark, dopo aver passato in rassegna il pensiero di vari teologi (oltre Sant’Agostino, San Tommaso d’Aquino ed altri minori), osserva che “il cristiano immagina Dio come un essere razionale che crede nel progresso umano e che rivela se stesso più a fondo quando gli uomini acquistano la capacità di capire meglio. Inoltre, dal momento che Dio è un essere razionale e l’universo è la sua personale creazione, esso possiede necessariamente una struttura razionale, legittima e stabile che attende maggiore comprensione umana. Questa fu la chiave di molte imprese intellettuali, tra cui la nascita della scienza” (p. 34).
Qui ci troviamo di fronte ad una prima grande manifestazione della rilevanza della Fede cristiana nella vita culturale, ma di riflesso anche sociale: ossia la nascita della scienza moderna.
In effetti, la vera scienza si è sviluppata solo in Europa: la Cina, il mondo islamico, l’India, l’antica Grecia e l’Antica Roma avevano una alchimia molto avanzata, ma solo in Europa l’alchimia si evolvette in chimica.
Allo stesso modo molte società svilupparono elaborati sistemi di astrologia, ma solo in Europa l’astrologia condusse all’astronomia.
Le idee fondamentali, che consentirono la nascita della scienza nell’Europa cristiana e in nessun altro luogo, si possono così riassumere: la natura esiste perché è stata creata da Dio. Per amare ed onorare Dio, è necessario apprezzare a fondo le meraviglie del suo operato. Essendo Dio perfetto, il suo Creato funziona secondo principi immutabili, principi che dovrebbe essere possibile scoprire utilizzando appieno i poteri della ragione e della osservazione che Dio ci ha donato (cfr. p. 49).
Nello stesso senso si esprime Francesco Agnoli in un suo recente libro (“Perché non possiamo essere atei”, PIEMME-2009): “già Sant’Agostino – scrive Agnoli – con le sue considerazioni, compie un passaggio decisivo: se Dio è autore, trascendente, del mondo, e non è parte del mondo, ciò significa che magia e astrologia, in quanto fondate sull’animismo, e il politeismo panteista sono solo superstizioni irrazionali e deprecabili. Proprio in questa de-divinizzazione del mondo, nell’idea cioè che l’universo sia una ‘creatura’ e non un insieme di divinità, si colloca l’origine del pensiero scientifico, cioè la convinzione che il cosmo sia studiabile, indagabile, conoscibile, secondo la ragione, come un ‘orologio’, una mundi machina (Grossatesta), e non come un ‘grande animale’ divino (greci e neoplatonici)” (p. 104).
Antonio Zichichi, nel suo recente libro, Galilei Divin Uomo, ci ricorda che la scienza non è stata scoperta da un ateo, la scienza nasce a casa nostra, quando Galileo Galilei dice: “voglio cercare nella pietra le impronte del Creatore”, dove per “impronte del Creatore” intende le leggi fondamentali della natura. Sino a quel momento nessuna persona al mondo, di nessuna civiltà e di nessuna cultura aveva scoperto una sola legge fondamentale della natura. Così nasce la scienza: per un atto di fede in Colui che ha fatto il mondo.
Che il cristianesimo sia all’origine della scienza moderna e della sua applicazione lo si evince, d’altra parte, anche dalle critiche dei suoi oppositori, degli ambienti ecologisti, animalisti e verdi.
CittàAgnoli ricorda come uno dei maestri di questi movimenti, Lynn White, abbia accusato apertamente il cristianesimo di essersi imposto sul paganesimo, considerato molto più rispettoso della natura (in quanto divinizzata), proprio tramite l’invenzione della scienza e delle tecniche moderne (cfr. p. 107).
Si tratta di concetti oggi spesso ricorrenti nella cosiddetta galassia ecologista, che vorrebbe eguagliare diritti umani e diritti animali, a tutto vantaggio dei secondi.
Ma i meriti – perché, con buona pace di ecologisti ed animalisti, tali sono per noi –  di una teologia razionale, propria del Cristianesimo e – ribadiamo – soprattutto del Cattolicesimo, non sono confinati alle scienze.
Il Cristianesimo infatti ha esercitato ed esercita un determinante influsso nel concepire la natura umana e nell’affrontare le questioni della morale.
Tra queste spiccano proposizioni riguardanti i diritti fondamentali dell’uomo, come la libertà.
Rodney Stark ha sottolineato che “l’idea occidentale di individualismo (inteso come rivendicazione della dignità della singola persona, in opposizione al collettivismo ed al fatalismo) fu sostanzialmente una creazione cristiana” (p. 52).
Sin dagli albori, il Cristianesimo ha insegnato che il peccato è una questione personale, che non appartiene in modo principale al gruppo, ma ciascun individuo deve occuparsi della propria salvezza.
