Eluana Englaro: dieci anni dopo – di Paolo Gulisano

Dieci anni fa, il 9 febbraio del 2009, si spegneva in una clinica di Udine Eluana Englaro.  A portarla a morte era stata la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione decretati da una sentenza giudiziaria che fece enorme scalpore. A chiedere che si arrivasse a questo fu il padre, Giuseppe Englaro. “Con Eluana io avevo fatto un patto e l’ho rispettato . Ho rispettato e onorato la parola che avevo dato a mia figlia”. Così affermò il genitore, facendo riferimento a delle presunte affermazioni fatte anni prima dalla giovane Eluana di fronte alla vicenda di un coetaneo che era rimasto vittima di un incidente che lo aveva portato in un letto di ospedale. “Meglio morire che vivere così”. Questa frase sarebbe in seguito costata la vita alla giovane lecchese, perché per anni Giuseppe Englaro si impegnò con tutti i suoi mezzi perché questa presunta volontà della figlia fosse realizzata. Un incredibile patto di morte, senza testimoni, senza firme, (siamo molto lontani dalle cosiddette “dichiarazioni di fine vita”) un patto di sangue e onore, come nelle più cupe tragedie pagane. Un patto faustiano tra un’adolescente che – forse –  si lascia sfuggire qualche battuta sull’inopportunità di vivere da invalidi, e uno strano padre pronto a cogliere in quelle frasi di diciassettenne una volontà testamentaria.

Sembra tutto assurdo, eppure è proprio a causa di questo patto segreto che Eluana andò incontro alla morte per fame e sete.  Una situazione in cui si fece passare per morte “naturale” la morte per sete e per mancanza di nutrimento, che tutto è fuorchè “naturale”.  Una situazione in cui si dà a un tutore, autorizzato dalla legge a intervenire su quelli che sono i beni disponibili di un incapace, la possibilità di decidere della sopravvivenza del tutelato, come se la vita non fosse (per la nostra Costituzione, non per motivi confessionali) il bene indisponibile per eccellenza.

Eppure dieci anni fa ci fu chi parlò di una “vittoria  dello Stato di diritto.” Quale diritto? Quello di smettere di alimentare una donna, quello di lasciare che la sua vita se ne vada piano, che si spenga come un lume acceso che ostinatamente ripete che la vita c’è? Fu una sentenza che volle acconsentire ad una richiesta di soppressione di un essere umano, ultima espressione dell’ ideologia del potere dell’uomo sull’ uomo, del forte sul debole. Un sedicente “diritto” che non è contemplato nella Costituzione. Portare a morte una persona, solo perché malata o disabile o incosciente, é una pratica inaccettabile in ogni paese che voglia continuare a rientrare nel novero di quelli civili.  La morte di Eluana avvenne in un clima strano, quasi rassegnato. La politica intervenne in modo molto tardivo, quando era ormai troppo tardi. Forse perché in quello che era ormai “un caso”, si andava al di là della vicenda personale e familiare, per farne un nuovo paradigma. Il filosofo laicista Mori scrisse un librto emblematico, parlando del “caso Englaro” come di una nuova “Porta Pia”, ovvero  l’invasione di Roma del 1870 e la fine del potere temporale dei Papi. Quello che Mori invece chiedeva era nientemeno che la fine della Medicina Ippocratica, la medicina millenaria fondata sul principio del rispetto della vita umana sempre e comunque. Cosa dice infatti questo giuramento scritto da un medico greco vissuto 2.500 anni fa? 

Sceglierò’ il regime per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, e mi asterrò dal recar danno e offesa. Non somministrerò a nessuno, neppure se richiesto, alcun farmaco mortale, e non prenderò mai un’ iniziativa del genere; e neppure fornirò mai a una donna un mezzo per procurare l’aborto. Conserverò pia e pura la mia vita e la mia arte. 

Questa è la Medicina Ippocratica che per Mori doveva finire, grazie al Caso Englaro. Non è difficile intuire perché. Nei principi deontologici delineati dal Padre della Medicina si afferma che la vita umana non è un bene disponibile. Non è lecito l’aborto, né l’eutanasia, né il suicidio assistito. Principi di etica naturale, preesistenti allo stesso Cristianesimo. 