Nulla è più significativo della dottrina del libero arbitrio, che trova una icastica espressione in un dialogo di una tragedia di Shakespeare, Giulio Cesare, dialogo in cui Cassio dice a Bruto: “la colpa, caro Bruto, non è delle nostre stelle, ma di noi stessi”.
Se la colpa è “di noi stessi”, ciò avviene perché crediamo di avere la possibilità di scegliere, e la responsabilità di scegliere bene.
A differenza dei greci e dei romani, le cui divinità mancavano notevolmente di virtù e non si preoccupavano della cattiva condotta degli umani, il Dio cristiano è un giudice che premia la “virtù” e punisce il “peccato”.
Una tale concezione di Dio è incompatibile con il fatalismo.
Insinuare il contrario significherebbe incolpare Dio dei propri peccati.
L’ammonizione: “va e non peccare più” sarebbe assurda se noi fossimo prigionieri del nostro fato.
Il Cristianesimo si fonda piuttosto sulla dottrina secondo la quale gli uomini sono dotati della capacità e, di conseguenza della responsabilità di determinare le loro azioni.
Ciò non contrasta con la dottrina secondo la quale Dio conosce in anticipo quali scelte faremo.
Scrive Sant’Agostino: “affermiamo la conoscenza in Dio di ogni cosa prima che accada, e la libera volontà delle nostre azioni”
Insomma  Dio sa come decideremo di agire liberamente, ma Egli non interferisce.
Per questo rimane a noi la scelta tra la virtù e il peccato.
Molto bello è il concetto espresso da San Tommaso d’Aquino, secondo cui l’uomo “può anche dirigere e governare i propri atti. Dunque la creatura ragionevole partecipa alla Divina Provvidenza non solo in quanto ne è governata, ma anche in quanto governa” (Somma contro i Gentili, libro 3, cap. CXIV).
Se alla base della dignità dell’uomo, del singolo uomo, vi è la sua stessa natura di creatura ragionevole e libera, sappiamo che questa dignità è stata ancor più elevata dall’Incarnazione, dalla Redenzione e dalla Grazia.
Come recitiamo nel simbolo niceno-costantinopolitano, il Credo, il Figlio di Dio si è fatto uomo “propter nos homines et propter nostram salutem”.
Come spiegava il Cardinale Siri “si è fatto uomo anche per ‘noi singoli’, perché è detto che è venuto ‘per la nostra salvezza’, e la salvezza è un fatto anzitutto personale, ossia dei singoli. Lo scopo – non ultimo – di questa divina avventura, la quale colla Incarnazione porta ineffabili altre meraviglie, investe dunque ogni singolo uomo. Poi anche la comunità. Il dito di Dio, stupendo ed eterno donatore, nel fatto più grande della storia umana ed impegnando il corteggio di tutti i fatti, è puntato sul singolo uomo.
Ogni singolo uomo è un mondo.
Se Dio ha fatto così, deve assolutamente rispettarsi la persona umana…..Il principio del rispetto alla persona umana si erge e si impone all’assoluto rispetto” (La strada passa per Cristo, p. 22).
La dignità della persona è collegata alla sua autonomia, ossia innanzitutto alla distinzione da quello che non è essa.
Scrive ancora il Cardinale Siri: “può pensare, volere, sentire – salva la dipendenza da Dio Creatore e conservatore – in modo indipendente da qualsivoglia altro essere” (p. 22).
Dalla autonomia della persona discendono tra le altre conseguenze la libera iniziativa e il diritto di proprietà: infatti “la libertà che, senza ombra di dubbio, compete alla persona umana, si riduce ad una invereconda beffa, allorchè nel soddisfacimento dei suoi bisogni, nella cultura delle sue indefinite possibilità un uomo deve dipendere come un orfano in un collegio dal volere e dalla grazia altrui in modo abituale ed irreformabile. La libertà non sussiste senza proprietà e per salvare libertà e personalità, bisogna salvare la proprietà” (p. 23).
La persona umana, come è descritta dalla ragione e dalla Rivelazione divina, mette dei chiari limiti – così ancora insegnava il Cardinale Siri – a tutte le altre istituzioni umane, la famiglia, le società intermedie, lo stato.
“L’autorità della famiglia deve anche con forza condurre l’uomo, lo deve difendere dalla sua stessa debolezza anche nel modo più energico, ma non deve irragionevolmente mortificarlo……Se la famiglia non può irragionevolmente mortificare l’uomo, tanto meno lo possono fare le società intermedie, siano esse commerciali, culturali, sociali o politiche”.
Ugualmente, “lo Stato non può mai diventare un tiranno e peggio un mortificatore e distruttore della persona umana e di quanto è necessario perché essa sia rispettata come tale”.
Non possiamo sviluppare tutte le conseguenze che sul piano sociale discendono dal rispetto della persona umana, ma penso che non sia difficile per ciascuno di voi coglierle adeguatamente, ad esempio nei rapporti di lavoro ed in generale nell’economia.
Da quanto detto, o meglio solo necessariamente accennato, si può comprendere il fondamento di quanto osserva l’attuale Arcivescovo di Monaco, Rehinard Marx, nel suo Il Capitale (Rizzoli 2009), “scegliere di credere è una questione privata. Ma è nel contempo una decisione di interesse pubblico molto elevato, così come lo è la decisione di formare una famiglia e di improntare la propria esistenza a determinate regole morali.
Naturalmente lo Stato non deve governare con la Bibbia in mano. Ma non deve essergli indifferente il fatto che ci siano persone che credono in Dio. Non è irrilevante per lo Stato e la società se si crede che l’uomo abbia una dignità che non si è creato da sé, che c’è un futuro, che non tutto è nelle mani dell’uomo. Non è una cosa di poco conto che ciò venga annunciato e che vi si creda” (p. 59).
Abbiamo visto qualcosa circa il primo criterio distintivo della Fede cristiana, ossia l’apertura alla razionalità, o meglio alla dignità razionale della persona umana, elevata dalla Grazia.
Ma esiste un altro grande criterio, ossia quello della carità.
E’ lo stesso Benedetto XVI a unire questi due criteri quando nel discorso tenuto a Verona in occasione del IV Convegno Ecclesiale Nazionale ha detto: “la forte unità che si è realizzata nella Chiesa nei primi secoli tra una Fede amica dell’intelligenza (ecco il primo criterio) e una prassi di vita caratterizzata dall’amore reciproco e dall’attenzione premurosa ai poveri ed ai sofferenti (ecco il secondo criterio) ha reso possibile la prima grande espansione missionaria del Cristianesimo nel mondo ellenistico-romano. Così è avvenuto anche in seguito, in diversi contesti culturali e situazioni storiche. Questa rimane la strada maestra per l’Evangelizzazione: il Signore ci guida a vivere questa unità tra verità e amore nelle condizioni proprie del nostro tempo, per l’Evangelizzazione dell’Italia e del mondo di oggi”.
Per il Papa quindi esiste, come in effetti è storicamente esistita e deve continuare ad esistere, una forte unità tra questi due aspetti, ossia una Fede amica dell’intelligenza, una Fede amica della ragione, e una prassi di vita caratterizzata dalla carità.
Anche sotto quest’ultimo aspetto possiamo cogliere la rilevanza del Cattolicesimo nella costruzione della vita sociale.
Al tema della carità, come ben sapete, Benedetto XVI ha dedicato la sua prima Enciclica, Deus Caritas est.
In essa si spiega che “tutta l’attività della Chiesa è espressione di un amore che cerca il bene integrale dell’uomo: cerca la sua evangelizzazione mediante la Parola e i Sacramenti, impresa tante volte eroica nelle sua realizzazioni storiche; e cerca la sua promozione nei vari ambiti della vita e dell’attività umana” (n. 19).
Secondo il Pontefice, l’amore del prossimo, radicato nell’amore di Dio è anzitutto un compito per ogni singolo fedele, ma anche un compito per l’intera comunità ecclesiale, e questo a tutti i suoi livelli: dalla comunità locale alla Chiesa particolare fino alla Chiesa universale nella sua globalità…..conseguenza di ciò è che l’amore ha bisogno anche di organizzazione quale presupposto per un servizio comunitario ordinato” (n. 20).
Circa questo servizio ben ordinato, il Papa ne vede la prima realizzazione nell’istituzione dell’ufficio diaconale di cui parlano gli Atti degli apostoli, con la designazione di sette uomini, “pieni di Spirito e di saggezza” (At. 6,1-6).
Abbiamo così la “diaconia” come servizio dell’amore del prossimo esercitato comunitariamente e in modo ordinato.
Il Papa giunge ad affermazioni molto forti su cui dovremo riflettere: “praticare l’amore verso le vedove e gli orfani, verso i carcerati, i malati e i bisognosi di ogni genere appartiene all’essenza della Chiesa tanto quanto il servizio dei Sacramenti e l’annuncio del Vangelo. La Chiesa non può trascurare il servizio della carità così come non può tralasciare i Sacramenti e la Parola” (n. 22).
La premura dei cristiani verso ogni genere di bisognosi suscitava la meraviglia dei pagani, come racconta Tertulliano, e addirittura, con Giuliano l’Apostata, un tentativo di concorrenza, di emulazione proprio su questo piano.
La storia della Chiesa ci indica come non siano mai mancati splendidi esempi di realizzazione dell’attività caritativa, ad esempio con le grandi strutture di accoglienza, di ricovero e di cura sorti accanto ai Monasteri, con le ingenti iniziative di promozione umana e di formazione cristiana, destinate innanzitutto ai più poveri, di cui si sono fatti carico dapprima gli Ordini monastici e mendicanti e poi i vari Istituti religiosi maschili e femminili.