La vicenda di Eluana Englaro fu dunque uno degli episodi cruciali di quella guerra che da anni si combatte per distruggere l’idea di sacralità della vita.  Una guerra dove si devono sconvolgere paradigmi scientifici e morali, utilizzando i mezzi della moderna propaganda ideologica. Da questo punto di vista fu notevole l’operazione di manipolazione che la stessa Eluana dovette subire.  Della ragazza infatti venivano mostrate in pubblico, sui Media, solo le foto della sua adolescenza, quasi a voler dare l’idea che quella, e solo quella, era Eluana. Mostrare la donna malata, come si trovava realmente, non un “vegetale”, ma una persona che aveva gli occhi aperti, che non era attaccata ad alcuna macchina, nelle condizioni di inferma amorevolmente assistita, sarebbe servito a comprendere meglio la situazione, a far vedere che era una persona viva, non un essere in stato terminale la cui esistenza considerata inutile doveva avere termine.

Naturalmente i legali di parte lo rifiutarono, adducendo che si trattava di violazione della privacy. Si pretese che Eluana scomparisse alla vista, venisse rimossa, in un modo poi strettamente privato. Fu dunque un uso strategico delle immagini, tipico dei casi eticamente sensibili: basti pensare al caso-Welby: non passava giorno che fossero mostrate le sue immagini a letto, con inquadrature che insistevano sulle macchine, sui cavi, per indurre negli spettatori la convinzione di un’artificiosità di tale tipo di vita. Per Eluana invece il contrario: nessuna immagine, anche perché la donna non è attaccata a nessuna macchina, non ha alcun supporto: è un’invalida in carrozzina, come migliaia di persone ammalate, diversamente abili, o anziani. Vedere Eluana avrebbe toccato il cuore a molte persone e avrebbe potuto suscitare un vasto movimento di solidarietà.  “Ogni singolo paziente, anche quello inguaribile, porta con sé un valore incondizionato, una dignità da onorare, che costituisce il fondamento ineludibile di ogni agire medico. Il rispetto della dignità umana, infatti, esige il rispetto incondizionato di ogni singolo essere umano, nato o non nato, sano o malato, in qualunque condizione esso si trovi. In questa prospettiva, acquista rilevanza primaria la relazione di mutua fiducia che si instaura tra medico e paziente. Grazie a tale rapporto di fiducia il medico, ascoltando il paziente, può ricostruire la sua storia clinica e capire come egli vive la sua malattia. E’ ancora nel contesto di questa relazione che, sulla base della stima reciproca e della condivisione degli obiettivi realistici da perseguire, può essere definito il piano terapeutico: un piano che può portare ad arditi interventi salvavita oppure alla decisione di accontentarsi dei mezzi ordinari che la medicina offre.”

Così scrisse papa Benedetto XVI.  Una affermazione che va ben oltre la stessa dottrina cattolica, per sottolineare i fondamenti umani e naturali di una cultura della vita. Non è frutto di dogma religioso, bensì di saggezza civile l’impedire che attraverso il “testamento biologico” a cui i sostenitori della soppressione di Eluana volevano che si arrivasse, si affermino nella nostra società forme di liceizzazione dell’eutanasia che verrebbero a coincidere con l’obbligo di assistenza all’esecuzione di suicidi, rovesciando non solo i nostri attuali principii morali, ma anche le vigenti pratiche giuridiche. La Chiesa aveva dunque tutto il diritto d’intervenire attraverso il suo magistero a guidare i fedeli e quindi, tramite l’esercizio dei loro diritti, a indirizzarne le scelte morali.  Tutto ciò appartiene a pieno titolo alle regole di una sana democrazia: e non c’è ingerenza che tenga.

Tuttavia, già dieci anni orsono, non ci fu la necessaria determinazione in molte parti del mondo cattolico a sostenere il diritto alla vita e alla cura propugnato dallo stesso pontefice. Molte voci si fecero flebili e impaurite. Così, potè avvenire questa tragedia, che – come abbiamo detto- doveva rappresentare l’inizio di una rivoluzione morale, per aprire la strada a nuove forme di tirannia “umanitaria” o “eugenetica” sulla vita e sulla morte. La storia dei dieci anni trascorsi ci conferma proprio questa precisa volontà ideologica di “utilizzare” il “caso Englaro”. Più volte la vicenda della povera ragazza è stata evocata per giustificare le richieste di una normativa sul fine vita, sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, che peraltro Eluana non fece mai, se non a livello di battuta.

Dobbiamo tuttavia anche constatare con soddisfazione che l’effetto-valanga che i fautori dell’eutanasia si attendevano non c’è stato. Non abbiamo più assistito al triste spettacolo di un genitore che ricorre ad avvocati, giornalisti e quant’altro per richiedere che un figlio malato o disabile venga soppresso. E’ un dato davvero incoraggiante: significa che la cultura della morte non ha ancora vinto, che secoli di cultura dell’assistenza medica costruita da persone  che hanno dedicato la propria vita a prendersi cura di chi soffre non è venuta meno. Medici, ma anche infermieri, o altre figure che fin dall’antichità praticarono in modo eroico, fino alla santità, l’arte del guarire, hanno da sempre cercato di rispondere al bisogno di aiuto, di sostegno, di cura che viene dalla persona malata. La Medicina che da Ippocrate in poi riconosce la sacralità di ogni vita.  La straordinaria missione della Medicina inscritta nel cuore dell’uomo, e che i fautori della cultura di morte non sono riusciti ad abbattere, e che bisogna continuare a sostenere. Sarà così che Eluana Englaro non sarà morta invano. 

10 commenti su “Eluana Englaro: dieci anni dopo – di Paolo Gulisano”

  1. Vi segnalo che “Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo.”
    non è più presente nella versione ‘moderna’ del giuramento da parecchio tempo.
    Ormai è un giuramento contraffatto….

  2. Dunque, quell’Englaro, invece di fare da spalla in tv all’ogni giorno peggiore Enrico Mentana per propagandare l’eutanasia, non dovrebbe trovarsi altrove?

    1. Se non si convertiranno,per queste persone ci sarà una galera peggiore di quella degli uomini …. …..Non voglio peccare di giudizio temerario,ma i comandamenti di Dio sono immutabili, nonostante il “buonismo dei Pontefici post conciliari!!!

      1. I pontefici post-conciliari hanno calato le braghe nei confronti della sinagoga, che ormai gongola apparentemente vittoriosa su tutto (cultura economia politica guerre immigrazionismo) e tutti (cattolici ormai a novanta gradi, islamici sunniti wahabiti “amici di Israele”, ecc.).

        1. Che c’entra il giudizio temerario?
          Le colpe di queste persone sono certe e pubbliche.
          Il giudizio è temerario quando si accusa qualcuno senza alcun fondamento.

  3. Ce l’hanno presentata, e dai servizi dei tg di ieri vedo che continuano a presentarcela, come una vittoria del “libero pensiero”, quando è la sua più grande sconfitta: doppia sconfitta. Perché questo libero pensiero non può evidentemente nulla in casi come questo, e perché l’unica risposta che sa dare è il nulla. Sei qualcosa solo se sei giovane e sano, e finché lo sei, poi è meglio che ti levi di mezzo. Se credessi questo, avrei ben poco da celebrare e festeggiare.

  4. Io, condivido la signora Tonietta. Il Vaticano ha creduto persino opportuno premiare Napolitano. Ma chi governa la Chiesa? Altro che “Fumo di satana”…………..

  5. Ricordo la tragica vicenda, gli sforzi compiuti dal Ministro che firmò il Decreto nonostante tutto e tutti. Non raggiunse l’obiettivo ma non è questo che conta agli occhi di Dio. Conta l’impegno, l’atto di umanità posto in essere anche un solo secondo prima che la spina fosse staccata. Penso che nella propria vita ogni essere umano debba cercare il bene e fermarsi in tempo quando per fragilità o scelte non ponderate si trovi ad un bivio, sull’orlo di un burrone che in precedenza non aveva considerato. Soprattutto è chiamato a fidarsi di Dio, di Colui che ama gratuitamente. Non andrà alla deriva seguendo lo spirito di obbedienza di Abramo il quale ascoltò la parola del Signore e «… credette – in Lui – che glielo accreditò come giustizia», un monito per i Credenti. L’atto di Giustizia è e resterà per sempre espressione di Fede e autentica Carità. Lo stesso spirito che ha animato le meravigliose Suore che hanno amorevolmente accompagnato la sofferenza della cara Eluana e lo zio, il quale fece celebrare le Sacre Esequie.

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