Pensiamo alla luce che all’interno della storia hanno portato i cosiddetti santi della carità sociale: Francesco d’Assisi, Ignazio di Loyola, Giovanni di Dio, Camillo de Lellis, Vincenzo de Paoli, Luisa de Marillac, Giuseppe B. Cottolengo, Giovanni Bosco, Luigi Orione, Teresa di Calcutta e tanti altri meno noti ma davanti a Dio forse non meno grandi.
Lo slancio di dedizione al servizio dei poveri e degli ammalati che percorre tutta la storia della Chiesa trova il suo principale impulso senz’altro nell’esempio di Cristo che si è fatto uomo e ha dato la vita per noi, ma c’è un altro aspetto che deve essere evidenziato: la cura del corpo umano è frutto di una nuova visione teologica dello stesso, portata dal Cristianesimo e che – come ben spiega Francesco Agnoli nel suo libro citato – rompe i ponti “con la visione negativa della materia, presente nel mondo greco……occorreva che il corpo divenisse il tempio di Dio stesso, destinato alla resurrezione eterna. Una delle grandi rivoluzioni del Cristianesimo è consistita proprio nel proporre un Dio che prende carne, un Dio che si incontra ‘materialmente’ con l’uomo, tramite l’Eucarestia, e tramite il rapporto con gli altri uomini in carne ed ossa” (p. 265).
Sappiamo che per Platone, per la cultura greca il corpo era essenzialmente prigione: il mondo pagano non riusciva a comprendere la resurrezione dei corpi e proprio su questo punto, come ricorderete, si interruppe il dialogo di San Paolo all’Areopago.
La valorizzazione del corpo introdotto dal Cristianesimo era comunque mantenuta in un rapporto di grande equilibrio con la dimensione spirituale, con l’anima.
Questo equilibrio ha portato all’epopea della carità medioevale e controriformista, creatrice unica ed originale dell’istituzione ospedaliera.
Oggi purtroppo questo equilibrio, a livello di cultura generale, si è rotto e siamo passati ad un vero e proprio materialismo che trascura la componente spirituale.
Il corpo viene esaltato nella ricerca di una perfezione sempre maggiore, nel culto dell’immagine e dell’apparenza, nella ricerca di tutte le possibili modalità per essere sani, belli, fisicamente ‘felici’.
Contemporaneamente l’attenzione morbosa al corpo genera ansia, complessi, difficoltà ad accettarsi così come si è, e crescono patologie come l’anoressia, la bulimia e addirittura la tendenza a lacerare e ferire il proprio corpo, oppure a deturparlo con piercing e tatuaggi.
Anima e corpo vengono nuovamente scissi ed entrano in conflitto tra loro: si pensi all’idea del gender, che separa sessualità biologica e sessualità culturale; al transessualismo e a tanti altri fenomeni che la cronaca ci riporta.
Prima di lasciare il tema della carità, vorrei ricordare un’obiezione che ogni tanto ricorre e che lo stesso Papa cita nella sua Enciclica Deus Caritas est, ossia l’affermazione secondo la quale le strutture giuste renderebbero superflue le opere di carità (n. 28).
In realtà, come spiega il Papa, l’amore “sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo. Ci sarà sempre sofferenza che necessita di consolazione e di aiuto. Sempre ci sarà solitudine……Lo Stato che vuole provvedere a tutto, che assorbe tutto in sé, diventa in definitiva un’istanza burocratica che non può assicurare l’essenziale di cui l’uomo sofferente – ogni uomo – ha bisogno: l’amorevole dedizione personale…..Questo amore non offre agli uomini solamente un aiuto materiale, ma anche ristoro e cura dell’anima, un aiuto spesso più necessario del sostegno materiale” (n. 28).
Insomma, l’uomo, al di la della giustizia ha e avrà sempre bisogno dell’amore.
La rilevanza della Fede cristiana nella vita etica e sociale passa attraverso questi due aspetti fondamentali del progresso di evangelizzazione di ieri di oggi e di sempre, aspetti peraltro strettamente connessi: la proposizione di una Fede amica della ragione, dell’intelligenza, che valorizzi la dignità della concreta persona umana, creatura libera e razionale, redenta dal sacrifico del Figlio di Dio, e la pratica della carità, cuore che sa vedere e provvedere a tutti i bisogni, materiali e spirituali, qui e ora, senza la folle pretesa ideologica di instaurare un “mondo nuovo”, una “città futura”.
Sono questi i pilastri di una civiltà degna dell’uomo, alla cui costruzione, o meglio ricostruzione, tutti possiamo e dobbiamo collaborare.

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